Di Leonardo Servadio

Se non si fosse chiesto “Perché cade?”, Newton si sarebbe tenuta la sua mela e questa non avrebbe acquisito la fama attribuitale dalla legge della gravitazione. E se invece di limitarsi a ripulire dalla muffa il piattino, Fleming non si fosse chiesto perché non vi si trovassero batteri, che ne sarebbe stato degli antibiotici?

Siamo abituati a pensare ai progressi scientifici e tecnici come a una successione di soluzioni: sarebbe forse più interessante guardarli come a una successione di domande che inquadrano i problemi e, così facendo, aprono la via alle soluzioni. Senza una previa domanda non si dà successiva risposta: è qualcosa a tutti noto poiché la crescita delle persone si innesta sulla curiosità infantile manifestata nell’a volte ossessiva ripetizione di domande: Perché? E perché? E perché?.

Ma c’è forse qualcosa di più della semplice domanda: che la domanda sia posta con la fiducia di trovare la risposta. In altri termini, che non sia un domandare per il gusto astratto di farlo, ma un domandare animato dal gusto di ricercare una positiva soluzione al problema posto.

Son queste alcune delle considerazioni che riassumono gli intenti fondanti dell’opera di Warren Berger “Il libro delle domande brillanti”. L’autore si qualifica di “domandologo” e nel volume cita diversi altri colleghi in quest’arte che ritiene sua. Il fatto stesso di propagandarla è un grande merito, proprio perché esula dall’abitudine propria dell’età adulta, in cui porre domande sembra rivelare ignoranza e pertanto viene sfuggito: il che è qualcosa che pure va contro uno dei fondamenti della cultura occidentale, quel “so di non sapere” senza il quale non solo la filosofia platonica, ma la filosofia in generale e la scienza nel suo insieme non potrebbe esistere.

Berger è un giornalista americano e pertanto la sua opera si adatta al mercato d’oltre oceano e molto insiste su come imprenditori e capitani d’azienda – gli onnipresenti ceo che sembrano essere al vertice delle aspirazioni sociali – traggono vantaggio nei rapporti coi loro collaboratori, dal rivolgersi a loro proponendo domande invece che diramando ordini, dato che le prime coinvolgono e arricchiscono, mentre i secondi allontanano e inaridiscono.

Ma, al di là degli aspetti commerciali, il problema investigato da Berger è veramente importantissimo, e riguarda tutti gli ambiti del vivere umano, intra ed extra familiare, sociale in senso lato, culturale, internazionale.

Si pensi solo al fatto che la domanda porta di per sé ad ampliare gli orizzonti, poiché il semplice atto del chiedere implica un previo riconoscere e accettare i limiti propri. E questa cognizione è necessaria per superare l’atteggiamento di voler a tutti i costi imporre il proprio punto di vista: atteggiamento peraltro tipico dell’essere umano pronto al litigio e prono alla logica della forza e quindi anche della violenza.

Un esempio. Nel prendere in considerazione la vasta serie di domande attorno alle quali si struttura il libro, una che viene proposta è “vuoi avere ragione o vuoi la pace?”. “È una buona domanda – dice l’autore – da tenere a mente quando si è in guerra tra amici, e forse anche ta Paesi”.

In questi mesi in cui son tornate di moda le guerre e le contrapposizioni frontali fondate su reciproche minacce di escalation, è di quelle domande che possono dare molto di che pensare. Perché l’atteggiamento confrontazionista implica non riconoscere all’altro ragione alcuna, laddove l’atteggiamento pacifista implica privilegiare il cercare di comprendere le ragioni dell’altro per individuare una possibile via di dialogo. Una semplice constatazione, ovvero che le guerre non possono durare all’infinito (o forse lo possono?) potrebbe suggerire che se prima o poi i contendenti dovranno sedersi al tavolo del negoziato, tanto vale farlo prima che molto sia perduto, anziché dopo, quando il conflitto avrà indebolito tutte le parti.

Considerazioni di questa natura sono anche alla base della costituzione degli organismi internazionali sorti proprio al fine di cercare di evitare i conflitti. La loro forza sta nella volontà di dialogo, che a sua volta è figlio di una domanda: “che cosa mi conviene di più?”. Il problema è che tale domanda può avere uno sbocco positivo se viene formulata da tutte le parti in causa e con onestà intellettuale.

D’altro canto v’è tutta una tradizione della cultura occidentale che si fonda proprio su tali presupposti: è quella che il cristianesimo ha formulato nella forma delle parabole recanti messaggi quali: sto guardando una pagliuzza nell’occhio altrui o sono offuscato da una trave nei miei occhi? chi è veramente nelle condizioni di gettare la prima pietra? Sono sicuro che quanto faccio ad altri vorrei che gli altri facessero a me? Ecc.

C’è poi più in generale l’aspetto della creatività. Come può una persona essere creativa se non anima il proprio pensiero con valanghe di domande? Poiché la domanda apre alla novità, schiude la porta dell’ignoto. Ma ovviamente , come peraltro in ogni ambito della vita, le domande vanno poste con un’intenzione positiva, ovvero aperta a trovare soluzioni. Al riguardo per esempio il volume mette in guardia dal formulare domande errate. Quali “Sono creativo?”. Perché così posta la domanda insinua il dubbio e ipso facto nega la predominante qualità umana. Ogni essere umano è creativo per il semplice fatto di esser tale, l’umanità nel suo complesso e in ogni suo singolo esponente vive proprio di creatività. Oppure “Dove trovare un’idea originale?”, domanda che riconduce all’idea che ormai tutto sia stato inventato e che bisogna partire da zero per trovare qualcosa di nuovo. Tutte le idee nascono da altre idee previe, spiega l’autore, e traggono alimento dall’esperienza di vita che in ogni caso è originale, come originali sono tutti gli esseri umani.

Ecco dunque che è importante come si formulano le domande, e il punto di vista da cui si parte. Che magari va cambiato, ovvero la prima domanda per aprirsi alla creatività è chiedersi come cambiare il punto di vista consolidato. Che è poi anche come chiedersi, come superare i pregiudizi raccolti nel corso degli anni e dei processi educativi nei quali chiunque è stato coinvolto. Insomma, come guardare il mondo con occhi nuovi.

Come farlo? Anzitutto ponendosi il problema. Tra i suggerimenti di Berger: abituarsi a farsi elenchi di domande cercando tra queste di individuare quelle più pertinenti e produttive.

In sunto, si tratta di esercitarsi a cambiare il punto di vista. È il più sociale degli esercizi immaginabili, quello che consente di aprire nuovi orizzonti.

Chiunque si sia trovato nelle condizioni di docente o di discente sa che la scintilla dell’intelligenza si accende quando la singola persona trova di per sé la risposta a una domanda interessante che si era, o che le era stata, posta. Non nell’aver recepito una risposta già confezionata.

Aprirsi al mondo delle domande è aprirsi a un nuovo mondo, che chiunque può scoprire essere un possesso proprio, non un prestito altrui.

Warren Berger “Il libro delle domande brillanti. Domande potenti per decidere, creare, connettervi agli altri, ispirare” (FrancoAngeli, pagine 348, euro 24,00)

 

Berger – FrancoAngeli
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