Di Leonardo Servadio

Chi non conosce la Opera House di Sidney? Le sue variate cuspidi bianche anelanti al cielo emergono come un fiorire di petali delicatamente posati sul lembo di terra che si dilunga nel mare. Se una gigantesca fontana sprigionasse giochi d’acqua e i suoi zampilli, confusi nello splendore del sole, improvvisamente si fermassero come congelati, o come racchiusi in un immenso fotogramma tridimensionale, si otterrebbe forse un effetto simile. Questa impressionante architettura è il simbolo non solo della città, ma di tutta l’Australia. Non a caso, dopo che nel 2000 Sydney ospitò le Olimpiadi, proprio da qui nel 2004 ricominciò il suo viaggio la torcia, avviando la grande staffetta intercontinentale che, passando da atleta ad atleta, l’avrebbe portata ad Atene, sede della successiva edizione dei Giochi.

E intorno alle sue ardite strutture ogni fine e inizio dell’anno si riuniscono in una grande festa milioni di persone: molte giungono apposta da Paesi lontani, tante altre osservano l’evento dai teleschermi. Le bianche “vele” rampanti sono illuminate in sinfonie di luci, forme e colori: un’immensa danza che si libra nell’aria e parla di gioia e di fraternità condivisa tra i più diversi luoghi. Così ogni anno il più giovane dei continenti rivolge al mondo il suo messaggio di pace.

Illuminazione festosa delle strutture. Foto Adam.J.W.C./Wikipedia

L’Opera House di Sydney è un grandioso edificio del XX secolo e in sé ricongiunge molteplici correnti espressive della creatività e dell’innovazione in ambito, sia architettonico, sia strutturale”, recita la dichiarazione con la quale l’Unesco nel 2007 l’ha inclusa – caso rarissimo per un’architettura contemporanea – tra i siti considerati Patrimonio dell’Umanità: “Grandiosa scultura urbana inserita in uno straordinario panorama acquatico, sulla punta di una penisola che s’inoltra nel porto di Sydney, è una costruzione che esercita da tempo un grande influsso sull’arte progettuale”.

Chi è Utzon

Ma chi conosce il suo autore, al di fuori del circuito degli specialisti? Jørn Utzon (1918-2008), questo il suo nome, è stato un personaggio riservato, ben lontano dall’incarnare la figura dell’archistar. Anzi, è stato piuttosto negletto. Tanto che altri architetti, che pure potrebbero aver tratto ispirazione dalla sua opera, si sono visti assegnare il premio Pritzker prima di lui. Si pensi per esempio a Renzo Piano, che l’ha vinto nel 1998: il suo Centro culturale dedicato a Jean-Marie Tjibaou a Noumea, Nuova Caledonia, si compone di elementi svettanti che in parte riecheggiano le “vele” dell’Opera di Sydeny, dalla quale sono separati dal mar di Tasmania. O si pensi a Rafael Moneo, vincitore del premio nel 1996: il suo auditorium e centro congressi Kursaal di San Sebastián, sostiene Kenneth Frampton nella sua Storia dell’architettura moderna, stabilisce con l’acqua un rapporto che “richiama quello ottenuto da Jørn Utzon nell’Opera House di Sydney”.

A Utzon il Pritker è stato attribuito nel 2003. Ha realizzato diverse altre opere di grande importanza, come l’Assemblea Nazionale del Kuwait, o nella sua Danimarca il complesso residenziale Kingo, a Helsingør e la chiesa di Bagsvaerd che Frampton considerava espressione precipua del “Regionalismo Critico” cioè della capacità di declinare la cultura regionale in relazione all’universale, differenziandosi così dalla tendenza omologante della globalizzazione.

Ma l’Opera di Sydney è senz’altro il suo capolavoro, per molti versi simile a quel che rappresenta la Sagrada Familia per Antoni Gaudí. Il problema è che a Utzon il suo capolavoro è stato conteso.

