di Leonardo Servadio

Noi non ci siamo mai accontentati del nostro territorio, vogliamo prenderne sempre qualche altro. Questo ci ha portato perfino nello spazio, quando metà della nostra popolazione viveva nelle baracche e non aveva la canalizzazione: è un genotipo inestirpabile, è l’idea del Mondo Russo che ci porta ad andare oltre le barriere, a guardare al di là dei nostri confini, a possedere il mondo nel vero senso della parola. L’espansione russa non è dettata dall’interesse… non siamo un impero commerciale, è questo che ci distingue dagli anglosassoni”, Vladislav Surkov, già Consigliere personale di Putin per i rapporti con Abcazia, Ossezia del Sud e Ucraina.

A osservare quanto avvenuto nei recenti decenni tra mondo Occidentale e Russia, è inevitabile partire dalla constatazione che l’improvvidamente rapida introduzione della logica del libero mercato nell’economia post sovietica e il parallelo estendersi della NATO a Paesi che fino ai primi anni Novanta del XX secolo erano appartenuti al Patto di Varsavia, abbiano favorito la reazione nazionalista russa di questo recente periodo. Tale constatazione porta molti nel mondo Occidentale a guardare con occhio benevolo alle giustificazioni addotte dal Presidente russo Vladimir Putin per l’invasione dell’Ucraina.

Dato tale contesto è utile prendere in considerazione la tesi esposta nel volume La Nuova Russia. Dal 1991 alla guerra in Ucraina, di Giovanni Codevilla e Stefano Caprio: sostanzialmente che in questi ultimi anni in Russia la classe dirigente abbia assunto un’idea messianica secondo la visione della Terza Roma che confonde Stato e religione in un unico impulso imperialista, peraltro fondandosi su una tradizione inveterata, che travalica i fatti contingenti. Come scrive Caprio in merito alla guerra in Ucraina: “La giustificazione profonda dell’invasione russa non è neppure storica, economica o politica, ma è propriamente religiosa. È la difesa del mondo ortodosso, del cristianesimo universale nella sua interpretazione russa, che va al di là di quello della Chiesa ufficiale” (pag 348).

Il tema del rapporto tra Stato e Chiesa è dunque basilare. Già succintamente ne accennammo su queste pagine (cfr https://www.frontiere.eu/dugin-putin-e-le-tante-fratture-col-mondo-occidentale/ ). Codevilla e Caprio lo sviscerano da grandi esperti del mondo russo: il primo, già docente di Diritto ecclesiastico e Diritto dei Paesi socialisti, è uno studioso dei rapporti tra Stato e Chiesa in Russia; il secondo, presbitero diocesano e docente di Storia e Cultura russe al Pontificio Istituto Orientale di Roma, ha avuto esperienza da missionario in Russia dal 1989 al 2002.

La revisione della Costituzione russa

La prima parte del volume, redatta da Codevilla, indaga sui rapporti tra Stato e Chiesa nel corso del ‘900 e in particolare nel periodo successivo alla caduta del regime sovietico. In un primo periodo, la Costituzione della neonata Federazione Russa, sulla scorta dell’impulso verso il liberalismo di stampo occidentale, sancì la separazione tra Stato e Chiesa. L’articolo 14, titolo I di quel testo promulgato il 12 dicembre 1993 infatti afferma: “1 La Federazione Russa è uno stato laico. Nessuna religione può costituirsi in qualità di religione di Stato o obbligatoria. 2 Le associazioni religiose sono separate dallo Stato e sono uguali davanti alla legge.” Dove oltre alla reciproca indipendenza tra Stato e Chiese si sostiene anche implicitamente la libertà di culto, visto che si parla di “associazioni religiose” non meglio identificate e se ne afferma l’uguaglianza davanti alla legge.

Interessante notare che in quegli anni che videro la potenziale nascita di una nuova Russia vi fu un “fiorire di comunità religiose” tra le quali un ruolo molto attivo ebbero quelle protestanti e, in tale contesto, Gennadij Zjuganov, del Partito comunista russo, propugnò – riferisce Codevilla – che nel testo della Costituzione si evitasse di stabilire la distinzione tra Stato e Chiesa: è proprio in quel lasso di tempo che si saldano le intenzioni dei nazionalisti con quelle degli xenofobi e dei comunisti. In pratica sin dai primi anni post sovietici si aggrega la nuova istanza politica che trionferà qualche anno più tardi con l’emergere del putinismo.

