di Aldo Ferrara (*)

Secondo UNRIC (United Nations Regional Information Center, Divisione popolazione delle Nazioni Unite) nel 1950 solo 29 su 100 abitanti del pianeta vivevano in aree urbane. Nel 1990 questa quota era salita al 45% con una popolazione urbana più che triplicata: 2,4 miliardi. Nel 2009 la popolazione urbana mondiale ha superato quella rurale. Oggi vivono in aree urbane oltre tre miliardi e mezzo di persone. Intorno al 2030, quando la popolazione mondiale dovrebbe raggiungere gli otto miliardi, si calcola che cinque miliardi risiederanno in città.

Tra i principali fenomeni collegati, i cambiamenti climatici che comportano degrado ecologico, l’aumento della popolazione, il prezzo crescente dell’energia e della domanda di prodotti come carne e latte. Non minori il ruolo della competizione per i terreni agricoli stimolata dai biocarburanti e dall’espansione del settore industriale. La parola chiave che lega tutti questi processi è urbanizzazione. A essa si collega la meccanizzazione: quindi inquinamento, quindi cambiamento climatico e attraverso questo percorso si arriva alla distruzione delle aree rurali..

Tutto ciò appare di prima importanza nella costituzione di megalopoli specie in paesi poveri dove la desertificazione del territorio e delle aree rurali è condizione che ha conseguenze gravi per la sopravvivenza delle persone e le spinge a inurbarsi. Ma il maggior inquinamento urbano implica un’accelerazione dei processi indicati. Ergo maggiore inurbamento, maggiore inquinamento, maggiore desertificazione rurale per cambiamento climatico…

Valutazione comparativa tra popolazione e concentrazioni di polveri sottili nelle principali megalopoli con popolazione superiore a 14 milioni di abitanti. Si noti l’indipendenza tra i fattori considerati, nel segno che altre variabili, oltre traffico e fattori antropici, possano coesistere.

Fattori di povertà

Ma è la qualità della vita dell’anziano ultrasessantacinquenne che appare compromessa: sono 13.5 milioni gli anziani che vivono in Italia (dati ISTAT al Gennaio 2016). La loro condizione socio-economica appare quella più compromessa: su 5 milioni di prestazioni per pensioni di vecchiaia (dati INPS), il 52% gode di un reddito inferiore a 500 euro e il 78% non supera i 750 euro.

Dal Rapporto Auser (Associazione per l’invecchiamento attivo) del 2012 rileviamo quanto segue: la spesa media mensile per un anziano solo aumenta da 1.162 del 2003 a 1.446 € del 2010. Interessante rilevare che al contempo la spesa sanitaria nello stesso periodo si riduca del -0,6%.

Nella condizione di coppia, l’aumento di spesa passa da 1.899 a 2.213 € (2003-2010). Degno di nota è il fatto che per la coppia si registri un minore tasso di riduzione della spesa sanitaria (-0,3%), indice di una sinergia tra coniugi, verosimilmente per i farmaci. Della serie: nel menage si divide la vita e il farmaco salvavita! Questa condizione di sub-povertà impone mediamente una decurtazione delle spese ritenute accessorie (abbigliamento e calzature -0,8%) e influenza negativamente l’alimentazione la cui spesa viene ridotta del 1,7%. è inevitabile che la ricaduta sulla qualità e quantità dei cibi possa essere fattore limitante una condizione di benessere (Rapporto Auser 2012).

Aumenta il numero di anziani che si recano ai discount negli orari di chiusura allorché vengono decurtati i prezzi di cibi in scadenza. Secondo il Rapporto Nutrage del CNR, il numero di calorie introdotte si riduce mediamente al di sotto delle 400 ed è altrettanto ipotizzabile, anche se non accertato, un aumento delle infezioni gastro-intestinali, a causa della scarsa qualità dei cibi (Rapporto Auser 2012; EURISPES, Rapporto Italia, 2012).

In questa ottica di “vecchiaia malata”, con un benessere appena di superficie, l’equilibrio diventa precario, se non critico, ai primi segni di malattia o invalidità. In mancanza di altri pilastri di sostegno (assistenza caritatevole, assistenza dei familiari spesso soggiogati dalla mancanza di lavoro) l’anziano a malapena riesce a sopravvivere dignitosamente, finché non compaia l’evento clinico. A quel punto l’indebitamento è d’obbligo e solo così si comprende perché 7 milioni di cittadini italiani ricorrano ai prestiti onerosi per le cure (CENSIS 2015).