Egli vinse il concorso internazionale indetto a Sydney nel 1957 superando gli altri 232 partecipanti provenienti da 32 Paesi diversi, tra i quali alcuni dei grandi nomi dell’epoca. Aveva solo 38 anni e aveva presentato un bozzetto disegnato a mano libera ma Eero Saarinen, che era in giuria, dichiarò quel progetto “geniale”. E Harry Seidler, che aveva portato in Australia le idee del Bauhas, così lo raccontò: «A differenza di tutti gli altri progetti partecipanti, che posero le diverse sale una dietro l’altra lungo lo sviluppo della penisola, Utzon fu l’unico a disporre gli ambienti affiancati tra loro, così che chi arriva dalla città li può vedere entrambi e scegliere dove entrare».

Pianta del complesso. Dal sito SOH

L’architettura

L’edificio poggia su una base nella parte terminale della lingua di terra che abbraccia il porto di Sydney ed è chiamata Bennelong in memoria dell’aborigeno della tribù Wangal grazie al quale i coloni europei nel XVIII secolo poterono cominciare un percorso di dialogo con le popolazioni autoctone.

Vista della scalinata sopra la quale si ergono le strutture della Opera House. Foto Boyd159/Wikipedia

In questa parte basale, rivestita in granito (com’è anche la piazza antistante), vi sono i tanti locali di servizio e diversi altri ambienti mentre sopra questa piattaforma si elevano, con le loro cuspidi, le due grandi sale: alla sinistra di chi arriva l’auditorium, capace di 2679 posti e a destra il teatro dell’opera, capace di 1547 posti, oggi dedicato al grande soprano australiano Joan Sutherland.

La sala maggiore. Foto Jason7825/Wikipedia

I sipari del Sole e della Luna nella sala da concerto dedicato a Joan Sutherland. Foto SOH

Nel vasto complesso inoltre si trovano due teatri di prosa, uno con oltre 500 posti e un altro più piccolo, una sala da concerto con quasi 400 posti; vi sono poi sale di registrazione, ambienti espositivi, due ristoranti, vari bar, una libreria e molteplici altre istallazioni. Insomma, un vasto e articolato centro culturale dotato di tutti i servizi per ogni tipo di evento.

Così è stato voluto: perché potesse ospitare concerti rock quanto musica lirica, manifestazioni folkloriche quanto balletto, mostre come serate di gala, musica sinfonica e conferenze. È preposto a presentare dell’Australia un volto moderno quanto affabile, aperto e dialogante.

Articolazione interna del complesso. (SOH)

La sala per concerti e il teatro dell’opera sono i due ambienti principali: quelli che l’architettura riveste delle forme liriche da Seidler descritte come «un vero e proprio brano di poesia». Riuscendo, come nota Philip Drew, storico dell’architettura, a «stabilire intensi legami emotivi col resto della città: con l’acqua, coi giardini, con le case. Una costruzione composta di relazioni».

Le grandi “vele” del Teatro dell’Opera. Foto Cabrils/Wikipedia

Utzon così la raccontava: «I rami degli alberi in riva al lago si protendono verso l’acqua ma non giungono a toccarla. Lasciano spazio libero: sotto non c’è nulla. Questa è la sensazione che desideravo col progetto dell’Opera House: la costruzione va verso l’alto ma la vista si inoltra lontano».

L’edificio in costruzione nel 1968. Sullo sfondo gli edifici che attorniano il porto. Foto PhillipC./Flickr-Wikipedia

Una scultura a scala urbana: «Sta nel porto, dove ci sono tanti altri edifici, tutti squadrati. Perché questo si riconoscesse non volevo che fosse necessario scriverci sopra ‘Opera House’. Volevo che lo si individuasse subito, come si riconosce una chiesa… È pensato per guardare il cielo. Invita a una sorta di processione: mi piacciono le processioni, perché portano a separarsi dalla vita di tutti i giorni e permettono di andare verso un mondo diverso».

