Dietro le giuste critiche verso il colonialismo occidentale, si cela una nuova forma di intolleranza che sta sfociando in un vero e proprio oscurantismo. La pretesa di eliminare dalla storia i protagonisti che non rispondono più ai criteri contemporanei di giudizio rischia di colpire personaggi fondamentali come Dante, Shakespeare o Lincoln. Se i princìpi della cancel culture venissero applicati al cinema italiano saremmo privati di grandi capolavori che hanno plasmato l’immaginario collettivo del nostro Paese. Un interessante libro rivela le assurdità in cui potremmo incorrere se accettassimo i diktat dei nuovi ipermoralizzatori.

Alessandro Chetta, videomaker indipendente e giornalista, ha realizzato uno studio approfondito e documentato su quello che potrebbe succedere al cinema italiano se venissero recepite in modo acritico le teorie, ma sarebbe più corretto definirle un’ideologia, della cancel culture (viene designata con un termine inglese perché nasce e si afferma negli Stati Uniti) che, sostenute da élite minoritarie ma potentissime, sono arrivate in Europa e si stanno facendo strada grazie alla rete e al sostegno non tanto dissimulato di influenti media. Certo, per un europeo con un minimo di cultura può suonare bizzarro che, in omaggio al politicamente corretto, la Disney abbia censurato il film Dumbo (1941) perché i corvi canterini lì presenti potrebbero richiamare gli spettacoli dei menestrelli razzisti degli anni Quaranta, mentre le maestranze di colore che montano il tendone del circo darebbero un’immagine paraschiavista. Stessa sorte è toccata agli Aristogatti (1970), per la presenza del gatto Shon-Gun, accusato di essere una “caricatura razzista dei popoli dell’Asia”. Molto più preoccupante il fatto che il Board of Education di San Francisco abbia cambiato il nome di un terzo delle scuole della città, eliminando personaggi come George Washington e, addirittura, Abraham Lincoln (è vero che abolì la schiavitù, ma viene ora accusato di condotta persecutoria contro i nativi americani). Potrebbe essere molto pericoloso trascurare i segnali premonitori dell’incipiente furia epuratrice.

All’inizio degli anni Trenta del secolo scorso c’era un’accesa discussione all’interno della prospera comunità ebraica che viveva in Germania, giustamente preoccupata dalla violenta campagna di antisemitismo del movimento nazista che, di lì a poco, sarebbe salito al potere. Un eminente esponente dell’ebraismo tedesco riteneva inconcepibile che un Paese civile come la Germania, che aveva dato al mondo Kant, Goethe e Beethoven, potesse cedere alle lusinghe di un movimento barbarico e brutale come il nazismo. Purtroppo, la storia gli diede torto. Oggi non siamo certo in una situazione di quel tipo, ma sarebbe ingenuo trascurare una serie di segnali di debolezza che iniziano a manifestarsi nelle nostre democrazie. Un gigante dell’arte dell’Ottocento come Francisco Goya realizzò un’incisione intitolata “Il sonno della ragione produce mostri”, in cui descrive l’abisso in cui possono cadere gli esseri umani se rinunciano alla propria ragione.

Gli stormi social contro verità e ragione

Molte persone potrebbero ritenere grottesche talune esagerazioni, come la censura contro il bacio del Principe azzurro a Biancaneve, in quanto “non consensuale”. Alessandro Chetta non si lascia tentare dalla facile ironia, ma introduce il suo lavoro con una rigorosa analisi sociologica che colloca la cancel culture nella scia della “scuola del sospetto”, secondo la definizione di Paul Ricoeur, e con profonde influenze di pensatori francesi come Jacques Derrida e Michel Foucault. Quella che fu chiamata “French Theory” più che in Francia si affermò nei campus americani, affascinati dalla decostruzione di Derrida, che “arma i lettori contro la ragione dominante”, o le teorie di Foucault che stabilivano il diritto “ad essere ciò che si è” (e in questo caso sarebbe difficile non essere d’accordo) ma anche il diritto “a tutto quello che si può essere”, e qui il discorso si fa più complicato. È tragicamente ironico che la distruzione di ogni limitazione abbia sancito, dopo cinquant’anni, la nascita di nuovi dogmi e proibizioni.

L’autore ammonisce sul rischio di minimizzare la questione come se riguardasse soltanto gli

Noam Chomsky (Filadelfia, 1928) è un noto linguista e attivista dei diritti civili che, insieme a 150 intellettuali, nel luglio 2020 ha firmato una lettera contro la cancel culture, definendola un prodotto di “forze illiberali”.

USA, citando il linguista Noam Chomsky che racconta l’apologo della rana caduta in una pentola di acqua fredda. La rana rimane tranquilla perché non si accorge che l’acqua viene riscaldata a poco a poco; quando percepisce il pericolo è ormai troppo tardi e finisce bollita. L’ideologia del politicamente corretto viene diffusa da quelli che si possono definire “stormi”, strutture che partendo da semplici community online arrivano ad assumere la fisionomia di “formazioni di macro corpi semantici ed estensivi che si aggregano per nuclei di interesse”. Il processo è favorito dal cambiamento radicale delle classi progressiste, che hanno ormai abbandonato la difesa dei bisogni primari (lavoro, casa, scuola, cure mediche), per puntare ai bisogni secondari (autoaffermazione, autostima, riconoscimento sociale e via dicendo).

