di Galliano Maria Speri

Le indagini sul cosiddetto Russiagate sono una pericolosissima spada di Damocle che pende sul capo del Presidente americano. Ma non furono soltanto i russi ad augurarsi che “The Donald” vincesse le elezioni. Cominciano a filtrare informazioni sempre più circostanziate sugli aiuti alla campagna elettorale repubblicana da parte di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Israele che chiesero come controparte una politica aggressiva contro l’Iran, considerato il loro principale nemico.

25 settembre 2018. Trump all’Assemblea generale dell’ONU.

Nell’agosto 2014, durante la campagna che lo avrebbe portato alla Casa Bianca, Trump scrisse in un suo tweet: “Abbiamo bisogno di un presidente che non sia lo zimbello del mondo. C’è bisogno di un grande leader, un genio della strategia e capace di meritarsi il rispetto”. Evidentemente, era proprio lui l’uomo a cui si riferiva. Non sembra però che le sue aspirazioni si siano veramente concretizzate, visto che il 25 settembre 2018, durante il suo secondo discorso all’assemblea generale delle Nazioni Unite, alcune sue affermazioni hanno sollevato l’ilarità generale, come non era mai successo prima in quella sede. Trump si è autoincensato descrivendo la sua amministrazione come la più efficace ed efficiente della storia americana e ha spiegato che l’America “sceglierà sempre l’indipendenza e la cooperazione rispetto al governo globale e al dominio”. Poi, di fronte alla più importante assise mondiale, ha continuato dicendo: “Dopo il mio viaggio in Arabia Saudita lo scorso anno, i Paesi del Golfo hanno aperto un nuovo centro per colpire i finanziamenti al terrorismo. Stanno imponendo nuove sanzioni e collaborano con noi per identificare e tracciare le reti terroristiche e si assumono più responsabilità nel combattere il terrorismo e l’estremismo nella loro regione”.

Queste parole hanno sicuramente sollevato incredulità, visto che i principali finanziatori del terrorismo stragista sono stati proprio le monarchie del Golfo e la jihad internazionale non ha mai nascosto la sua ideologia wahabita, propugnata e difesa proprio dall’Arabia Saudita.

Senza nessun rispetto dei fatti reali, Trump ha proseguito dicendo: “Ogni soluzione alla crisi umanitaria in Siria deve anche includere una strategia per affrontare il regime brutale che ha incoraggiato e finanziato la guerra: la corrotta dittatura in Iran. I dirigenti iraniani seminano caos, morte e distruzione.

Non rispettano i loro vicini o i confini, o i diritti sovrani delle nazioni. Al contrario, i dirigenti iraniani saccheggiano le risorse della loro nazione per arricchirsi e per scatenare disordini in tutto il Medio Oriente e oltre”.

Nessun riferimento alla sanguinaria dittatura del siriano Assad, al suo uso di gas tossici contro la popolazione civile; gli unici colpevoli sono gli ayatollah iraniani. Ma il punto più basso del discorso è stato toccato quando Trump ha affermato che “gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita e il Qatar si sono impegnati a versare miliardi di dollari di aiuti ai popoli della Siria e dello Yemen e stanno percorrendo diverse strade per porre fine alla orribile guerra civile yemenita”.

Gli effetti del bombardamento dell’aviazione saudita sulla città di Saada, controllata dai ribelli Houthi, 6 gennaio 2018.

Trump sa benissimo che la guerra civile in Yemen vede confrontarsi i ribelli Houthi, sostenuti dall’Iran, col governo appoggiato dall’Arabia Saudita che bombarda i guerriglieri e i civili yemeniti con bombe e armamenti americani. L’Iran è una teocrazia repressiva e oscurantista, ma nel Paese è sicuramente presente anche una frazione più pragmatica, interessata al dialogo e agli scambi commerciali con l’Occidente. Proprio questo gruppo di moderati ha operato per giungere alla firma dell’accordo sul nucleare, firmato a Vienna il 14 luglio 2015 con USA, Cina, Russia, Regno Unito, Francia e Germania, che prevede la rinuncia iraniana all’arricchimento dell’uranio e l’uso dell’energia nucleare a soli scopi pacifici.