E sul piano istituzionale un primo accenno in tale direzione è contenuto nella legge federale del 1997 su “Libertà di coscienza e associazioni religiose”, in cui si riconosce “lo speciale ruolo dell’Ortodossia nella storia della Russia, nella formazione e nello sviluppo della sua spiritualità e cultura”, specificando che vi debba essere “deferenza” verso alcune altre religioni, cioè l’Islam, il Buddismo, il Giudaismo e il Cristianesimo. In questo modo si afferma una gerarchia: l’Ortodossia come parte identitaria della Russia e in secondo luogo altre religioni accettate, seppure a un livello inferiore. L’idea di eguaglianza di fronte alla legge, a soli quattro anni dalla promulgazione della Costituzione, è scomparsa. Ed è notevole che il Cristianesimo sia individuato come una religione “altra” rispetto all’Ortodossia: il che implica il concetto di fondo, che l’Ortodossia abbia una posizione di primazia e superiorità rispetto al Cristianesimo, quasi che questo sia una filiazione di quella.

L’Ortodossia e le altre religioni

Codevilla nota che in Russia “certo l’Ortodossia è predominante, ma questo non implica l’esclusione di altre religioni, questo infatti fa venire meno il principio di separazione tra Chiesa e Stato” e sottolinea come il pensiero sottostante sia che in realtà il Cattolicesimo e il Protestantesimo non sono accettate come religioni “tradizionali” ma sono ritenute elementi spuri, tanto che il Concilio Popolare Russo Universale e il Consiglio Interreligioso della Russia non accolgono esponenti cattolici o protestanti.

Così, prima della svolta del millennio, si è ricostituita in Russia quella gerarchia di religioni che sussisteva già in epoca zarista: l’Ortodossia riconosciuta come religione dominante e le altre, variamente tollerate se sono riconosciute come “tradizionali”. Ma a tutte le religioni, a parte quella Ortodossa, è impedito di fare proselitismo e, spiega Codevilla, “nel linguaggio ortodosso la voce proselitismo assume una precisa valenza negativa che esprime non già l’idea di cercare di convincere altri alla propria fede, bensì quella di irretire, circuire, attirare con la violenza o l’inganno giacché l’abbandono della vera fede ortodossa può essere solo il frutto di un’azione predatoria, di raggiro o comunque fraudolenta”.

Al fondo di questo atteggiamento escludente sta il fervore nazionalista: le chiese Ortodosse sono infatti chiese nazionali e la Chiesa ortodossa russa pertanto si fa vessillifera del dominio russo, ovunque questo sia esercitato.

Dunque, già prima dell’inizio del XXI secolo lo Stato e la Chiesa russi si sono fusi in un unico, arcigno e ferreo utilizzo della fede come strumento di potere: e, stando così le cose, son tornati a percepire altre correnti religiose come minaccia poiché sono interpretate, come avviene nel rapporto Stato-Chiesa in Russia, quali strumenti di un potere alieno.

Esempio eclatante di tale situazione è quanto avvenne nel 2001 con la visita di Giovanni Paolo II in Ucraina. In quell’occasione, riferisce Codevilla, vi fu un’entusiastica accoglienza del papa da parte delle folle ucraine, ma la Chiesa Ortodossa del patriarcato di Mosca cercò di ostacolarlo: “oltre alle proteste formali, organizzò una processione per le strade della città di Kiev per scongiurare il pericolo della venuta dello ‘Anticristo’ e, a visita conclusa, pretese un ‘ritiro di purificazione’ nelle chiese ortodosse”. Un atteggiamento assimilabile a quello di Ivan il terribile che, temendo di essere infettato, se incontrava ospiti stranieri si lavava con accuratezza per mondarsi dal contagio.

Difficile non sospettare che questi atteggiamenti implichino qualcosa che va al di là del semplice uso della religione come strumento di potere, per sconfinare in una visione del mondo tendente verso il paganesimo e la magia.

Via dall’ecumenismo, a supporto dell’imperialismo

La visita di Giovanni Paolo II in Ucraina avvenne ben prima dei fatti di piazza Maidan e il comportamento della Chiesa Ortodossa russa in tale circostanza semplicemente rivela come in Russia fosse predominante già allora un atteggiamento di sospetto e avversione verso tutto quanto fosse percepito come latore di influsso esterno, e come l’Ucraina non fosse intesa come un Paese indipendente e sovrano bensì come un territorio pienamente integrato nell’orbita russa e pertanto intangibile da tutto quanto puzzasse di “proselitismo”.

