Il denaro deve appartenere a chi lo guadagna. Il nostro obiettivo è di approfittare della legge attraverso l’elusione fiscale, per far sì che ognuno possa pagare il minimo di tasse”. È l’incipit della presentazione di un servizio di consulenza offerto tramite sito web da un’organizzazione spagnola, il cui nome “non vogliamo ricordare” come scrisse Cervantes a proposito del luogo dove viveva Don Quijote.

E chi mai desidererebbe pagare più tasse del dovuto? Ma suona sinistra quell’allusione alla “elusione”: termine scivoloso, non coincidente ma neppure tanto estraneo a “evasione”. Con la differenza che eludere non è un illecito. In Italia, spiega la Treccani, “con l’e.f. il contribuente si sottrae all’obbligo del pagamento dell’imposta in modo legittimo, muta le sue scelte economiche, anche in maniera puramente formale, per ridurre l’onere tributario”. Tuttavia si è sul filo della violazione della legge, tanto più che in Italia, spiega sempre la Treccani, c’è una legge anti elusione: il d.p.r. 600/1973, art. 37 bis .

Nell’agosto del 2021, titolava il quotidiano Italia Oggi, “Aumenta l’elusione fiscale delle multinazionali in Italia. Nel 2018 (ultimi dati disponibili) sono stati spostati verso i paradisi fiscali 31,7 miliardi di dollari, quasi 7 miliardi di dollari in più rispetto ai 25 miliardi del 2015. La perdita di gettito fiscale per le casse dello stato italiano arriva a 7,6 miliardi di dollari, circa il 20% delle entrate totali”. Le multinazionali spostano facilmente le loro sedi amministrativa da un Paese all’altro scegliendo quelli più favorevoli sotto il profilo fiscale. Per loro è un gioco da ragazzi: perché non possono farlo anche coloro che non dispongono di grandi capitali?

È questo il tasto su cui batte il sito spagnolo di cui sopra: se i grandi, col codazzo di consiglieri che scrutano leggi e mercati per trovare le condizioni più favorevoli, riescono sempre a cavarsela, perché non dovrebbero farlo anche più piccoli contribuenti?

C’è un problema di fondo in un’operazione come questa, avverte Felix Vega Borrega, professore di diritto finanziario e tributario all’Università Autonoma di Madrid: “Che chi si incammini su questa strada dell’elusione, per quanto non praticata in violazione diretta della legge, ci prenda gusto e vi resti intrappolato. Un po’ come può a accadere a chi si lega a organizzazioni mafiose per questioni che all’inizio appaiono relativamente piccole, ma poi avviluppano a una rete di abusi e di complicità da cui la persona non si districa”.

Perché il passo dall’elusione all’evasione è breve. Non solo, ma anche perché i sistemi propagandati nel sito di cui sopra, neppure sono tanto innocenti. Si parla infatti di spiegare come “entrare nel mondo cripto senza lasciare tracce”: è infatti quello delle criptovalute uno degli strumenti di cui si serve il gruppo di consulenza fiscale in questione. E in quel “senza lasciare tracce” si annida tutto un mondo: è la logica dello scomparire agli occhi del fisco, diventare invisibili: come emigrare in un altro continente pur senza lasciare il Paese nel quale godi i benefici derivanti dal bilancio dello Stato: scuole per i ragazzi, assistenza sanitaria (quasi) gratuita, sicurezza, ecc.: tutto quel complesso di privilegi che nei Paesi europei sono ormai ritenuti pressoché un diritto naturale, mentre in altri Paesi, come gli Stati Uniti, almeno per la parte sanitaria devono essere pagati da ciascuno (e questo forse porta le persone a riconoscerne il valore più di quanto si soglia qui da noi).

Un altro sistema indicato nel sito di cui sopra è operare tramite società a responsabilità limitata negli Stati Uniti (Limited Liability Company) che specialmente in alcuni degli Stati (esempio New Mexico e Delaware) godono di condizioni particolarmente favorevoli e non sono soggette a tassazione se il proprietario vive all’estero e non realizza profitti negli USA.

Ma la legge spagnola – nota Vega Borrega – non esime dal pagamento delle imposte chi realizza profitti in criptovalute o tramite operazioni all’estero”. E così anche in questo il confine tra elusione e evasione appare quanto mai evanescente.

Gli altri sistemi sono, emigrare in quei Paesi che anche in Europa offrono condizioni fiscali privilegiate: ce ne sono tanti, dal Portogallo all’Irlanda, dall’Olanda al Lussemburgo, oltre ovviamente alla Svizzera, a Montecarlo, e diversi altri.