La politica della Casa Bianca potrebbe però favorire proprio l’ala oltranzista e fanatica degli ayatollah che considera l’America un “grande Satana”, e aumenta il rischio di uno scontro diretto.

La Casa Bianca lancia l’offensiva contro l’Iran

All’inizio di maggio 2018, in modo del tutto inaspettato, Donald Trump annuncia di voler imporre “il più alto livello di sanzioni” contro l’Iran, violando un accordo internazionale, una risoluzione dell’ONU e rompendo con i propri alleati in Europa.

Il Presidente americano muove anche accuse pretestuose denunciando l’Iran come principale finanziatore del terrorismo internazionale, ma non può dire nulla sul trattato perché l’Iran ha rispettato puntualmente tutte le clausole e la rottura unilaterale intrapresa dalla Casa Bianca non ha giustificazioni tecniche.

Questa svolta repentina non ha però ricevuto un sostegno unanime negli USA. Il 23 settembre, due giorni prima dell’assemblea dell’ONU, un gruppo congiunto di democratici e repubblicani, che include l’ex Segretario di Stato Madeleine Albright e l’ex direttore della National Intelligence James Clapper, pubblica un documento in cui si critica la decisione presidenziale. “La strategia dell’amministrazione Trump verso l’Iran –afferma il documento congiunto- è di applicare la massima pressione politica, economica e militare per modificare il comportamento dell’Iran e minacciare, se non causare, un crollo del regime. Ma poiché non sono contemplate anche azioni diplomatiche nelle dodici richieste presentate, l’amministrazione lascia all’Iran l’unica opzione di capitolare o di affrontare una guerra”.

Madeleine Albright, ex segretario di Stato, ha criticato la politica dell’amministrazione Trump verso l’Iran.

Questa mossa azzardata fa perfettamente il paio con la decisione di spostare la sede dell’ambasciata statunitense in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, che l’ONU considera anche capitale di un ipotetico Stato palestinese. In questo modo l’amministrazione americana mostra di aver abbandonato la soluzione dei “due Stati” e di essersi schierata platealmente con l’ala più estremista e intransigente della politica israeliana che ha dichiarato da pochi mesi Israele come “Stato ebraico”, con buona pace della forte minoranza di arabi, che si vedono trasformati per legge in cittadini di serie B.

Un’indicazione di questi sviluppi ci era stata già data da Trump il 20 maggio 2017, quando aveva scelto l’Arabia Saudita (e poi Israele) come meta della sua prima visita all’estero, snobbando gli alleati storici degli Stati Uniti come il Canada, il Regno Unito o l’Europa.

Ma perché il presidente della più grande potenza mondiale, che fornisce al mondo la tecnologia più avanzata e il sistema sociale più aperto, si reca simbolicamente in visita in un Paese che inizia ora ad uscire dalle brume del medioevo? Un articolo pubblicato dal New York Times il 19 maggio 2018 ci aiuta a capire meglio i retroscena sordidi di sviluppi così difficili da interpretare. “Tre mesi prima delle elezioni del 2016 -questo è l’incipit dell’articolo- un piccolo gruppo si riunisce nella Trump Tower per incontrarsi con Donald Trump Jr, il figlio maggiore del presidente. Uno era uno specialista israeliano di manipolazione dei mass media. Un altro era un emissario di due ricchi principi arabi. Il terzo era un finanziatore del Partito Repubblicano, con un passato controverso in Medio Oriente come contractor per la sicurezza privata”.

L’incontro è organizzato il 3 agosto 2016 da Eric Prince, ex Navy Seals e fondatore della Blackwater, una compagnia di sicurezza che ha operato in Medio Oriente e che ha poi cambiato nome dopo la strage di Nisour Square a Bagdad quando, nel 2007, i mercenari americani uccisero 17 civili iracheni e ne ferirono una ventina, scambiandoli erroneamente per terroristi.

Il Presidente Trump mostra orgogliosamente un cartello che evidenza la vendita di armi all’Arabia Saudita, durante un incontro con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman alla Casa Bianca il 20 marzo 2018.