Ci sono dei segnali abbastanza chiari del rapido avanzamento della cancel culture, come una nuova edizione olandese della Divina Commedia, realizzata dalla Blossom Books, che ha omesso il nome di Maometto perché Dante l’aveva collocato nelle Malebolge. Un altro caso, che rasenta il demenziale, è la diatriba scoppiata sulla traduzione della poetessa americana Amanda Gorman. L’olandese Marieke Lucas Rijneveld, vincitrice del prestigioso International Booker Prize, è stata costretta a rinunciare alla traduzione dei versi della Gorman in quanto bianca. L’attivista Janice Deul ha dichiarato: “Scelta incomprensibile. Niente sulle sue qualità ma perché non scegliere per Gorman un traduttore nero?”. Stessa sorte è toccata al catalano Victor Olbios, traduttore di Shakespeare, a cui è stato vietato di avvicinarsi alle stesse pagine perché bianco anche lui.

La nuova inquisizione

Qualunque cinefilo prega in cuor suo che la cancel culture non si affermi mai in Italia perché se ciò avvenisse centinaia di capolavori rischierebbero la distruzione. La Caduta degli dei di Luchino Visconti contiene scene in cui un personaggio mostra esplicitamente tendenze pedofile, come anche Novecento di Bernardo Bertolucci. E che dire del Sorpasso di Dino Risi, un film che ha segnato un’epoca, nel momento in cui il padre trentaseienne scopre che la figlia di quindici anni ha un fidanzato più vecchio di lui? Il film di Risi merita ancora di più il rogo perché può anche essere accusato di omofobia, quando il personaggio interpretato da Vittorio Gassmann dice al suo interlocutore di non aver mai visto “una checca di campagna”. “Non mi dire che non lo sapevi, è così evidente. Secondo te perché lo chiamano Occhiofino? Occhiofino-Finocchio”.

Un altro film che sicuramente non potrebbe sfuggire alla distruzione è Totòtruffa ’62 di Camillo Mastrocinque poiché viola qualunque convenzione del politicamente corretto. In tutti i vari episodi ci sono scene che farebbero rizzare i capelli ai censori dell’ipercorrettismo, come la caratterizzazione surreale del turista italo-americano, raggirato dal sedicente avvocato interpretato da Nino Taranto che, in combutta con Totò, gli vende la fontana di Trevi. Ancora più sfrontate sono le scene in cui Totò e Nino Taranto (entrambi con vistoso anello al naso) hanno il volto dipinto di nero e interpretano, rispettivamente, l’ambasciatore del Catonga e il suo segretario. E che dire dei numerosissimi film che parlano del sud Italia, dove la rappresentazione dei meridionali è spesso grottesca e, a volte, apertamente razzista o del sessismo di tanti film in cui la donna è rappresentata come un essere inferiore, capace soltanto di fare la casalinga, la cameriera, la mondina o la malafemmina?

Il saggio ricorda anche il peculiare destino di Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci che, quando uscì nel 1972, incappò immediatamente nei rigori della censura che ne ordinò l’immediata distruzione, nonostante si fosse nel pieno della rivoluzione sessuale. Per fortuna, alcune copie sfuggirono alle fiamme censorie, archiviate come corpo del reato e conservate. Ma nel 2007, venne sollevato un nuovo clamore intorno al film quando Maria Schneider, l’interprete femminile allora giovanissima, dichiarò che la famosa scena della sodomia non era prevista dal copione e che lei si era inizialmente rifiutata di girarla. Ma poi non riuscì a resistere alle pressioni e fece quello che le veniva richiesto. “Avrei dovuto chiamare il mio agente o il mio avvocato perché non si può obbligare un attore a fare qualcosa che non è nella sceneggiatura … ma all’epoca ero troppo giovane e non lo sapevo. Così fui costretta a sottopormi a quella che ritengo essere stata una vera violenza. Le lacrime che si vedono nel film sono vere. Sono lacrime di umiliazione”. Improvvisamente Bertolucci venne trasformato da idolo dei libertari a “molestatore” di fanciulle indifese. In ogni caso, la Schneider aveva ragione come ammise lo stesso Bertolucci nel 2013, ma solo dopo la morte prematura dell’attrice.

Totò potrebbe essere accusato di razzismo e atteggiamento colonialista per aver interpretato sullo schermo il ruolo di ambasciatore del Catonga, un fantomatico stato africano. Il suo busto nel centro di Roma rischia di fare la fine di quelli di Churchill?

Sarebbe però assurdo buttare via il bambino insieme all’acqua sporca. I singoli episodi problematici vanno certamente analizzati a fondo, ma devono anche essere contestualizzati e giudicati non con gli occhi di oggi ma tenendo conto della cultura che li ha prodotti. I roghi purificatori richiamano terribilmente i falò di libri sgraditi distrutti dai nazisti. Chetta si dice certo che, seppure lentamente, certi eccessi arriveranno anche in Italia e la censura, in cui sono incappati Dumbo, Woody Allen o Via col vento di Victor Fleming, potrebbe un giorno arrivare a colpire De Sica, Monicelli, Risi, Fabrizi, Totò, Sordi, Gassman, Manfredi, Vitti, Melato, Mangano, Loren. Auspicando il “pluralismo dialettico” proposto trent’anni fa da Gerald Graff, l’autore conclude dicendo: “Respingere la cancel culture –formula comunque sintetica di un potere costituente che ha molte sfaccettature- è la battaglia del nostro tempo; altre battaglie su altri fronti sono iniziate anni addietro, sono sempre valide, continueranno. Ma questa inizia adesso, assedianti e assediati sono ancora in forze…comunque andrà bisogna vigilare ché sui film della nostra tradizione non si abbattano mai tagliole”. Sarebbe terribile se, come diceva Totò, il cinema italiano finisse “sul banco degli amputati”.

Alessandro Chetta
Cancel cinema.
I film italiani alla prova della neocensura
Aras Edizioni, 204 pp., 18 euro

 

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