di Galliano Maria Speri

Pushkar è una cittadina piena di pellegrini che si recano al lago sacro ma, a giudicare dai tanti alberghetti e insegne straniere, fiorisce anche un certo tipo di flusso turistico religioso-filosofico. L’autobus che ci ha accompagnato in centro ha parcheggiato in un vasto spazio sabbioso, una specie di stadio, che ospita una volta all’anno, nel periodo ottobre-novembre, la fiera dei cammelli, una volta molto importante, vista la vicinanza del deserto.

Fino a qualche decennio fa la fiera di Pushkar era popolarissima, ma oggi è un evento che attira soprattutto i turisti. Lungo la strada per il centro abbiamo visto molti cammelli, tra cui uno che si rotolava per terra come fanno i gatti. Le vie che portano al lago sacro sono una sfilata ininterrotta di negozi, vivi e coloratissimi, che offrono merci di ogni tipo. Ogni prezzo si può contrattare, ma il viaggiatore occidentale dovrebbe cercare di ricordare sempre l’equivalente in euro della merce che sta acquistando. Ad esempio, una coppia di marionette indiane, di fattura accettabile, viene offerta dai venditori ambulanti alla cifra di 100 rupie, circa un euro e mezzo, una cifra che ci dice quanto il costo del lavoro locale sia infimo.

La cerimonia della purificazione non è riservata soltanto agli indù ma anche gli stranieri possono essere ammessi a una specie di preghiera collettiva, che invoca benessere, salute e protezione sugli oranti. Un santone locale, che indossava una improbabile polo bianca, ci ha benedetto durante una breve cerimonia vicino al lago. Ci siamo lavati le mani in acqua purificata da petali e dopo l’oblazione al santone abbiamo avuto il permesso di fare fotografie alle persone che facevano le abluzioni rituali. Pushkar è l’unica città che possiede un tempio dedicato al dio Brahma, che non è di nessun interesse artistico ma testimonia la fede dei locali. Un improvviso temporale ha scatenato un fuggi fuggi generale e le scarpe lasciate ai piedi della scalinata che conduce al tempio sono state buttate in tutte le direzioni. Abbiamo trovato rifugio all’interno del negozietto in cui avevamo comprato alcune cianfrusaglie e il proprietario non si è limitato a ospitarci ma si è preoccupato di trovarci degli sgabelli, in modo da rendere più comoda la nostra attesa.

L’antica religione giainista

Insieme alla maggioranza indù, esistono molte altre religioni che hanno i loro luoghi di culto e i loro praticanti. Tra queste, soprattutto per lo splendore artistico di alcuni suoi templi, il giainismo ha un suo posto particolare. È infatti una religione antichissima e, anche se oggi è ampiamente minoritaria (intorno all’uno per cento della popolazione), può essere considerato il precursore del buddismo. Predica il ricorso all’ascetismo come unica via di salvezza e la non violenza assoluta sia verso gli uomini che gli animali, tanto che i monaci, che vestono sempre di bianco, a volte si muovono con una piccola scopa per spazzare il terreno davanti al loro cammino, in modo da evitare di calpestare le creature più piccole. Per lo stesso motivo portano spesso una mascherina davanti alla bocca in modo da evitare di ingoiare accidentalmente degli insetti. Poiché questa religione non approva l’agricoltura (l’aratura della terra danneggia molte creature viventi) gli adepti sono molto attivi nel settore finanziario e ci sono intere caste mercantili che, per tradizione, professano il giainismo e questo spiega la ricchezza della setta, nonostante il numero relativamente piccolo di adepti. La casta monacale è poi divisa tra i puristi, che ritengono l’ascetismo incompatibile con l’uso degli abiti e quindi pregano completamente nudi, e i monaci che accettano le convenzioni della società e usano coprire il proprio corpo. Che questa non sia semplicemente un’astratta disputa teologica è stato confermato dalla vista sulle pareti di un negozio di Jaipur di calendari che ritraevano sorridenti monaci giainisti completamente nudi, con le gambe incrociate nella posizione di preghiera.

L’ingresso principale del tempio giainista di Ranakpur, edificato nel XV secolo

Nei pressi della città di Ranakpur si trova uno splendido tempio giainista, uno dei più importanti dell’India, un capolavoro di intarsi di marmo bianco, iniziato nel 1437 e completato entro la fine del secolo. Si tratta di un complesso di quattro templi, il maggiore dei quali, il tempio Chaumukha, è composto da ventiquattro sale sorrette da 1444 colonne di marmo intarsiato e tutte diverse le une dalle altre, con quattro diversi ingressi che simbolizzano i quattro punti cardinali e quindi l’universo stesso.

Uno scorcio dell’interno del tempio con le sue splendide colonne

La luce che filtra all’interno si riflette sul marmo e lo colora di infinite sfumature con il procedere del corso del sole, creando un’atmosfera irreale e fuori dal tempo. È un susseguirsi di sale e cortili, cupole, altari e statue di divinità, con i soffitti riccamente decorati da motivi vegetali, complessi e intricatissimi. Lo scopo di tale magnificenza, che ha la leggerezza del ricamo più che quella del marmo, è riportare i fedeli alla giusta dimensione umana e prostrarsi di fronte al creatore dell’universo.

