«Le rive della baia fangosa». Questa è la traduzione dell’espressione anglo-indiana da cui deriva il nome “Bund”.

Infatti, quella che oggi è una delle maggiori attrazioni turistiche della megalopoli cinese, originariamente non era che una riva fangosa del fiume Huangpu sulla quale si scaricavano le merci dalle imbarcazioni che arrivavano a Shanghai.

Il progetto di riqualificazione e di recupero architettonico del Bund e dell’intera area circostante è iniziato negli anni ‘90, parallelamente ad un impressionante sviluppo economico che ha trasformato la Perla D’Oriente nel  principale centro finanziario e commerciale della Cina, rendendola  protagonista di una trasformazione urbana senza precedenti. Negli ultimi 30 anni, Shanghai ha infatti raggiunto anche il primato di città più popolosa della Cina con oltre 26 milioni di abitanti, una popolazione più che duplicata rispetto al 1990 quando se ne contavano circa 10 milioni.

Il Bund che vediamo oggi è un elegante viale pedonale che si estende per 1,5 km lungo la riva occidentale del fiume Huangpu, fiancheggiato da numerosi palazzi coloniali in stile europeo, alberghi di lusso e boutique di alta moda. E’ qui che si viene per ammirare lo skyline illuminarsi al tramonto e per farsi fotografare con alle spalle il simbolo della riuscita economica della Cina: Pudong.

Il distretto finanziario di Pudong, che sorge sulla riva opposta del fiume, è infatti per Shanghai il simbolo del cambiamento, emblema di una città in trasformazione e del suo eccezionale sviluppo economico.  Questo distretto, costruito anch’esso negli anni ‘90, in un’area agricola che veniva utilizzata dalla gente del posto per coltivare frutta e verdura, è ora sede di numerose imprese internazionali all’avanguardia. Qui sorgono i più rappresentativi grattacieli della città come la Shanghai Tower, la Jin Mao Tower e l’Oriental Pearl Tower.

Questo distretto, che si estende per 1210 km², ospita anche il maggior aeroporto della città, ed è il distretto in cui sono stati trasferiti molti abitanti della “vecchia Shanghai” le cui case sono state demolite per fare spazio a nuovi grattacieli. Liu Zhen, che gestisce qui una galleria d’arte, mi dice che molti degli abitanti trasferiti nel nuovo quartiere di Pudong sono contenti perché nelle vecchie zone residenziali, dove abitavano precedentemente, i livelli di povertà erano estremi.

In effetti, nelle immediate vicinanze di Nanshi (il nucleo della città vecchia più turistico e ristrutturato), solo ad un km di distanza dal Bund, il panorama è diverso. Qui si cammina tra case basse, di due o tre piani, attraverso vicoli stretti e cortili gremiti di tavoli, sedie, biciclette e motorini elettrici parcheggiati. Dalle finestre delle case escono canne di bambù ed intelaiature alle quali sono appese grucce con i vestiti a stendere, anatre e pesci  appesi a seccare.

Questi vicoli ci fanno ricordare che la proprietà privata in Cina è comparsa nella costituzione solo nel 2004, in risposta alle esigenze di una classe agiata emergente in conseguenza al  boom economico cinese.

Qui lo spazio pubblico è un luogo ricco di tracce dell’abitare quotidiano e lo spazio privato si mischia alla sfera pubblica in cortili condivisi e marciapiedi arredati come dei salotti, con le sedie accanto alla strada e all’ingresso dei negozi ; con gli abitanti seduti fuori dalla porta a mangiare i ravioli, a fumare, ad osservare il tempo che passa. Qui le strade sono un punto d’incontro dove ci si ritrova per pranzare, chiacchierare e per giocare a dama cinese.

Lungo queste strade non è raro incontrare persone che girano in pigiama, un’abitudine ancora viva nonostante le campagne del governo che, in concomitanza con l’organizzazione di Expo nel 2010, invitavano i cittadini a vestirsi in modo più appropriato, per adattarsi allo sguardo dei turisti che numerosi sarebbero arrivati a Shanghai da tutto il mondo.

Eppure questo personale modo di abitare la città trasforma  lo spazio esterno in uno spazio familiare,  facendone un luogo in cui gli abitanti si muovono  come a casa propria tra un affollamento di forme costruttive “informali” e singolari arredi urbani.

Lo spazio aperto che si può osservare qui è uno spazio intersoggettivo, che sembra contrastare l’idea degli  spazi pubblici “progettati” che talvolta, nel tentativo di rispondere ad esigenze individuali, perdono il carattere di spazi condivisi per diventare contenitori  del terziario e del tempo libero in cui soggetti diversi esercitano individualmente attività simili.

In una Shanghai orientata  al futuro, questi  scorci di città ci danno ancora il privilegio di poter osservare la manifestazione fisica dell’abitare, in cui lo spazio pubblico sembra affermarsi come estensione di una dimensione soggettiva.

Foto originali di Claudia Sinigaglia

 

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