Non ci sono dubbi che l’America non è mai stata polarizzata come oggi, a un livello tale da mettere in pericolo il futuro della stessa democrazia. Un ruolo centrale nell’aumento delle tensioni è stato giocato dall’ideologia del “politicamente corretto” che, partendo dalle premesse di combattere le discriminazioni contro le minoranze, si è trasformato in uno strumento di fanatismo che criminalizza gli avversari che vanno semplicemente cancellati, senza se e senza ma. Un nuovo libro analizza l’impatto devastante che questo approccio ha sulla libertà di pensiero sia a livello culturale che politico.

Costanza Rizzacasa d’Orsogna è un’acuta giornalista che collabora all’inserto la Lettura del Corriere della Sera e possiede un’approfondita conoscenza della letteratura e della società statunitense. Il suo ultimo lavoro affronta le contraddizioni devastanti aperte dall’azione di quegli intellettuali radicali che, pervasi dal sacro fuoco della giustizia sociale, cercano di regolamentare il discorso politico e culturale definendo bigotte e illegittime le opinioni di chi non condivide le loro posizioni. Mentre vent’anni fa questo atteggiamento prevaleva all’interno dei campus universitari, oggi il politically correct fiorisce sui social, dove è diventata una tendenza di moda e ha acquisito un’influenza molto più vasta che contribuisce a radicalizzare lo scontro.

La retorica di sinistra –scrive l’autrice- che da anni infuria dentro e fuori i campus, eliminando tutto ciò che può apparire politicamente scorretto, alimenta il bigottismo di destra, in un circolo vizioso in cui perdono tutti. E c’è anche chi sostiene che la cancel culture non esista proprio”. Si è arrrivati quindi alla richiesta di mettere al bando autori come Nathaniel Hawthorne, Mark Twain, Harper Lee, Flannery O’Connor, Philip Roth e lo stesso Omero. Su Twitter infuria #DisruptTexts, un movimento per la giustizia sociale creato qualche anno fa da insegnanti della scuola dell’obbligo per i quali qualsiasi opera che non si attenga alle norme percepite in materia di rispetto e di uguaglianza dev’essere bandita. Ma, si chiede Rizzacasa d’Orsogna, “è giusto giudicare il passato alla luce delle sensibilità odierne? Si può essere razzisti (oppure omofobi, misogini, antisemiti) e contemporaneamente grandi autori? Può un uomo scrivere di donne? Può un bianco tradurre un’autrice nera? E quanti autori resistono davvero alla prova del tempo?”.

Guerre culturali e guerre civili

Dopo l’attentato islamista dell’11 settembre 2001 l’America si ritrovò più unita che mai intorno al presidente George W. Bush e al sindaco di New York Rudy Giuliani. Vennero bandite le divisioni tra destra e sinistra e tutti i cittadini sentivano di avere un destino comune. La pandemia di Covid-19, invece, non ha prodotto lo stesso risultato. Il Paese si è diviso lungo linee partitiche e ideologiche, mentre l’emergenza sanitaria è stata usata per mettere in difficoltà gli avversari politici. Uno studio multidisciplinare pubblicato nel 2021 dalla National Academy of Sciences avverte che la polarizzazione negli Stati Uniti ha raggiunto un pericoloso punto di non ritorno: le divisioni politiche, prima di tutto, sono diventate inconciliabili.

Bolesław Szymánski, uno degli scienziati che ha condotto lo studio, nota che con il Covid-19 non si è creata quella ‘comunità terapeutica’ che aiuta a superare il trauma perché “il Paese era già troppo polarizzato”. “Una volta superato il punto di non ritorno –avverte Szymánski- non esistono mezzi costituzionali in grado di invertire la rotta. In una società così divisa, mantenere la democrazia, che richiede il contributo di tutte le parti, è estremamente complicato”. Dobbiamo poi considerare la polarizzazione sui social, dove le discussioni, in particolare su Twitter, sono guidate da un piccolo ma agressivo gruppo di attivisti. Inoltre, uno studio del colosso immobiliare Redfin, documenta che gli americani si stanno trasferendo in massa negli Stati il cui orientamento politico rispecchia il loro.