Anni addietro ci fu il caso di Pavarotti: il noto tenore aveva preso residenza fiscale a Montecarlo dove possedeva un appartamento in cui peraltro non abitava, poiché risiedeva a Modena. Dopo varie controversie col fisco se la cavò patteggiando nell’anno 2000 l’esborso di 25 miliardi di lire. Chi prende la residenza all’estero per motivi fiscali deve effettivamente risiedervi, e non starsene nel Paese di origine dove soffre dei gravami fiscali. Ma a giudicare dal crescente numero di automobili con targa svizzera che si vede circolare a Milano, a considerare il numero di calciatori che hanno problemi col fisco in Spagna, il trasferimento in Paesi fiscalmente appetibili sembra in crescita, non solo per grandi aziende, come Fiat (ora Stellantis), Mediaset, Uber, Ebay e tante altre che hanno sede amministrativa in Olanda.

D’altro canto le grandi aziende, tipo Google, godranno pure di tanti privilegi fiscali, ma in compenso creano lavoro per migliaia di persone che a loro volta pagano le tasse: in proporzione è noto che il gettito fiscale generato dai tanti cittadini, la “classe media” ch’è il nerbo delle società contemporanee, è molto maggiore di quello che deriva o potrebbe derivare dalle grandi aziende.

Certo, se ci fosse un’armonizzazione fiscale europea i trasferimenti reali o fittizi tra Paesi dell’Unione non ci sarebbero, ma tutti concordano che questa armonizzazione, che dovrebbe essere l’inevitabile corrispettivo dell’integrazione monetaria, resterà a lungo ben al di là dal venire.

I sistemi fiscali – sostengono i promotori del sito web spagnolo che invita all’elusione – sono concepiti in modo tale da lasciare fessure nelle quali chi ne ha la capacità possa insinuarsi per trarne vantaggi. E la vulgata intende che solo i fessi non si giovano di tali fessure. Certo, se un giorno arrivasse un governo capace di tappare quelle falle e di mettere fine al girotondo di complicità che avvolge la danza dell’elusione e dell’evasione, potrebbe vantarsi di aver compiutco una vera rivoluzione. Tuttavia per ora resta il fatto che, pur con tutte le imperfezioni e i vizi esistenti, siamo tutti responsabili – cittadini, amministratori, governanti – del funzionamento di quel motore dell’economia nazionale che è il sistema fiscale.

E che accadrebbe se in futuro il numero dei contributori diminuisse sempre di più e aumentasse il numero di elusori e evasori? Mica potremo trasferirci tutti in Portogallo o in Olanda.

Fig. 1. Classifica dei Paesi europei in relazione all’evasione fiscale, con evidenziato il rapporto tra evasione fiscale e spesa per la sanità. Screenshot da wikipedia

In un rapporto pubblicato nel 2019 da Richard Murphy della University of London su di una ricerca condotta per conto dei gruppi Socialista e Democratico del Parlamento Europeo, si evidenzia che secondo dati del 2015 l’evasione fiscale dei cittadini in Europa sarebbe stata di 825 miliardi di euro, mentre quella delle società si sarebbe aggirata tra il 50 e i 190 miliardi. In termini relativi (percentuale dell’evasione rispetto agli introiti previsti) il Paese dove maggiore appare l’evasione è la Romania (col 29,51 percento di evasione), mentre in termini assoluti l’evasione maggiore avviene in Italia (v. figura 1), seguita da Francia e Germania (ma le economie di questi due Paesi sono ben maggiori di quella italiana). Non solo, un dato particolarmente impressionante è che in molti Paesi europei il mancato introito fiscale è maggiore della spesa sanitaria: come dire che se non vi fosse evasione non vi sarebbe alcun problema nel sostenere la sanità pubblica.

La buona notizia, dice Murphy, è che l’evasione fiscale si va riducendo, mentre quella cattiva è che vi sono ancora Stati che non indagano sul livello di evasione cui sono soggetti.

Anche in questo caso dunque ci si trova di fronte a un problema di cultura politica.

Non sarà propagandando sistemi di elusione non tanto lontani dall’evasione che si genererà una cultura civile che porti verso l’equità fiscale. Pur dando per scontato che questa mai sarà raggiunta, solo tendendovi si potranno migliorare le condizioni e evitare quel progressivo peggioramento in particolare delle capacità operative della sanità pubblica cui abbiamo assistito da qualche tempo in qua. Altrimenti alla lunga ci si potrebbe trovare con nuove ondate migratorie, dai Paesi con le condizioni di sicurezza sociale e assistenziale minori, verso quelli con migliori condizioni. E allora che accadrà dell’Unione Europea?

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2 COMMENTS

    • Ci sarà senz’altro una relazione, ma che cosa viene prima: l’evasione o il carico fiscale? Ovvero, se piccolo è il numero di coloro che pagano, lo stato si trova nelle condizioni di caricare di più coloro che lo fanno. Comunque non è un criterio: in Francia le tasse sono più alte che in Italia e l’evasione risulta inferiore. Certo compito della politica sarebbe di creare un ambiente tale per cui i cittadini comprendano che il loro contributo è importante e si sentano responsabili delle vicende della cosa pubblica. Questo nesso in Italia è da sempre poco compreso, poco condiviso.

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