Dettagli delle colonne del tempio giainista di Ranakpur
Elefante scolpito all’interno del tempio di Ranakpur
Le raffinatissime decorazioni del soffitto del tempio di Ranakpur

Splendore e miseria dei maharajah

Nell’immaginario collettivo certamente la figura indiana più nota è quella del maharajah, monarca assoluto di un regno favoloso, che vive in regge sontuose, circondato da splendide fanciulle danzanti, e che può vantare ricchezze che superano ogni immaginazione. Come abbiamo già visto, i maharajah non furono assolutamente in grado di opporsi militarmente all’avanzata dei conquistatori moghul, anche perché vivevano fuori dal tempo, nelle mollezze dei loro palazzi e avevano un’idea cavalleresca della guerra. Al contrario, i moghul avevano invece acquisito le moderne tecnologie delle armi da fuoco apprese durante il continuo scontro con gli eserciti europei e non ebbero quindi alcun problema a soggiogare monarchi, ricchi e potenti, ma rimasti ancorati sostanzialmente ad una mentalità medievale. Nel XVIII secolo, una volta caduto l’impero moghul, anche i nuovi invasori inglesi ebbero l’accortezza di concedere privilegi e onori formali ai maharajah, che non rappresentarono mai un ostacolo al controllo coloniale del Paese. Oltre a costruire sontuose residenze, invernali ed estive, i maharajah edificarono anche numerosi forti in aree strategiche, con la doppia funzione residenziale e difensiva.

Uno dei più interessanti è senz’altro il Forte di Mehrangarh, costruito dal signore di Jodhpur su un colle che domina la zona circostante. La sua mole imponente, con mura spessissime, emana un incredibile senso di forza, ingentilita però dalle centinaia di finestrelle e colonnine che ornano le residenze reali. Stanze e cortili si susseguono senza sosta, in un percorso che apre ogni volta scorci mozzafiato. Questo forte, che attira un grandissimo numero di indiani e tantissimi studenti delle scuole locali, offre un’affascinante collezione di portantine da elefante e di ornatissime culle per i figli del maharajah. Dall’alto del forte, che si raggiunge con un veloce ascensore, si ha una bellissima vista sulla città di Jodhpur, chiamata anche “città blu”, dal colore dell’intonaco che riveste le abitazioni. Molto bella la discesa a piedi, tra scalinate, cortili interni e negozietti, una vera e propria “città nella città”, fino alla solida base finale. Ma forse la struttura più affascinante è il Forte Amber, protetto dall’Unesco dal 2013, la cui mole imponente ed esotica si allunga su diverse creste collinose a poca distanza da Jaipur. La salita al forte si fa a dorso d’elefante, mentre alcuni figuranti suonano il corno, il che crea un’atmosfera veramente particolare. Vedere la lunga fila di elefanti, bardati in colori molto accesi, che si snoda lungo il percorso sinuoso che conduce all’ingresso ci riporta indietro nei secoli. L’aspetto del forte è grandioso e imponente ma le stanze e i cortili sono riccamente decorati, specialmente la grande aula aperta e ornata da colonne multiformi che veniva usata dal sovrano per amministrare pubblicamente la giustizia. La pulizia dei cortili è affidata a donne nel costume tradizionale, molto colorate e pittoresche ma fanno venire il dubbio che più che pulire vogliano mettersi in posa per le foto e la mancia relativa.

Storicamente, il maharajah più importante nel nord dell’India è proprio quello di Jaipur, capitale del Rajasthan (anticamente chiamato Rajputana) che, alla proclamazione della repubblica nel 1947, si trasformò da monarca assoluto a governatore dello stato. La città fu fondata nel 1728 da Sawai Jai Singh II con criteri moderni, con una planimetria reticolare e ampi viali alberati. Delle belle porte separano le varie aree urbane. È l’unica città di questo tipo che abbiamo visto ed è dotata di portici che corrono lungo i negozi che si susseguono, senza interruzione, per chilometri. La residenza reale, in pieno centro urbano, ci è sembrata molto holliwoodiana, con i suoi lussuosi cortili e aree che vengono affittate dai discendenti del maharajah per matrimoni e banchetti. Un’ala del lussuoso palazzo è tutt’ora abitata dalla ex famiglia reale. In un cortile si possono vedere in esposizione gli otri in argento massiccio e pesanti molte centinaia di chili che furono riempiti con l’acqua del Gange quando, all’inizio del XX secolo, il maharajah si recò in visita a Londra. Vorremmo chiudere questo capitoletto con due esperienze molto “indiane”. La prima è stata un’escursione al centro di Jaipur con il rickshaw, chiamato anche tuktuk, una specie di Ape a tre ruote, che svolge la funzione del taxi e che ci ha permesso di immergerci fisicamente nel magma del traffico indiano, tra clacson impazziti, mucche che appaiono improvvisamente, moto, bici, auto e pedoni che sbucano da tutti i lati. In ogni momento può avvenire il grave incidente che, però, è sempre magicamente evitato, come se ci fosse un tacito e armonico accordo tra tutti i guidatori. Il frastuono è enorme ma non c’è nessuna isteria o aggressività. Scesi dal rickshaw, abbiamo passeggiato lungo i portici con calma, e osservato la vita di tutti i giorni, lasciandoci trasportare dallo straripante flusso umano che ci circondava. Le strade laterali erano tutte imbandite per la festa di Ganesh che si sarebbe celebrata il giorno dopo. In una di queste stradine abbiamo visto una simpatica famigliola di maiali che grufolavano tranquilli in mezzo alle immondizie. L’altro aspetto, che abbiamo riscontrato in tutte le città indiane visitate, è l’assalto dei venditori ambulanti che, alla partenza dei turisti, si affollano davanti alla porta del pullman cercando di vendere la loro merce, costituita spesso da paccottiglia ma anche da pregevoli oggetti di artigianato, offerti a un prezzo veramente irrisorio.

