di Leonardo Servadio

Il XX secolo, breve o lungo che lo si voglia vedere, è stato scosso e straziato dalle ideologie e dagli scontri da queste attivate. Oggi l’evoluzione della Cina impone un ripensamento su tutto quanto avvenuto e pone una sfida nella quale l’Italia potrebbe avere un ruolo cardine per ridefinire i rapporti internazionali. Cerchiamo di vedere come, a partire da una sintesi di quanto avvenuto nei decenni trascorsi.

Con l’emergere dell’Unione Sovietica alla fine del secondo decennio del ‘900 si è concretata per la prima volta nella storia una forma di Stato fondata su una religione dello Stato stesso – a differenza di quanto esperito in passato dall’umanità con i regni (e gli imperi) in cui divinizzata era la figura del monarca. In quanto religione, ovvero strumento di fede capace di unire le persone sotto un ideale superiore alle persone stesse come anche alle masse di persone, il Comunismo si poneva quale paradigma di organizzazione sociale cui tutta l’umanità avrebbe prima o poi aderito inevitabilmente in forza di un destino ineludibile, intrinseco nella necessità storica.

La sua attrattiva ideologica scaturiva dalla promessa di liberazione dalla nuova schiavitù delle fabbriche – le mostruosità che tiranneggiavano su migliaia di esseri umani trasferiti dal servaggio della gleba al servaggio della macchina di cui paradigma è la catena di montaggio taylorista così ben raffigurata da Chaplin in “Tempi Moderni”. Un rilevante corollario della civiltà delle fabbriche è stato il fenomeno dell’urbanesimo che si è tradotto ovunque, almeno nei primi tempi, nel transito dalla vita campestre a quella urbana: dalla povertà e insicurezza del lavoro rurale in cui il tempo aveva una dimensione collegata ai cicli della natura, al fetore indecoroso, infetto, snervante e alienante degli slum, dove la persona perdeva la proprietà del proprio tempo per delegarla al padrone delle ciminiere.

In tali condizioni la politica di “destra”, sulla falsariga di quanto emerso con la Rivoluzione Francese, è divenuto tutto quanto odorava di potere dei grandi proprietari su coloro che proprietà non avevano o quanto meno non di dimensioni macroscopiche. “Sinistra” si è configurata come quanto appellandosi alla superiore forza dello Stato cercava di dare diritti e un maggior grado di libertà alle moltitudini assemblate nelle fabbriche e nelle periferie. Questo, almeno come ideologia, è quanto con profetico acume fu tratteggiato da Marx ed Engles nel Manifesto del 1848.

Alla forza dell’ideologia s’è subito unito il potere della realtà generando un mistume forgiato nell’inganno, così che l’ideologia si è rivelata soltanto la trappola che ingabbiava le menti generando illusioni. Dopo il primo periodo leninista, in cui l’ideale cantato nell’inno dell’Internazionale sembrava potersi compiere nel vigore dello “stato nascente” sovietico, lo stalinismo si consolidò tra il ’22 e il ’23 con l’affermazione di un nuovo impero russo che faceva del Comunismo semplicemente uno strumento di dominio.

In quei primi anni Venti come risposta alla minaccia di un internazionalismo ideologico – di fatto un globalismo marcato dall’aspirazione allo stravolgimento del sistema di proprietà privata garantita dagli Stati liberali – maturò non solo in Russia il nazionalismo; infatti questo prese le sembianze del Fascismo in Italia e di quello che sarebbe diventato il Nazismo in Germania. Intanto un po’ ovunque si consolidava il razzismo già esploso in manifestazioni violente decenni prima – v. caso Dreyfus in Francia.

Ed ecco dunque che con gli anni Venti si definirono le linee di quel che era “destra” contro “sinistra”, i poli che avrebbero sistematizzato con la loro tensione continua le vicende del XX secolo. Consentendo una facile interpretazione di fatti complessi, come complessi sono sempre i fatti della storia.

Perché a guardare con occhi distaccati, col senno di poi, astraendosi dall’emotività che avvince e porta ad allinearsi di qua o di là, si vede che in fondo tante differenze non v’erano tra le due visioni del mondo, peraltro germinate da una radice comune (il Fascismo, per dire, emerge da una radice socialista). E va notato che la Chiesa, nella pacata e distaccata visione trasmessa dalle encicliche sociali, a partire dalla Rerum Novarum, cioè sin da prima che i fenomeni violenti del XX secolo dispiegassero tutta la loro tragica forza, sempre ha fornito una chiave di lettura autentica e saggia di questi fenomeni.

Chi scrive s’è preso la briga di confrontare i processi costituzionali attivati dal Comunismo sovietico e dal Fascismo italiano, notando come nella sua essenza la struttura statuale di entrambi appariva identica, se non per una questione, seppure certamente non di secondaria rilevanza: che il regime sovietico strettamente limitava la proprietà privata mentre il regime fascista la garantiva. Del resto proprio per questo i fascismi sono stati “inventati” a ripulsa della minaccia dell’estendersi di rivoluzioni di stampo sovietico.