In questo si concreta la convinzione che Mosca sia la Terza Roma, sede dell’unico legittimo impero. Spiega Codevilla: “Dopo essersi posta come centro mondiale del comunismo contro ogni religione e Chiesa, Mosca, protetta dal potere politico, ritorna ad affermarsi come centro mondiale dell’Ortodossia. Putin, a sua volta, come un tempo lo zar e ancor prima il basileus bizantino, si pone come il protettore di tutti gli ortodossi e dei valori cristiani”.

La missione della Russia nel mondo è riassunta dalle parole pronunciate dal patriarca Kirill l’11 novembre 2014 aprendo i lavori del XVIII Concilio Popolare Mondiale Russo: “Abbiamo bisogno di una grande sintesi dei nobili ideali spirituali dell’antica Rus’, delle conquiste statali e culturali dell’Impero russo, degli imperativi sociali della solidarietà e degli sforzi collettivi per raggiungere i fini comuni che hanno determinato la vita della nostra società per gran parte del XX secolo e della giusta aspirazione alla realizzazione dei diritti e delle libertà dei cittadini nella Russia post sovietica”… gran parte del XX secolo, cioè l’epoca sovietica durante la quale la Chiesa era emarginata. Dunque Kirill non solo accetta, ma fa proprio e ribadisce l’assoggettarsi della Chiesa allo Stato e, quando parla di valori spirituali, è evidente che questi siano intesi in senso strumentale, per portare avanti il verbo del dominio moscovita nel mondo.

Questa istanza imperialista dunque, vistasi tarpata con la crisi del periodo sovietico, è rinata ben presto sotto le spoglie del rinnovato connubio tra Stato e Chiesa sotto l’egida di Putin. Questo fervore di religiosità statale può ben strumentalizzare la minaccia dell’estensione della Nato per giustificare i propri atteggiamenti. Ma è evidente che questi prescindono dalla dinamica delle tensioni internazionali, e hanno a che vedere con qualcosa di più antico, profondo e radicato, che ha assunto da qualche secolo il volto della Terza Roma: Mosca ha un destino imperiale che deve estendere nel mondo, a prescindere che questo avvenga per mezzo del comunismo, dell’Ortodossia o della pura e semplice forza delle armi.

Neostalinismo e espansione militare

Su questo tema insistono gli scritti di Stefano Caprio, non a caso raccolti sotto il titolo “La guerra preventiva della Russia contro l’Occidente”, in cui l’aggettivo “preventiva” pone in evidenza come l’invasione in Ucraina nasca da qualcosa che trascende i fatti di piazza Maidan del febbraio 2014, o di più antico delle pressioni o ingerenze esercitate da Kiev nei territori russofoni del Donbas.

Spiega Caprio: “Il Mondo Russo… è il titolo di un’ideologia e di un programma di azioni ad ampio raggio, che travalica i confini dei tanti paesi coinvolti e pretende di descrivere un fenomeno universale, che nella coscienza dei Russi è destinato a segnare i destini di tutti i popoli, non solo quelli che usano l’alfabeto cirillico e guardano ai confini dei due continenti, l’Asia e l’Europa”. Un’ideologia che dall’inizio degli anni Novanta è presentata come una struttura reticolare, interstatale e intercontinentale di “società grandi e piccole, che pensano e parlano nella lingua russa” secondo le parole dello storico Efim Ostrovkij.

Certo vi sono o vi potrebbero essere voci interne di opposizione a questa visione imperialista, ma esse sono silenziate con l’accusa di essere agenti stranieri. Tanto che nel 2021 è stata chiusa la storica associazione Memorial, che fu costituita dopo la caduta dell’Urss per ricordare l’opera e i sacrifici dei tanti dissidenti.

Non a caso, nota Caprio, la “figura di Stalin viene sempre più onorata e rivalutata come colui – sono parole di Putin – che aveva compreso la necessità di creare un grande stato russo, non la federazione delle repubbliche incapaci di unirsi, ciò che ha generato tutti i problemi di oggi”.

In Africa

E il patriarca Kirill accompagna il riemergere dell’imperialismo russo nello scontro con le Chiese Ortodosse di altri Paesi quali il patriarcato ecumenico di Costantinopoli e naturalmente la Chiesa Ortodossa ucraina, ma anche in Africa, dove l’esarca inviato dal Patriarcato moscovita è Leonid Gorbacev, collaboratore di Kirill ed ex militare russo che si occupa di relazioni anche con l’Armenia e l’India. Il golpe in Burkina Faso del 24 gennaio è stato patrocinato da Mosca e i militari russi hanno soppiantato quelli francesi, mentre i legami con Algeria, Egitto e Sudafrica si sono fatti sempre più intensi. La strategia di Mosca punta a conquistare l’Africa anche perché i voti dei Paesi africani costituiscono un quarto di quelli dell’Assemblea ONU e, se attirati in maggioranza verso Mosca, le darebbero un peso non indifferente a livello internazionale.