Il Taj Mahal e la sua romantica storia

Taj Mahal, vista frontale
L’autore di fronte al Taj Mahal

La civiltà indiana, complessa, affascinante e, per certi versi, contraddittoria, costituisce uno dei capitoli fondamentali della storia dell’arte e fiorisce in un arco di tempo che spazia dal III millennio a.C. fino al XIII secolo, quando i musulmani, dopo la battaglia di Tarain nel 1192, iniziarono a dominare vaste porzioni dell’India. Esistono centinaia di splendidi esempi di templi buddisti e, soprattutto, indù che sono vere e proprie meraviglie architettoniche ma anche filosofiche e cosmologiche. È quindi profondamente ironico che uno dei monumenti più celebri dell’India, forse il più famoso in assoluto, sia rappresentato da un mausoleo in stile islamico persiano, lascito della dominazione moghul, che fiorì in un arco relativamente breve della millenaria storia indiana.

Molto probabilmente, la fama del Taj Mahal (che significa Corona del Palazzo) deve molto alle ragioni che portarono alla sua edificazione. Questo splendido mausoleo che, data la sua notorietà non ha certo bisogno di descrizioni, si erge nelle vicinanze della città di Agra nell’Uttar Pradesh. Fu edificato tra il 1632 e il 1653 dall’imperatore moghul Shah Jahan per ospitare la tomba di Arjumand Banu, la preferita tra le sue mogli, più nota come Mumtaz Mahal, morta nel dare alla luce il loro quattordicesimo figlio. Il re, sconvolto dal dolore, decise di far erigere un monumento funebre che, per dimensione e materiali, fosse unico nel suo genere. Il mausoleo non usò infatti l’arenaria rossa locale ma il pregiato marmo bianco di Makrana, arricchito da 28 tipi di pietre preziose e semi-preziose fatte arrivare da Punjab, Cina, Arabia Saudita, Afghanistan, Sri Lanka. Per la sua realizzazione furono necessari 20.000 artigiani provenienti dalla Persia, dall’Europa e dall’Asia centrale, probabilmente sotto la guida dell’architetto di corte Usad Ahmad Lahauri.

Il mausoleo di I’timad-ud-Daulah che ha ispirato il Taj Mahal

Il monumento fu ideato prendendo a modello l’architettura tradizionale persiana e quella tradizionale moghul, come il mausoleo di Timur (noto in occidente come Tamerlano) a Samarcanda e quello realizzato, non molto distante, in onore di I’timad-ud-Daulah, tesoriere dell’impero e suocero dell’imperatore Jahangir, figlio di Akbar, il più importante imperatore moghul. Anche quest’edificio, edificato tra il 1622 e il 1628, è ornato da splendidi marmi intarsiati e, anche se di dimensioni molto più modeste, ha ispirato la progettazione del successivo Taj Mahal. Il trentennale regno di Shah Jahan terminò nel 1658, quando suo figlio Aurangzeb, sfruttando una malattia del padre, lo imprigionò nella vicina Fortezza rossa di Agra, con l’unica consolazione di poter guardare dalle sue finestre il mausoleo costruito per sua moglie. Alla sua morte, il corpo venne tumulato accanto a quello della consorte, dove si trova tutt’ora. Il Taj Mahal è un sito Unesco dal 1983 per “essere il gioiello dell’arte islamica in India e uno dei capolavori universalmente ammirati del patrimonio mondiale”. Recentemente c’è stata un’accesa polemica dopo che un opuscolo turistico ufficiale dell’Uttar Pradesh non ha inserito questo famosissimo mausoleo tra le attrattive locali. Non si è trattato però di una gaffe clamorosa, ma della volontà del governatore dello stato, appartenente al BJP, un partito nazionalista indù, di oscurare un monumento costruito dai “nemici” islamici ed estraneo, secondo lui, alle tradizioni induiste locali.

(fine seconda parte)

 

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