Ecco dunque che la tensione ideologica che ha attraversato il XX secolo intesa come destra liberista e nazionalista contro sinistra statalista e internazionalista divengono qualcosa di diverso: ovunque infatti c’è nazionalismo, così nello stalinismo come nei fascismi, quel che varia è solo il modo in cui questi due poli interpretano i rapporti proprietari: l’ideologia è mera questione di bottega.

Ma di contro a questa visione, ecco con la fine della seconda guerra mondiale, emergere il nuovo internazionalismo sancito con profetica visione dal Manifesto di Ventotene del 1944: la minaccia della guerra di distruzione totale dovuta alla forza della bomba atomica favorisce l’affermazione dell’istituzione delle Nazioni Unite: il luogo del dialogo tra i popoli volto a sventare la minaccia globale. Diviene questo un nuovo veicolo dotato pure di una certa forza ideologica e gli Stati Uniti ne divengono il propalatore nel mondo, traendone vantaggio per il proprio novello impero che per la prima volta nella storia non prende più questo nome ma si ammanta di “democratismo” a fronte del “totalitarismo” recentemente sconfitto.

È questo che agli inizi del XXI secolo giunge al suo termine, sancito dalla ripulsa per gli strumenti militari che gli USA mettono in campo per consolidare ed estendere questa loro nuova forma di impero, attraverso l’alleanza nordatlantica (NATO) che con il collasso dell’URSS continua a sussistere solo come supporto del nuovo impero americano.

Così giungiamo a questi anni e, cadute le illusioni ideologiche, il globalismo pone il quesito: se l’umanità voglia o no assoggettarsi al dominio di un mondo finanziario sempre più poderoso e onnipresente, derivante dall’accumulo di titoli di proprietà ammassatisi sul mercato globale (e anarchico) e raccolto in poche mani grazie al proliferare di beni materiali e immateriali favorito dal diffondersi delle nuove tecnologie.

Ma nel frattempo è emerso il fenomeno nuovo: la Cina è comunista e capitalista assieme. Non solo, ha unito anche nazionalismo e internazionalismo, in una sintesi implacabile e inedita – semplicemente impossibile prima perché sino a questi anni recenti non v’era possibilità di sviluppo di ricchezza economica che potesse supportarla. All’epoca dell’emergere dei fascismi e del sovietismo non v’era alcuna possibilità di diffondere ricchezza economica come invece ve n’è dagli inizi del XXI secolo.

La Cina ha osservato da distante i passi falsi compiuti dall’Unione Sovietica nella sua storia e ha cercato di evitarli. Ha osservato da lontano gli errori compiuti dal liberalismo – ovvero l’accumulo eccessivo di ricchezza sui mercati monetari-finanziari, sproporzionatamente grande rispetto alla produzione e circuitazione nei merci reali. Ha conservato l’orgoglio di appartenenza nazionale ma senza contrapporlo con veemenza a quello di altri popoli e altre culture, come avvenne coi nazionalismi europei Otto e Novecenteschi.

Duole dirlo, ma quel residuato dell’intellighenzia nazista che è stato Heidegger aveva ragione quando verso la fine dei suoi giorni preconizzava una fusione tra pensiero occidentale e visione del mondo orientale. La Cina sembra aver intrapreso proprio questo cammino di sintesi: del resto tutti gli sviluppi in Cina dalla fine dell’800, ovvero dal fallimento della rivolta dei Boxer in poi, sono avvenuti nel segno della fusione tra visione del mondo orientale (confuciana e taoista assieme) e visione occidentale (ovvero statalista marxista da un lato e liberale dall’altro).

Se veramente riuscirà nell’intento di dar luogo a una sintesi efficace tra liberalismo e statalismo, tra nazionalismo e globalismo, compirà una vera nuova rivoluzione.

Vi sono due questioni che dovrà risolvere: il rapporto con Taiwan e il rapporto col mondo cristiano.

Il primo, il rapporto con Taiwan, ha a che fare con l’alternativa nazionalismo-globalismo: sull’isola, che è a tutti gli effetti cinese almeno tanto quanto cinese per provenienza è Singapore, si sta concretando uno Stato separato dallo Stato continentale. E la Cina continentale, ricordando quanto Tawian le fu contesa dal Giappone, trova difficoltà ad accettarlo. Nella dinamica di scontro che l’agonizzante imperialismo americano sta mettendo in campo, fa buon gioco l’esacerbazione del conflitto tra Cina comunista e Taiwan, che riduce la capacità della prima di distendere la propria influenza sul continente euroasiatico.