Malgrado questo, non manca qualche elemento positivo o, meglio, ottimistico. Secondo il Rapporto Auser 2012, si assiste a un aumento di oltre un punto percentuale di anziani che si dichiarano in buona salute (per la fascia 65-74 si passa da 36.9% al 38,8%, per quella over 75 da 20,9 a 22,2%), indice di un miglioramento semi-stratificato, perlomeno nella percezione della propria salute. Ne è riprova anche il dato speculare, ossia la diminuzione di anziani (2,3% e 4,8%,2009, 1,8% e 4,6% 2010) nelle rispettive fasce di età sopra indicate, circa la percezione soggettiva di malessere fisico. In questo contesto, non ci si può esimere dal trattare dell’assistenza residenziale, problema capitale per un anziano che, spesso solo, è inidoneo alla sua stessa sussistenza. I presidi residenziali di natura socio-sanitaria e per assistenza, secondo i dati ISTAT, sono 12.261 e dispongono complessivamente di 384.450 posti letto ma con una significativa differenza territoriale tra nord e sud. A nord si concentra la massima offerta (9 posti letto/1000 residenti) al sud sono solo 3/1000. Ma contestualmente non manca invece una tipologia di anziano apparentemente sano. Tuttavia l’anziano che vive nella metropoli, il cui tasso di inquinamento è sempre più elevato, ha un rischio in più: quello coronarico.

La probabilità di essere falcidiati dalle patologie ambientali è particolarmente rilevante per gli anziani, i bambini e alcune categorie a rischio lavorativo come benzinai, vigili urbani, tassisti. Peraltro, nessuno può ritenersi immune, considerata la poco conosciuta frequenza della Sindrome dell’Edificio Inquinato. Ossia di quel maxicomplesso di edilizia popolare in cui il ricambio aereo indoor avviene comunque da fonti inquinate outdoor: basti pensare agli alloggi popolari edificati in periferie sedi di discariche, reti fognarie precarie, rifiuti industriali. Nei nostri agglomerati urbani, è proprio il ricambio aereo da fonti inquinati a costituire un autentico problema di difficile soluzione.

Megalopoli e campagne desertificate

Dunque se la realtà è da un lato megalopoli e dall’altra progressiva desertificazione, il peggioramento della qualità della vita per l’anziano pone il problema del raggiungimento alla sede di Offerta Sanitaria, compromesso in città dalle interminabili liste d’attesa e in ambiente rurale dalla progressiva complessità di raggiungere la sede di cura che, appunto, spesso è allocata in Aziende Ospedaliere in aree urbane.

Visione sinottica delle cause di inurbamento e moltiplicazione delle problematiche socio-sanitarie.

In tali condizioni l’Home Care diventa uno dei fattori essenziali della sopravvivenza.

Mobilità & Traffico

Non solo l’inquinamento ma anche la riduzione della mobilità per congestione diventa uno dei fattori primari che possono fare la differenza tra la vita e il decesso in condizioni estreme. Se il 60% del territorio italiano è montuoso o collinare e le comunicazioni viarie sono difficili (e a volte divengono impossibili), è altrettanto vero che nelle aree urbane il raggiungimento delle sedi di cura sono estremamente rallentate da una velocità media dei trasporti che oscillano entro una forbice tra i 7 km/h ed i 12 km/h. Ecco che dunque si pone il problema del ricongiungimento tra medico e paziente. Solo la possibilità di rendere più mobili le strutture sanitarie,, fino a portarle direttamente a domicilio, ovvero le soluzioni proposte per l’interconnessione digitale tra medico e paziente, potranno sanare la domanda di salute.

Bibliografia:

Ferrara A., Quinto Pilastro, il tramonto del SSN, Bonfirraro, 2016. Prefazione di Silvio Garattini

Ferrara A. et al. La vita al tempo del Petrolio, Agorà&CO, Lugano 2017

(*) Professore f.r. di Malattie Respiratorie nelle Università di Milano e Siena, Executive Manager dell’European Research Group on Automotive Medicine.

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