Nel 1991 James Davison Hunter, sociologo dell’Università della Virginia, popolarizzò il concetto di ‘guerre culturali’. A quel tempo, l’America era segnata dalla lotta tra una società liberal secolare, che spingeva per i cambiamenti, e una conservatrice, che fondava la propria visione del mondo sulle Sacre Scritture. Temi come l’aborto, i diritti gay, l’insegnamento della religione nella scuola pubblica: erano queste le ‘guerre culturali’. “Ma mentre sulla politica -dice Hunter- si possono fare compromessi, la cultura è egemonica, riguarda ciò che è sacro: è una questione di verità morali supreme. È, insomma, di natura esistenziale”.

Trent’anni dopo, secondo Hunter, le guerre culturali si sono moltiplicate fino ad abbracciare tutta l’esistenza e dominare la politica, trasformata in un conflitto permanente. In un’intervista a Zack Stanton di Politico, Hunter ha sostenuto che questo clima di scontro perenne mette a rischio il futuro degli Stati Uniti. “Le guerre culturali –ha dichiarato lo studioso- precedono sempre quelle armate. Non portano necessariamente alle guerre armate, ma non esiste guerra armata che non sia preceduta da una guerra culturale, perché la cultura fornisce le giustificazioni per la violenza. È proprio dove ci troviamo adesso. La democrazia è sostanzialmente un accordo che non ci uccideremo per ciò che ci divide, ma ne discuteremo. E però oggi si iniziano a vedere, da entrambe le parti, segni di giustificazione della violenza, per esempio nel tentato colpo di Stato del gennaio 2021 per ribaltare la sconfitta di Trump, ma non solo”.

Caduti sul campo di battaglia di Gettysburg (1-3 luglio 1863), una delle battaglie più importanti della guerra di secessione americana.

La religione dell’antirazzismo

In realtà, dietro le campagne per la giustizia sociale si cela spesso il cinico sfruttamento di temi sentiti dalle minoranze per perseguire interessi politici o finalità di altro genere. Ad esempio il termine woke (che oggi indica l’essere consapevole di certe questioni culturali), usato da molti attivisti bianchi, originariamente apparteneva al nazionalismo nero all’interno del quale significava prendere coscienza dell’assoggettamento dei neri al potere dei bianchi. In seguito, woke ha cambiato ancora accezione, e oggi è usato soprattutto dalla destra politica come dispregiativo, strumentalizzato e trasformato in arma per attaccare la sinistra.

Un altro esempio, riportato nel libro, è rappresentato dall’uso manipolativo che viene fatto del tema del razzismo, ancora un problema endemico all’interno degli Stati Uniti. Il linguista John Mc Whorter, docente di studi americani alla Columbia University, che già nel 2018 aveva denunciato come l’antirazzismo stesse diventando pericoloso quanto il razzismo, in un articolo del 2020 sull’Atlantic si era scagliato contro la minaccia alla libertà accademica rappresentata dalla cancel culture. Aveva affermato che certi comportamenti e opinioni antirazzisti erano andati troppo oltre, e la sinistra culturale, insieme al mondo delle istituzioni e a quello di imprese e aziende, avevano sbagliato ad assecondarli. Questo perché, secondo il linguista, frange dell’antirazzismo hanno creato una religione di zeloti che soffoca la diversità, le sfumature di pensiero e il dibattito.

In un’intervista a Vox e alla radio pubblica NPR, McWhorter sosteneva che se non sei d’accordo con i teorici dell’antirazzismo, “se violi le loro norme, tu debba essere licenziato, sanzionato, buttato fuori dalla società civile. Che tu sia sporco e non debba stare in mezzo gli altri”. E questo lo sa molto bene Gary Garrels, curatore del Museo d’arte moderna di San Francisco, costretto alle dimissioni per aver usato l’espressione “reverse discrimination” (discriminazione al contrario) riferendosi al “non collezionare opere di artisti bianchi”. La stessa cosa era successa alla critica gastronomica Alison Roman, la cui rubrica sul New York Times era stata sospesa dopo che l’autrice aveva criticato celebrità di origini asiatiche come Chrissy Teigen e Marie Kondo.

