Martedì 30 gennaio, uscendo da casa per una commissione, ho notato su un largo marciapiede, a 300 metri dal portone di casa mia, la presenza di innumerevoli pietre di inciampo che ho messo immediatamente in connessione alla recente Giornata della memoria, celebrata in tutto il mondo il 27 gennaio per tenere sempre vivo il ricordo della Shoah. Le pietre di inciampo sono dovute all’iniziativa di Gunter Demnig, un artista tedesco che con piccoli blocchetti di pietra ricoperti di ottone, inseriti nel selciato delle città tedesche, intendeva ricordare le vittime dei crimini nazisti, soprattutto ebrei, ma anche oppositori politici, Rom e Sinti, omosessuali. Oltre alla Germania, l’iniziativa si è poi diffusa in Olanda, Austria, Repubblica Ceca, Italia. Ogni blocchetto, posto di fronte alle ultime abitazioni delle vittime, riporta nome, cognome, data di nascita e località di morte e vuole essere un appello alla coscienza civica e alla memoria affinché fatti così terribili non siano dimenticati. Stamattina sono ritornato sullo stesso marciapiede perché ero rimasto colpito dal numero delle pietre di inciampo, oltre quaranta, e volevo capire la natura della tragedia avvenuta così vicino alla via dove abito. Leggendo i nomi incisi sui blocchetti, con mia grande sorpresa, ho scoperto che non si riferivano ai tragici eventi della Seconda guerra mondiale ma riportavano le vittime di un dramma non solo vicinissimo ma, addirittura, ancora in corso.

Da cronista, riporto alcune delle iscrizioni che ho letto sulle pietre di inciampo all’incrocio di via Leopardi e via Ferruccio a Roma: “Ahmad Al Sahar, medico di MSF, nato nel 1994, assassinato il 21.11.2023 in un attacco aereo israeliano all’ospedale Alawda”, “Ayat Khadoura, giornalista, assassinata da un attacco aereo sulla sua casa”, “Sali Lubad-Maudi, insegnante, nata nel 1936, assassinata il 25.12.2023”, “Hammam Alloh, medico, nato nel 1987, assassinato l’11.11.2023 all’ospedale Al-Shifa mentre salvava vite”, “Dana Al-Saqqa, avvocatessa, assassinata il 6.11.2023 insieme al marito”, “Awni El-Dous, youtuber, nato nel 2010, assassinato il 7.10.2023 dopo un bombardamento israeliano sulla sua casa a Zeitoun, Gaza City”, “Hebba Abu Shammala, rifugiata di quarta generazione, assassinata il 10.10.2023 a Khan Younis, dove pensava di essere al sicuro”. Ce ne sono molte altre, ma queste poche citazioni dovrebbero essere sufficienti per dare un’idea di quello che, mentre sto scrivendo, continua a succedere a Gaza e in Cisgiordania, nei cosiddetti territori occupati. Al momento, i morti palestinesi sono 26.751 e i feriti 65.636, le strutture sanitarie, le poche rimaste in piedi, hanno finito medicine e antidolorifici e, da giorni, si amputano braccia e gambe senza anestesia.

La pietra di inciampo che ricorda Awni El Dous che aveva 13 anni quando è morto sotto le bombe israeliane. Forse sognava di diventare famoso come youtuber, ma non lo sapremo mai.

Questo orrore non è avvenuto decenni fa ma si svolge ora, sotto i nostri occhi, mentre la macchina della morte continua la sua cavalcata inarrestabile nell’indifferenza generale. Per volontà della senatrice a vita Liliana Segre, la parola “indifferenza” campeggia all’ingresso del Binario 21, il memoriale della Shoah, sotto la Stazione centrale di Milano, da cui partivano i deportati verso i campi di sterminio nazisti e da cui partì la stessa Liliana Segre nel 1943, quando era una ragazzina di 13 anni. La senatrice Segre, una personalità di altissimo rigore morale di cui l’Italia deve essere fiera, ha ripetuto in molte occasioni che, pur essendo una testimone molto attiva della Shoah, lei non ha mai ceduto all’odio contro i propri carnefici mostrando l’abissale differenza che la separava da chi aveva sterminato la sua famiglia. I cittadini europei assistettero senza reagire ai crimini dei regimi nazi-fascisti, alla persecuzione e allo sterminio degli ebrei, alla distruzione di ogni forma di umanità. Ci fu una reazione morale e combattente ma quando ormai l’Europa era un cumulo di macerie fumanti. Il grande scrittore Primo Levi, anch’egli sopravvissuto ad Auschwitz, scrisse nel suo libro del 1982 Se non ora quando? che «ognuno è l’ebreo di qualcuno», frase che venne poi distorta fino a interpretarla come un’equiparazione delle operazioni belliche israeliane con quelle naziste. In realtà, in un’intervista a Repubblica del 28 giugno 1982 Levi precisò che: «esiste una diaspora palestinese recente che ha qualcosa in comune con la diaspora ebraica di duemila anni fa. […] Tuttavia rifiuto di assimilare quella che Hitler chiamava soluzione finale con le cose pur violente e pur terribili che fanno gli Israeliani oggi. Non esiste un piano di sterminio del popolo palestinese». L’attuale dirigenza israeliana, che non possiede neanche lontanamente l’intelligenza e la finezza umana dei Levi e delle Segre, sta compiendo crimini orribili a Gaza, ma paragonare il regime di Netanyahu a quello nazista è falso e antistorico. In ogni caso, non dovremmo rimanere indifferenti ai crimini che avvengono sotto i nostri occhi. L’incrocio tra via Leopardi e via Ferruccio dista poche centinaia di metri dalla fermata Vittorio della Metro A e solo pochi metri da un bar molto conosciuto. I romani e chi fosse in città in questi giorni potrebbero fare due passi, prendersi un buon caffè e riflettere brevemente sui nomi incisi su quelle pietre di inciampo così particolari, ricordando che quelli che ora sono solo nomi erano, fino a poco tempo fa, persone di carne e sangue, con progetti, desideri, pulsioni, antipatie. Erano come noi, ma hanno avuto la sfortuna di nascere nel posto sbagliato nel momento sbagliato, in un mondo non più interessato alle tragedie della realtà, purtroppo.

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