La lotta al terrorismo, ha detto Donald Turmp a Riyad, Arabia Saudita, nel suo primo viaggio fuori dagli USA (21 maggio 2017), “Non è una battaglia tra fedi o tra civiltà. È una battaglia tra barbari criminali che cercano di distruggere la vita umana, e le persone oneste di tutte le religioni che cercano di proteggerla. È una battaglia tra il bene e il male. Questo implica affrontare onestamente la crisi dell’estremismo islamico e dei gruppi di terroristi islamici che esso ispira. Significa essere uniti nella condanna contro l’uccisione di innocenti musulmani, l’oppressione delle donne, la persecuzione degli ebrei, il massacro dei cristiani. I leader religiosi devono essere chiari: la barbarie non vi darà alcuna gloria, se scegliete il terrorismo la vostra vita sarà vuota, sarà breve, la vostra anima sarà condannata”.

Parole importanti e più che condivisibili. Il problema è che l’Arabia Saudita oltre a  essere ritenuto il principale paese finanziatore dei gruppi islamici terroristi, da Al Qaeda al Daesh, è impegnata in una guerra contro l’Iran, a sua volta deciso nemico del Daesh. E dove finiranno le armi che gli USA si sono impegnati a vendere all’Arabia?

Una politica volta a promuovere la pace e a isolare il terrorismo ha bisogno di qualcosa di più delle parole, per quanto sagge esse siano.

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