Questo episodio tragico, per cui furono condannati quattro dipendenti della Blackwater, non ha però tarpato le ali a Prince, che si è riciclato in grande stile occupandosi di procacciare fondi ai repubblicani grazie ai suoi contatti in Medio Oriente ed è in ottime relazioni con l’attuale amministrazione, essendo fratello del ministro dell’Istruzione Betsy DeVos. George Nader, si chiama così l’emissario, spiega a Donald Trump Jr che i due principi, che guidano rispettivamente gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita, sono molto scontenti della politica di Obama, soprattutto dell’accordo sul nucleare con l’Iran, dell’appoggio alle primavere arabe e la politica indecisa sulla Siria, e sono quindi disponibili a finanziare la campagna per portare papà Donald alla Casa Bianca.

I nomi dei due principi arabi sono Mohammed bin Zayed al-Nahan, principe ereditario degli Emirati e Mohammed bin Salman, principe ereditario dell’Arabia Saudita (ricordato e lodato da Trump nel suo discorso all’ONU come “coraggioso riformatore”). Joel Zamel, lo specialista di mass media, fornisce una presentazione approfondita su come la sua agenzia sia in grado di dar vita ad una efficace campagna politica; è già pronta una proposta da diversi milioni di dollari su come manipolare stampa e televisioni per far eleggere Trump. Il New York Times non è in grado di dire se il piano sia poi diventato operativo, ma è un dato di fatto che dopo quell’incontro Nader diventa un fedele alleato della campagna di Trump e incontra frequentemente sia Michael T. Flynn, il primo consigliere per la sicurezza nazionale, che Jared Kushner, il genero di Trump. Dopo l’elezione di “The Donald”, Nader paga a Zamel una cifra che, secondo una fonte interna, si avvicina ai 2 milioni di dollari per un resoconto dettagliato sul ruolo della campagna sui media che ha fatto trionfare il presidente.

The Clown prince

Il 21 maggio 2018 l’Associated Press (AP) pubblica un corposo dossier sulle iniziative di Elliot Broidy, uno dei principali specialisti di raccolta fondi di Trump, e dell’esperto di Medio Oriente George Nader, per ottenere più di un miliardo di dollari dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti in cambio di un atteggiamento più duro da parte della Casa Bianca verso il Qatar, accusato dai due Paesi arabi nel giugno del 2017 di sostegno al terrorismo (Vedi “Qatar sotto attacco da chi e perché”, Frontiere, 17 giugno 2017). Secondo una fonte ben informata, durante un incontro nella Sala Ovale, Broidy ha dato al presidente dei “messaggi da parte dei due principi” che auspicavano una collaborazione più intensa con la Casa Bianca. Quando Trump ha appoggiato l’embargo, dichiarato da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed al-Nahan e Mohammed bin Salman hanno esultato.

Il 2 dicembre 2017, incontrando nuovamente Trump, Broidy ha riferito che i due principe ereditari “erano impressionati molto favorevolmente dalla sua leadership” e si offrivano di appoggiare il tentativo di pacificazione portato avanti da Jared Kushner per il Medio Oriente. Il genero di Trump ha fatto il suo viaggio durante il quale ha incontrato molti politici, tra cui Mohammed bin Salman con il quale ha stretto una relazione personale, scambiandosi racconti intimi e mettendo a punto piani per l’area.

Jared Kushner, genero di Trump chiamato “clown prince”, a colloquio con Mohammed bin Salman e altri dignitari sauditi.

Broidy non ha però riferito al presidente le vere opinioni dei due principi su Kushner. A quanto riferisce AP, Nader ha sussurrato: “Dovreste sentire quello che i principali (presumibilmente i due principi) pensano di Kushner e del suo piano”. Non solo il genero presidenziale è definito un imbecille totale, ma viene anche chiamato “clown prince” (principe pagliaccio), con un gioco di parole su “crown prince” (principe ereditario).

