Di David Palterer

Il 22 settembre cade l’anniversario dell’eccidio che nel 1943 a Meina, sulla riva del Lago Maggiore, ha visto trucidate sedici persone. Ci sarà chi allontanerà lo sguardo dallo specchio d’acqua e ripenserà a dove i soldati del primo battaglione della Panzer-Division WaffenSS-LSSAH* hanno fatto sparire i corpi di sedici ospiti dell’Albergo Meina, dopo averli catturati e segregati per sette giorni al termine dei quali vennero trucidati e gettati nel lago per cancellarne la memoria.

Le vittime avevano trovato rifugio dalle persecuzioni nell’albergo di proprietà di Alberto Behar, anch’egli ebreo e proveniente dalla Turchia, che ha potuto scampare con la propria famiglia da una simile fine grazie all’intervento del console del suo Paese di origine: è lo stesso Behar che ci ha lasciato la testimonianza dell’accaduto.

Oggi il luogo dove sorgeva l’albergo è attraversato da una nuova promenade, un lungolago attrezzato, come tanti, col proprio arredo urbano, con le panche per godersi il panorama, delimitato da un parapetto che invita a contemplare il paesaggio. È un ambiente adatto allo svago e alla spensieratezza che l’amministrazione ha offerto alla cittadinanza e, a margine di questo, ha voluto riservarne uno scorcio per salvare dall’oblio la memoria dell’eccidio. Ed è molto apprezzabile che abbia scelto di lasciare un segno di quel tragico evento mediante un’installazione d’arte contemporanea. Ma vi sono problemi di ambientazione.

L’installazione, una monumentale testa alta cinque metri fusa in bronzo, con ossidazione verde così da sembrare recuperata dal fondale del lago, è opera dell’artista Ofer Lellouche. Lellouche, nato a Tunisi, vive e opera tra Israele e la Francia, e il suo lavoro è frutto e sintesi di anni di un’ossessiva ricerca, di innumerevoli tentativi compiuti attraverso disegni e modelli al fine di arrivare ai limiti d’espressività del volto umano. L’effigie è scialba, silenziosa, priva di occhi, naso, bocca, orecchi, è mutilata dei recettori dei sensi, e non v’è possibilità di capirne l’età, la razza o il genere: si pone come un’interrogativo. È un ritratto di chi è rimasto attonito, sfibrato, pietrificato per aver visto l’orrore. Potrebbe anche essere il volto di chi è spaventato per le conseguenze di quello che ha compiuto, oppure di chi si sente colpevole per non aver impedito atti tremendi!

Un insieme di intenzioni e presupposti che però, purtroppo, sono stati disattesi da un difetto nel progetto di ambientazione. Presumibilmente c’è chi è convinto che indirizzando lo sguardo della testa verso il lago, invece di rivolgerlo verso la città, il ruolo e la capacità comunicativa dell’opera siano rispettati.

La scultura si rivolge verso il lago, invece che verso l’abitato di Meina. La panca che guarda anch’essa verso il lago ne accentua la condizione di estranietà. Foto di Mara Flandina

Invece il posizionamento in un luogo privo di relazioni col disegno della città e, almeno in apparenza, senza rapporto neppure col progetto della stessa promenade, insieme con l’ampiezza del vuoto piatto lasciato tutto intorno, immiserisce l’opera e ne compromette la potenza e l’eloquenza! La grande distanza della testa dal limite del lago, resa ancora più considerevole da un monotono parapetto continuo che la separa dalla riva, interrompe quella che altrimenti sarebbe un’immediata, intuitiva relazione, inibisce la capacità espressiva di quest’opera d’arte che invece, posizionata in altro modo, sarebbe dotata dotata di grande forza evocativa. Si noti inoltre la presenza della panca che, volgendo le terga al memoriale, è posta tra l’istallazione e il lago: come a emarginarla dal contesto.

Speriamo con queste brevi osservazioni critiche di suscitare un ripensamento riguardo alla collocazione di un’opera che certamente meriterebbe un’ambientazione ben più appropriata e rilevante.

* La 1. SS-Panzer-Division “Leibstandarte SS Adolf Hitler” è stata la più importante divisione delle Waffen-SS

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