di Stefano Mavilio*

Dov’è la ricchezza di immagini senza cui non si può raggiungere l’arte? Che immagine ci facciamo dunque della nuova città? (B. Taut, Die Stadtkrone)

Questa forma (…) è la forma di Fatima; la sua corona è Muhammad. (Ummu ‘l-Kitab)

La dottrina del filosofo dell’Illuminazione, [è quella] secondo la quale a ciascuna delle specie delle sfere, delle stelle, degli elementi semplici e dei loro composti, corrisponde una cosa del mondo delle intelligenze, pura di materia, sussistente per essenze, che vi cala le sue perfezioni (…) è quello che si chiama <il signore della specie>, l’Angelo. (al Iji, Mawaqif)

Fra le tante ricorrenze da commemorare, anno dopo anno, è passato sotto silenzio il centenario della pubblicazione de “La corona della città” (Die Stadtkrone, Jena 1919), di Bruno Taut, del quale Mazzotta curò l’edizione italiana soltanto negli anni ’70, quando ormai la vena urbanistica del Modernismo era quasi del tutto svanita.

B. Taut. Urbanizzazione Hufeisensiedlung a Berlino 1925. Foto A.Savin. Wikimedia Commons

Cito il libro di Taut, perché –richiesto di un parere, di una visione, di un auspicio per la città del XXI secolo– mi pare un ottimo punto di partenza a prescindere dai contenuti, giacché l’autore, in quella meravigliosa stagione che passa genericamente come la stagione degli “Ismi” (futurismo, costruttivismo, purismo ecc.) era ancora in grado (“ancora” dalla nostra prospettiva storica) di parlare di architettura ed urbanistica in termini profetici e dunque qualitativi, a dispetto della generica qualifica di visionari assegnata a quella generazione di architetti, che furono invece degli iniziati (lo conferma il fatto che si qualificassero come una Confraternita, lavorassero sotto pseudonimo per una ristretta cerchia di colleghi e i loro scritti non dovessero essere mostrati a chi non avesse “occhi senza intendimento”), nonché dei veri costruttori (Taut realizzò nella sola Berlino circa 10.000 unità residenziali, mettendo a frutto gli assunti della fase così detta visionaria 1916-1921. Nessuno dei grandi architetti tedeschi (Gropius, Mies, etc.) poteva vantare una incidenza sul tessuto urbano di Berlino su così vasta scala).

A prescindere dai contenuti, l’idea di una Corona per la città, visione laica della cattedrale gotica, come in altre opere ed espressioni dell’autore (<Fruhlicht> – luce mattutina, oppure <Glaserne Kette> – catena di vetro) ci offre una visione che è anche un orizzonte: di tipo fisico, culturale e simbolico (non a caso l’impianto urbano che si deduce dai disegni di Taut, ha forma circolare ed un asse privilegiato est-ovest, la qual cosa, in termini simbolici, non pare affatto casuale).

Inizierei dall’orizzonte fisico. Se mi chiedeste quale città prediligo, risponderei senza dubbio alcuno che prediligo le città di mare, perché hanno un ordine naturale incontrovertibile: sono disposte nella direzione e nel verso che dai monti volge all’orizzonte visibile, quello dove sorge o tramonta il sole, unico segno manifesto della continuità nella ripetizione delle nostre vite; di contro, possiedono tutte un “lungomare”, parola magnifica, che allude alla possibilità che si possa passeggiare non tanto <lungo il mare>, quanto piuttosto in sua compagnia, godendo dei reciproci silenzi e mormorii, in un dialogo assorto e magnifico.

Bari, lungomare. Foto Paolo Andriani dal sito Unsplash

Esiste inoltre – ed è il significato che preferisco – un orizzonte culturale, che nel contesto di quanto vado dicendo a proposito di città, risuona più o meno così: “dove vanno le città?”. E ancora: “cosa vogliono essere?”. Un disordinato ammasso di edilizia senza qualità? “Vorrei essere un arco”, rispondeva il mattone a Luis Kahn che lo interrogava in merito alle sue aspettative. “Vorrei essere un organismo angelico” risponderebbe la città a chi la interrogasse. Dove per organismo angelico, senza alcun riferimento teologico, intendo dire che precedentemente alla città costruita, deve esistere da qualche parte l’Idea di Città, quella che chiamerò <Angelo della città>, come altrove ho evocato la presenza di un possibile <Angelo palazzo>.

Cosa vuol dire riconoscere la necessità di un <Angelo della città> a fronte della disordinata politica urbanistica odierna, che è fatta per lo più di opinioni convulse, di tentativi disorganici, senza fondamento né idea alcuna di Civiltà, che per alcuni si concretizza in semplici disposizioni di traffico o di verde (sarà orizzontale o verticale?) e che per altri – storicamente – comportò addirittura il sacrificio? (Taut morì in esilio ad Istanbul, dopo la precipitosa fuga dall’università di Charlottenburg dove insegnava, senza neanche poter rientrare a casa, poiché la Gestapo lo aspettava sull’uscio per arrestarlo come attivista bolscevico). Saranno sufficienti tutti i “tavoli”, i “meet-up”, gli Stati Generali, a supplire alla cronica mancanza di idee che affligge i nostri burocrati, tecnici ministeriali e soprattutto i politici? Rammento, in conclusione di questo breve e trasognato scritto, che la politica – dal greco polis – sarebbe (il condizionale oggi è d’obbligo) l’arte di governare. Concludo: Quale che sia la vostra idea di Città, primariamente abbiate un’Idea; che la vogliate chiamare Angelo, Sogno o Visione, non farà differenza: fatevi rapire dal vostro immaginario, sognate: quindi rimboccatevi le maniche ed agite.

Non suoni retorica la domanda del Maestro: Che immagine ci facciamo dunque della nuova città?

* Ringrazio la professoressa Paola Ardizzola, per la completa rilettura e revisione del testo e i preziosi suggerimenti sulla vita e l’opera di Bruno Taut, del quale Ella è fra i massimi esperti.

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Stefano Mavilio, Architetto, n. 1957. Vive a Roma dove esercita la libera professione in forma singola e associata. Negli ultimi anni ha maturato esperienza come progettista di spazi per le celebrazioni liturgiche. Tra le realizzazioni si segnalano: la nuova aula detta Sala della Pace nel complesso monumentale di S. Rita a Cascia - 2009; il complesso parrocchiale di S. Bernardino Realino a Lecce - 2013 e il complesso parrocchiale dei SS. Pietro e Paolo a Roma - 2014; la ristrutturazione della cappella di S. Monica, presso la Curia Agostiniana, Roma, 2022. Nel 2005, per i tipi della Electa, ha pubblicato la "Guida all’architettura sacra di Roma 1945-2005"; nel 2014, per le edizioni Nuova Phromos di Perugia ha pubblicato "L'architettura è una scala - la scala di Giacobbe dell'architettura"; nel 2022 per Amazon prints ha pubblicato il "Manuale per giovani architetti". È professore a contratto presso la Facoltà di Architettura la Sapienza-Roma dove dall'anno accademico 2018-’19 tiene il corso di "Progettazione dello spazio per la liturgia-Design for sacred space". Nel 2000, per conto della CEI-Conferenza Episcopale Italiana, organizza il primo "Master in Progettazione di Chiese". È coordinatore didattico e scientifico del "Master in progettazione degli edifici per il culto", organizzato dal DIAP Sapienza Roma e docente presso OCRA, Officina creativa dell'abitare, a Montalcino.

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