Il problema è che tali ingerenze russe in Africa possono divenire uno dei punti di attrito con la Cina, la quale a sua volta sta estendendo il suo peso nel continente nero, ma agendo soprattutto attraverso investimenti infrastrutturali: da un lato quindi c’è l’estendersi dell’influsso economico cinese, dall’altro il nuovo imperialismo militare russo.

Ideologia imperiale

E con la guerra in Ucraina la tendenza all’uso della forza nei rapporti internazionali non potrà che crescere a Mosca, mentre la religione ortodossa fornisce il supporto ideologico alle imprese militari del Cremlino.

Al riguardo, Caprio cita l’analisi del filosofo russo-americano Mikhail Epstein, che “ha definito la condizione psicologica dei russi oggi come schizofascismo, una forma di fascismo mascherato da lotta contro il fascismo. Sotto il termine fascismo Epstein intende un’intera visione del mondo che unisce la teoria della superiorità morale, etnica o razziale, la missione divina, l’imperialismo, il nazionalismo, la xenofobia, l’aspirazione alla superpotenza, l’anticapitalismo, l’antidemocrazia, l’antiliberalismo”.

Ecco dunque che, mentre in Occidente si compiono analisi fondate sulle condizioni e gli interessi economici, in relazione alla guerra in Ucraina, come in relazione ai rapporti internazionali in generale, secondo l’analisi di Caprio in realtà la strada che Mosca ha intrapreso è totalmente incentrata su una missione ideologica: un una nuova ideologia nazionalista ammantata di pretese religiose che ha soppiantato il comunismo sovietico.

E è grazie a questa ideologia che Mosca si è posta quale polo attrattore di tutte le dissidenze, giuste o sbagliate che siano, che si sono manifestate nel mondo occidentale a seguito del dirompente liberismo fondamentalista emerso in questi ultimi decenni, in particolare dall’epoca di Reagan e della Thatcher, non solo in campo economico, ma anche sul terreno morale.

Il comunismo sovietico – sostiene Caprio – odiava l’America e l’Occidente perché metteva l’individuo al di sopra del collettivo, la libertà personale prima dell’unione sociale, la religione putiniana fa la guerra all’Occidente perché corrompe gli animi dei russi, impedisce di riconoscere la supremazia morale di un popolo su tutti gli altri. Se Stalin era il padre dei popoli e si faceva incensare dai preti, Putin vuole essere riconosciuto come il nuovo verbo incarnato, rappresentante del popolo che ha la missione di salvare tutti, capo della chiesa della nuova Apocalisse”. E chiunque si opponga a tale disegno è considerato un nemico di una Russia sempre più prona a sentirsi accerchiata da nemici da ogni lato, tanto quanto desiderosa di farsi alleata la potenza cinese tramite l’intesa con la quale confida di poter sconfiggere il mondo occidentale a guida statunitense.

Guerre di religione

L’impulso ideologico che si raccoglie attorno alla figura di Putin oggi, non appare molto lontano del fanatismo insorto in alcuni settori del mondo islamico dalla guerra in Afghanistan in poi – e non è un caso che nella pubblicistica russa gli annunci di un ritorno a una più stringente educazione patriottica dei giovani fin dalle scuole primarie faccia il paio con gli appelli a una più stretta alleanza col mondo islamico, tanto che recentemente l’agenzia stampa statale RIA Novosti ha descritto la Russia come un grande paese islamico – sotto l’egida ortodossa ovviamente.

Insomma, con la guerra in Ucraina si può dire che il mondo sia ripiombato all’epoca delle guerre di religione. E ripensando all’affermazione che “la Russia non può perdere la guerra in Ucraina”, ribadita da alti esponenti del regime sin dalle prime battute dell’invasione a fine febbraio, si comprende come questa sia figlia dell’atteggiamento da fondamentalismo imperialista descritto nel volume in questione.

Sta al mondo occidentale a questo punto considerare se le modalità con le quali tale conflitto è stato sinora affrontato da parte sua, sul piano eminentemente militare, siano veramente adatte per contrapporsi a quell’atteggiamento ideologico.

La Nuova Russia. Dal 1991 alla guerra in Ucraina di Giovanni Codevilla con un saggio di Stefano Caprio (Jaca Book, pagine 420, euro 46,00)

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