Il secondo, mette alla prova la struttura ideologica del potere interno cinese, che dopo la morte di Mao si è andata consolidando attorno alla figura di Xi Jinping: dopo il periodo iniziato con Deng Xiaoping, in cui alla figura del leader si è sostituita la forza dell’istituzione, torna il vizietto delle dittature ideologiche, di personalizzare lo Stato in una singola figura in tal modo dando luogo a dittature. Ma se Xi Jinping, o per lui l’apparato del partito, avesse la lungimiranza e la saggezza di evitare questo rischio, che è quello di cadere nella trappola narcisistica del potere personale (tutti i grandi leader soffrono questo rischio, cui sono spinti non solo dal proprio narcisismo, ma anche dall’impulso della delega su di loro esercitata dall’opinione pubblica che volentieri si spoglia di responsabilità proprie per cederle alla figura paternalistica e confortante), e accogliesse la religione cristiana quale forza di pace, capace di dialogare con le tradizioni confuciana e taoista, questo consentirebbe alla Cina di acquisire una capacità di porsi quale polo di dialogo costruttivo col mondo occidentale. E consentirebbe di superare gli attriti inevitabilmente emergenti a seguito della concorrenza che si dispiega sul piano economico.

La Cina, spaventata dal dilagare dell’egoismo attivato dal proliferare della ricchezza grazie alla libertà di mercato, ha già dagli anni Novanta del ‘900 recuperato le proprie tradizioni confuciane, proprio nella speranza di far sopravvivere il regime marxista pur nel diffondersi del capitalismo che implica necessariamente un egoismo antitetico alle visione sociale dell’ideologia comunista.

Se la Cina si mostrasse capace, oltre che di recuperare il confucianesimo, anche di accogliere il cristianesimo, toglierebbe pretesti a coloro che in Europa spingono per un nuovo allineamento con l’atteggiamento di scontro che sembra patrocinato dalla parte dell’establishment statunitense oggi con Trump dominante.

Reciprocamente, l’Europa sa di non potersi porre a fronte del potere militare russo e del potere economico cinese e statunitense, senza rafforzare la propria Unione oggi traballante: e non sa come fare per rafforzarla, stretta com’è nell’abbrivio dato dall’abbozzo di Unione intessuto solo sul volgare materialismo del potere economico che ha dato luogo alle più diverse derive sul piano morale – derive che variamente prendono la forma di dominio finanziario, eutanasia, localismo spinto, ecc. Anche l’Europa, come la Cina, ha un bisogno disperato di recuperare le radici proprie: una ragion d’essere che non sia solo moneta o compromesso politico, nel momento in cui il compromesso risulta sempre più impraticabile. Si tratta quindi di recuperare i principi fondatori di una cultura.

Come la Cina, anche l’Europa, se vuole evitare lo sfilacciamento derivante del proliferare dei più variegati egoismi di parte (non solo nazionalismi e localismi, ma le diverse strutture di potere finanziario e massmediatico) dovrà recuperare i fondamenti della propria cultura, che sono essenzialmente cristiani – di quel cristianesimo che sta al di sopra delle visioni nazionaliste apportatevi dalle varie separazioni avvenute nella storia del secondo millennio.

E, come nelle divisioni interagirono potere spirituale e potere civile assieme (a partire dallo scisma d’oriente del 1054), oggi le varie Chiese e i vari Stati sono chiamati a riformulare le loro rispettive posizioni in mutuo rispetto. In particolare da Carlomagno in poi la mescolanza tra Chiese e potere civile è risultata inevitabile, si è rivelata foriera di dilacerazioni di carattere ideologico e nazionalista: tuttavia dopo un millennio di dispute ammantante di valore teologico ma innestate su motivi di potere politico, sembra oggi chiaro che sia plausibile recuperare una distinzione netta pur se mutuamente feconda tra i due poteri. Sembra plausibile recuperare il valore del “dare a Cesare quel che è di Casare” (o più recentemente “libera Chiesa in libero Stato”), che in Italia ha avuto forse il suo esplicitamento migliore grazie alla relativa debolezza dello Stato – quella che già notava Petrarca quando patrocinava con santa Caterina il ritorno del papato in Roma dalla cattività avignonese, evidenziando come in Italia questo sarebbe stato più libero e autonomo di quanto potesse essere nella Francia già all’epoca incamminata verso il centralismo.

Parrebbe che proprio questa potrebbe essere la missione principale che possa svolgere l’Italia nel mondo contemporaneo: essere foriera di un rappacificato rapporto tra Stato e religione in una visione irenica dei rapporti internazionali. Ma ovviamente perché questo accada avrebbe bisogno di governi dotati di leader consapevoli e non di marionette dell’opinione pubblica. Di persone e non dell’oclocazia o doxocrazia che si è instaurata dal collasso della Democrazia Cristiana in poi.

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