Dopo un calvario giudiziario durato quasi tredici anni, la Cassazione ha confermato la sentenza per i carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, condannandoli in via definitiva a 12 anni di carcere per la morte di Stefano Cucchi. “A questo punto –ha commentato a caldo la sorella Ilaria- possiamo mettere la parola fine su questa prima parte del processo sull’omicidio di Stefano. Possiamo dire che è stato ucciso di botte, che giustizia è stata fatta nei confronti di coloro che ce l’hanno portato via”. Ilaria ha poi ringraziato tutte le persone, avvocati, medici e amici che l’hanno sostenuta anche se, nell’affrontare la lotta impari contro la parte marcia dello Stato, è stata lei che ha mostrato il coraggio di un’eroina greca facendo trionfare verità e giustizia, un binomio molto raro da trovare in Italia.

Antigone, personaggio di una tragedia di Sofocle, decide di dare sepoltura al cadavere del fratello contravvenendo alle disposizioni del re di Tebe e per questo va incontro alle persecuzioni e alla morte. Qui è ritratta in un quadro di Frederic Leighton.

Come molti ricorderanno, Stefano morì il 22 ottobre 2009, mentre era sottoposto a custodia cautelare, a causa delle percosse ricevute dai due carabinieri ora condannati in Cassazione. Da allora, sua sorella Ilaria si è fatta carico dell’enorme peso di sfidare istituzioni che avevano tradito la loro funzione, forze dell’ordine indegne della divisa che indossavano, l’omertà di corpo che protegge i propri appartenenti qualunque cosa facciano, un moloch giudiziario raramente associato al concetto di giustizia, un’opinione pubblica sonnolenta e poco recettiva. Un compito immane per una donna di 47 anni dall’aspetto fragile ma con un’enorme forza di volontà e un coraggio non comuni.

Gli italiani dovrebbero essere grati a Ilaria Cucchi per quello che ha fatto, per la forza interiore con cui lo ha perseguito, non solo per dare giustizia a un fratello morto in modo così tragico, ma perché nessuna persona tenuta in custodia dallo Stato subisca un destino simile. Grazie a lei possiamo sentirci meno a disagio di fronte alle gravissime carenze dimostrate troppo spesso dalle nostre istituzioni. La molla iniziale che ha mosso Ilaria è stata certamente l’amore verso un fratello che non era uno stinco di santo ma non per questo era meno amato. Ma poi, quella che era una solitaria battaglia personale, è diventata un esempio di impegno civile che ha coinvolto progressivamente strati crescenti dell’opinione pubblica.

Meno di un mese fa si è celebrata la giornata della donna. Senza mostrare fiori e senza inalberare cartelli, Ilaria Cucchi, che prima della sua tragedia familiare era una mamma di due bambini e un’amministratrice di condominio, ha dimostrato, nella pratica, cosa può fare una donna quando decide di combattere per una società meno incivile. Così facendo, è diventata un esempio e una speranza per tutti noi, dandoci una grande lezione di moralità civile e di dignità. Bertold Brecht diceva: “Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi”. Io dico invece che è un bene che ci siano donne eroine che, senza cercare alcun clamore, vincono una battaglia così importante per tutti noi e danno un segno di speranza alle giovani generazioni.

Galliano Maria Speri

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