John McWhorter, linguista e collaboratore di prestigiose riviste, insegna alla Columbia University e ha condotto coraggiose polemiche contro la cancel culture che non fa nulla per migliorare in concreto le condizioni dei neri.

McWhorter precisa che: “È indubbio che il razzismo sistemico esista, che le iniquità e le ineguaglianze siano una piaga per le comunità nere. Il problema è come certi intellettuali pretendono di combatterle. Spesso in un modo che non è affatto d’aiuto. Siamo così impegnati a fare i poliziotti del linguaggio altrui che ci dimentichiamo del vero lavoro, quello sicuramente meno glam di mettersi con le ginocchia per terra e cercare di cambiare la società per davvero. Facciamo insomma solo cosmetica, mentre cinquant’anni fa quello sì che era vero attivismo per i diritti civili. Fare i poliziotti del linguaggio è molto più facile che fare il lavoro sporco. A me interessano i cambiamenti veri, le politiche sociali che possono cambiare le vite delle persone nere, tutto il resto distrae da questo obiettivo”.

Secondo il docente, l’accusa del white privilege, l’ingiusto privilegio di cui godono i bianchi, continua a colpirli “come peccato originale: una macchia che i bianchi hanno dalla nascita e di cui non si libereranno mai. Si pretende che ci pensino sempre, che si sentano sempre in colpa. Puoi essere un bianco poverissimo e per niente razzista, ma poiché sei bianco devi fare ammenda per tutta la vita”. Eh sì, i poveri bianchi esistono nel Paese più ricco del mondo, come dichiarava a Rizzacasa d’Orsogna Sarah Smarsh, autrice di un libro sull’argomento, in un’intervista per la Lettura. “Siamo 60 milioni di persone -dice la Smarsh- e non siamo neanche tutti bianchi, anche se lo siamo più delle aree urbane. Il simultaneo privilegio di razza e svantaggio economico dell’americano bianco delle aree rurali non è evidente a tanti. I media liberal faticano a parlare di povertà bianca, come se i poveri fossero altri. Ma quaranta milioni di persone sono povere in America, centoquaranta sono in difficoltà, e tra loro ci sono più bianchi di qualsiasi altra razza, anche se è vero che se sei una persona di colore sei più a rischio di essere povero. C’è un’espressione che racconta questa miopia: white trash, spazzatura bianca”.

La facoltà di lettere antiche dell’università di Princeton ha abolito l’obbligatorietà dello studio delle lingue latina e greca sottolineando come queste “siano invariabilmente legate alla supremazia bianca e al colonialismo”. Lo stesso è stato fatto, per motivi economici, dalla Howard University di Washington D.C., unico fra gli atenei americani storicamente neri a vantare una facoltà di lettere antiche. In un accorato editoriale sul Washington Post, Cornel West, uno dei più noti filosofi americani, ha scritto: “La rimozione dei classici è il segnale che la nostra cultura ha abbracciato l’istruzione utilitaristica a spese di quella che ci forma come individui, come anime. Invece dovremmo mettere tutte le risorse che abbiamo nella formazione di individui coraggiosi, di visione e virtù civica”.

Un esempio in piccolo di cancel culture lo ha dato anche l’Università di Milano-Bicocca quando, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, ha soppresso un ciclo di lezioni dello scrittore Paolo Nori dedicate a Dostoevskij, “per evitare ogni forma di polemica in un momento di forte tensione”. Il libro si conclude con una domanda: “C’è speranza? Chissà. Se così non fosse, per citare proprio Dostoevskij, si potrebbe dire che presto alle persone intelligenti sarà vietato fare qualsiasi riflessione per non offendere gli imbecilli”.

Costanza Rizzacasa d’Orsogna
Scorrettissimi
La cancel culture
nella cultura americana

Laterza, p.208, 18 euro

Galliano Maria Speri

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