 

L’originalità del disegno

Ma il progetto che vinse il concorso del 1957 era solo un abbozzo: per renderne realizzabili le strutture, tanto ardite quanto mai viste prima, fu ingaggiato lo studio di ingegneria Ove Arup, che per tre anni cercò di tradurre in calcoli matematici i disegni di progetto, senza successo. Alla fine fu lo stesso architetto che trovò la soluzione, ridisegnando le “vele” come sezioni ricavate tutte da una singola sfera, come gli spicchi di un arancio. Retti all’interno da nervature e costolature tutte realizzate con elementi in calcestruzzo prefabbricati a pie’ d’opera, poi montati e tenuti assieme da tiranti interni di acciaio, infine rivestiti all’esterno da piastrelle di ceramica laccate bianche e grigio chiaro. All’interno avrebbero dovuto essere completate da pannelli di compensato.

Le coperture esterne. Foto Hpeterswald/Wikipedia

Utzon aveva studiato le architetture giapponesi, cinesi, indiane, islamiche e le piramidi messicane, senza mai dimenticare le suggestioni del castello di Kronborg a Helsingør, vicino al quale era cresciuto, caratterizzato dalle numerose e tra loro variate guglie e noto per avervi ambientato Shakespeare il suo Amleto. Da tutto questo vasto insieme trasse ispirazione per comporre il concerto di svettanti “vele” del nuovo centro culturale australiano.

La costruzione cominciò subito dopo la conclusione del concorso, nel 1957: tale era il desiderio di vederlo compiuto. Ma, prima le difficoltà tecniche per erigere le vele, poi i costi economici ne rallentarono la realizzazione. Infine cambiò il governo regionale e quello nuovo non voleva saperne di Utzon. Ha scritto Seidler: «Credo di aver notato che ci fosse anche della xenofobia: è l’edificio più importante del Paese, perché dev’essere uno straniero a costruirlo?».

Nel 1966 le difficoltà tecniche erano risolte, le vele quasi compiute e mancavano tutte le sistemazioni interne, ma Utzon dovette andarsene e rinunciare al suo capolavoro. Il prosieguo dell’opera fu affidato a un professionista locale, Peter Hall che si occupò di completare le strutture e del disegno degli interni. Così il nome di Utzon rimase offuscato.

Riflessi nel tempo

Fino a 1999, quando, già da tempo funzionante il grande sistema teatrale e culturale che ruota attorno all’Opera, Utzon fu richiamato perché si occupasse di inquadrare il lavoro che potrebbe chiamarsi di manutenzione se non fosse che implica anche diversi e continui interventi di modificazione degli ambienti. Tra i quali particolare rilevanza hanno le migliorie delle prestazioni acustiche delle due grandi sale: l’altezza di queste rende arduo ottenere le condizioni ottimali e al tempo della stesura del progetto le cognizioni di acustica erano ancora piuttosto rudimentali.

Ormai alla svolta del XXI secolo l’Opera di Sydney era nota al mondo, e il suo autore poté impostare al meglio le linee guida lungo le quali ha preso a muoversi l’autorità preposta alla conservazione di quello che era si era già affermato come il principale monumento dell’Australia. E così dall’anno 2000, in coincidenza con l’Olimpiade di Sydney, il nome di Utzon ha potuto tornare a essere associato al suo capolavoro – e ne sono seguiti il Pritker, la dichiarazione dell’Unesco e diversi altri riconoscimenti nazionali e internazionali. Come riferisce lo storico dell’architettura Corrado Gavinelli, egli è «cronologicamente l’ultimo dei grandi architetti organicisti, e si distingue per la sua capacità espressiva, più complessa di quanto si ravvisa nell’opera del calibrato Alvar Aalto o dell’esuberante Frank Lloyd Wright».

Utzon è morto nel 2018 senza mai tornare in Australia, dove era vissuto tra il 1957 e il 1966. Ma ormai il capolavoro dell’architettura australiana gli era stato restituito. E il Regionalismo Critico si stava affermando nel mondo come risposta all’omologante globalismo.

Vista prospettica. (Foto SOH)

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