Secondo fonti dell’intelligence, citate in un articolo del Washington Post del 27 febbraio 2018, funzionari di almeno quattro Paesi stranieri hanno discusso in privato sui modi per manipolare Kushner, avvantaggiandosi dei cuoi complicati accordi d’affari, delle sue difficoltà finanziarie e della sua mancanza di esperienza politica nelle questioni internazionali. Vanity Fair del 22 maggio 2018 riferisce che il principe ereditario degli Emirati Arabi Uniti ha fatto grosse pressioni su Kushner affinché convincesse Trump a liquidare Rex Tillerson come segretario di Stato. Dopo il licenziamento di Tillerson, Mohammed bin Zayed al-Nahan si è vantato di essere lui la mente che ha portato all’estromissione dell’ex segretario di Stato. Non è certo un caso che nel febbraio 2018 Kushner, ufficialmente consigliere della Casa Bianca, ha visto un drastico ridimensionamento del suo accesso alle informazioni riservate.

Arabia Saudita, il maggior compratore di armi al mondo

Il 20 maggio 2017 il presidente Trump e il re saudita Salman bin Abdulaziz Al Saud hanno firmato una serie di lettere di intenti per il regno dell’Arabia Saudita per l’acquisto di armi statunitensi per lo strabiliante importo di 110 miliardi di dollari. Il pacchetto include carri armati, navi militari, sistemi di difesa missilistica, radar e tecnologia per le comunicazioni e la sicurezza in rete.

Piloti militari sauditi passano di fronte ai caccia F-15 durante una cerimonia per la creazione del’Accademia Aerea Re Faisal, nella base aerea Re Salman a Riad.

Tutti gli esperti concordano sulla funzione anti-iraniana dell’accordo. In un’intervista al Giorno, rilasciata alcuni giorni dopo il discorso di Trump a Riad, Lucio Caracciolo, esperto di geopolitica e direttore della rivista Limes, afferma che Trump ha dato il via libera a tutti i Paesi arabi del Golfo e che si prepara “una grande guerra contro l’Iran che verrà combattuta dagli arabi, eventualmente dagli israeliani e, se fosse necessario, anche dagli americani”.

Sauditi e iraniani stanno già combattendo una guerra per procura in Yemen ma, alcune avvisaglie lasciano presagire un potenziale allargamento del conflitto.

Il 17 settembre 2018 caccia F-16 israeliani hanno lanciato un attacco contro postazioni iraniane sul territorio siriano. In risposta, la contraerea siriana ha lanciato dei missili che però hanno colpito un aereo russo, causando la morte dei 15 militari a bordo.

Commentando a caldo, alcuni portavoce della difesa russa hanno accusato gli israeliani di aver “usato l’aereo russo come copertura, esponendolo ai colpi della difesa siriana”. Putin, principale alleato dell’Iran in Siria, è poi intervenuto, smussando i toni e facendo dei passi verso una soluzione diplomatica, ma è chiaro che la situazione potrebbe sfuggire di mano e portare a conseguenze inimmaginabili, visto che Russia e Israele sono entrambe potenze nucleari.

Il primo esportatore di armi al mondo sono gli Stati Uniti, seguiti dalla Russia e dalla Francia. Il più grande importatore di armamenti è invece l’India, che supera di poco l’Arabia Saudita, che però ha soltanto 32 milioni di abitanti, mentre l’India ne ha 1,3 miliardi. L’enorme quantità di armamenti, di aerei moderni, missili di precisione, non ha però fatto dell’Arabia Saudita una potenza militare, dati i risultati disastrosi della guerra in Yemen, una delle più gravi crisi umanitarie del mondo. Possiamo chiederci perché le vittime civili yemenite non sollevano l’interesse e la pietà dell’opinione pubblica mondiale, anche quando gli aerei sauditi bombardano scuole e ospedali, facendo decine di vittime innocenti.

Secondo Peter Wezeman, ricercatore presso l’Istituto per la Ricerca sulla Pace di Stoccolma (Sipri), “Il violento conflitto in Medio Oriente ha sollevato profonde preoccupazioni sui diritti umani e ha aperto un dibattito sulla restrizione della vendita di armi. Eppure, gli USA e l’Europa rimangono i principali esportatori di armi nella regione e forniscono più del 98% delle armi importate dall’Arabia Saudita”.

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