L’accordo tra Santa Sede e Cina in merito ai rapporti tra Chiesa Cattolica e la locale Chiesa patriottica è un passo di fondamentale importanza. Vi sono stati dissapori tra alcuni cattolici, in Cina e all’estero. Un’intervista a padre Antonio Sergianni, missionario del Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere), per 24 anni in Cina, compiuta da Adriana Masotti per Vatican News contribuisce a inquadrarne il senso, per questo ne riportiamo ampi passaggi, rimandando al sito di Vatican News per l’intera intervista:
Un accordo importante quello firmato il 22 settembre scorso, ma preparato da diverse tappe di avvicinamento tra la Santa Sede e la Cina. C’è dunque continuità tra Papa Francesco e l’orientamento dei Papi precedenti, in particolare, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI…
R. – Assolutamente sì. Questo accordo svela tutto il suo significato se ci rifacciamo alla “Lettera alla Chiesa in Cina” di Papa Benedetto del 2007, lettera in cui il Papa descrive la situazione della Chiesa in Cina, parla dell’unità della Chiesa, delle tensioni, della dottrina sull’episcopato. E parla apertamente di questo dialogo: fa riferimento addirittura al Concilio Vaticano II quando dice che il rispetto e l’amore devono estendersi anche a coloro che pensano e agiscono diversamente, perché questo facilita il dialogo con loro. Poi, per due volte, Papa Benedetto nella “Lettera” cita San Giovanni Paolo II che auspicava apertamente il dialogo con la Chiesa in Cina. “Auspico – diceva Papa San Giovanni Paolo II – l’apertura di uno spazio di dialogo con le autorità della Repubblica popolare cinese in cui superare le incomprensioni del passato”. E lo stesso Papa Benedetto nella “Lettera”, proprio parlando della nomina dei vescovi, riprendeva questo auspicio di dialogo e diceva: “Auspico che si trovi un accordo sulla nomina dei vescovi”.
Probabilmente lei avrà sentito in questi giorni qualche commento da parte cinese riguardo all’accordo. Qual è stata l’accoglienza in Cina, tra i fedeli, e in generale tra la gente? So che ne ha parlato anche la tv cinese…
R. – Sì, l’accordo è stato accolto dalla gioia dei fedeli. Ho saputo che un vescovo perdonato dal Papa ha invitato i presbiteri della sua zona a celebrare l’evento, e sono stati contenti. Certamente era tanta l’attesa. Due settimane fa ero in Cina, ho potuto incontrare delle persone – sacerdoti, vescovi e anche rappresentanti del governo –, e tutti mi dicevano che aspettavano con grande attesa questa firma; anche con qualche perplessità, però c’era una grande speranza e una grande attesa della Chiesa. Certo, ci sarà ancora da soffrire – dicevano loro – ma se rimane e aumenta un clima di fiducia, si potranno superare le difficoltà future.
La legittimazione dei vescovi nominati dal governo, la rottura con la situazione che vedeva due comunità in contrasto, fanno, secondo lei, giustizia delle sofferenze patite da tanti che hanno voluto mantenere sempre la comunione con Roma, spesso pagando di persona?
R. – Tanti hanno sofferto per la Chiesa e per la fedeltà a Cristo. E la “Lettera” stessa di Benedetto lo riconosce e lo apprezza, e questo rimane: il dolore di chi ha sofferto per Cristo nessuno può cancellarlo, rimane un tesoro prezioso. Certo, guardare avanti non vuol dire cancellare il passato. In una dinamica di fede la vita nasce dalla Croce: la Risurrezione è frutto della Croce. Cristo, risorgendo, non ha negato la sua morte, ma l’ha trasformata. E Papa Benedetto diceva, a proposito di questa sofferenza: “Esprimo la mia fraterna vicinanza. Intensa è la gioia per la vostra fedeltà a Cristo, fedeltà che avete manifestato a volte anche al prezzo di grandi sofferenze”. Spesso i tesori sono “fonte di vittoria” dice il Papa, anche se al momento possono sembrare un fallimento. Chi ha sofferto per Cristo ne riceverà ricompensa. Anzi, io penso che questo accordo sia anche il frutto di quelle sofferenze.
Questo accordo, secondo lei, potrà favorire o permettere la crescita della Chiesa cattolica in Cina?
R. – Io sono sicuro di sì. Non è un tocco di bacchetta magica che risolve tutti i problemi immediatamente, ma alla lunga farà crescere la Chiesa. (…)
A proposito delle nomine dei vescovi, quale sarà ora la prassi? Quanto spazio ci sarà per la libertà di azione del Papa? I vescovi ordinati in passato, in comunione con Roma, saranno riconosciuti anche dal governo?
R. – I dettagli dell’accordo non si conoscono. Certamente ci sono, sono stati studiati. Da quello che si sa, sarà una prassi condivisa. La Santa Sede accetta, come soluzione provvisoria – da vedere, da migliorare – che il processo di designazione dei candidati, dei vescovi, avvenga dal basso, dalle comunità ecclesiali, anche con un intervento degli organismi statali. Mentre il governo, da parte sua, accetta la decisione finale: cioè se un candidato non è gradito, non è ritenuto all’altezza da parte del Papa, si ricomincia da capo.
Questo è quello che appare, però i dettagli non sono conosciuti. Tuttavia, c’è il fatto che accetta che l’ultima parola sulla nomina spetta al Pontefice; quindi la nomina dei vescovi viene lasciata al Successore di Pietro. Per quanto riguarda i vescovi ordinati da Roma e non riconosciuti dal governo, certamente ci sarà un processo di riconoscimento. Si andrà a vedere caso per caso. Certamente questo è uno dei problemi da risolvere.
Questa firma è una base, è una condizione per risolvere dei problemi che ancora sono sul tappeto, e sono tanti. Un’altra questione importante è quella della formazione. Adesso, più che mai, il punto fondamentale è la crescita e la qualità della fede; aiutare le coscienze dei fedeli a maturare nella fede, perché tutto è nell’ambito della fede. Non è un discorso politico: è un discorso pastorale, ecclesiale, di fede. Il problema è la formazione dei presbiteri che sono isolati, il sostegno ai vescovi che sono isolati… Quindi sarà una sfida anche per il Vaticano aumentare la capacità di contatti e l’aiuto nella formazione.
Fonte: Vatican News

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