di Galliano Maria Speri

Il 24 ottobre scorso l’erede al trono saudita, il potente principe Mohamed bin Salam, ha concesso un’intervista al quotidiano britannico Guardian in cui ha dichiarato la sua intenzione di imprimere una svolta “moderata” alla politica del proprio Paese, rigido sostenitore di un’ottusa concezione fondamentalista dell’islam e principale finanziatore dell’estremismo sunnita nel mondo.

Il trentaduenne principe ha affermato di voler riportare l’Arabia Saudita verso un “islam moderato”, ammettendo che la politica degli ultimi trent’anni “non è stata normale” perché il regno dei Saud è stato costretto a irrigidire la propria strategia nel tentativo di far fronte al radicalismo iraniano. “Dopo la rivoluzione iraniana nel 1979 –ha detto il principe-, la gente voleva copiare questo modello nel proprio Paese e uno di questi era l’Arabia Saudita. Non sapevamo come affrontare questa sfida e il problema si è allargato a tutto il mondo. Adesso è arrivato il momento di sbarazzarcene”. Le intenzioni di Salman, se messe veramente in pratica, rappresenterebbero una drammatica inversione di tendenza rispetto ai decenni passati, anche alla luce del grande progetto di riforma Vision 2030 per trasformare e modernizzare l’economia saudita. Precedentemente, il principe saudita aveva dichiarato: “Stiamo semplicemente tornando a quello che abbiamo sempre seguito, un islam moderato aperto al mondo e a tutte le religioni. Il settanta per cento dei sauditi ha meno di trent’anni e, onestamente, non abbiamo intenzione di sprecare trent’anni della nostra vita a batterci contro le posizioni estremistiche, vogliamo distruggerle ora e immediatamente”. Per realizzare questo obiettivo non è sufficiente rompere l’alleanza tra i religiosi fondamentalisti, che hanno da sempre definito il profilo del Paese, e la casa reale dei Saud che gestisce gli affari di stato ma è necessaria una vera e propria rivoluzione culturale che cambi radicalmente un Paese che, dal punto di vista dei diritti umani, è ancora in pieno medioevo.

È chiaro che è in corso un’aspra lotta di potere da quando il giovane principe è riuscito a scalzare dalla linea di successione il suo più anziano rivale, Mohamed bin Nayef. A metà settembre, contravvenendo a una politica interna tradizionalmente morbida, sono stati arrestati 16 oppositori politici, tra cui molti religiosi sia fondamentalisti che meno rigidi, per cui la lettura di questa mossa non è univoca. Pochi giorni dopo, è stato fatto l’annuncio che il regno avrebbe finalmente garantito alle donne il diritto di guidare (sì, avete letto bene, le donne saudite non hanno ancora il diritto di mettersi al volante), a partire dal giugno del prossimo anno. Secondo gli osservatori, questa potrebbe essere una mossa da parte di Mohamed bin Salman per rompere il blocco conservatore e accelerare la transizione verso la modernità, se non si vuol correre il rischio di rimanere stritolati dalle proprie contraddizioni. Se è vero che dal 2018 le donne potranno guidare, esse rimangono ancora per legge sotto la tutela dei maschi della famiglia, padri, fratelli, figli, e qualunque marito potrà impedire alla moglie di uscire per prendere l’auto. In ogni caso, questa mossa ha garantito al principe le simpatie delle donne saudite che rappresentano la metà della popolazione e sono una solida base di appoggio per il futuro monarca. Nella stessa direzione va l’annuncio dell’apertura di cinema e della promozione di concerti, una politica di panem et circenses simile a quella di Carlo II che, rientrato in Inghilterra dopo la lugubre dittatura dei puritani di Oliver Cromwell, si preoccupò subito di riaprire teatri e bettole, con grande giubilo di tutta la popolazione.

Creato un comitato di saggi contro l’estremismo

Un segno molto più dirompente del permesso di guidare per le donne è stata la decisione di creare un’istituzione per controllare gli insegnamenti islamici in tutto il mondo, nel tentativo di prendere le distanze dall’estremismo. Secondo il comunicato del Ministero della cultura e dell’informazione quest’organismo avrà la funzione di “eliminare testi falsi ed estremistici e qualunque scritto che contraddica gli insegnamenti dell’Islam e giustifichi l’esecuzione di crimini, assassini e atti terroristici che non hanno nulla a che vedere con l’islam, religione di pace”. L’organismo, sorto grazie a un decreto reale, è formato da esperti internazionali che si riuniscono nella città santa di Medina. A capo di questo nuovo organismo re Salman ha posto Mohammed bin Hassan al-Sheikh, un membro anziano del consiglio degli studiosi islamici, ed è stabilito che tutti i componenti siano nominati per decreto reale. È comprensibile che la monarchia saudita faccia il possibile per allontanare da sé l’accusa di estremismo ma, supponendo che le intenzioni siano oneste, ci vorranno ancora decenni per scalzare dalle loro posizioni quei predicatori radicali che controllano moltissime moschee sorte come funghi in tutto il mondo grazie ai petroldollari sauditi. Nel 2005, come già riportato da Frontiere.eu, la Freedom House, un autorevole centro studi americano, redasse un dettagliato rapporto sui finanziamenti sauditi alle moschee americane che predicavano il fondamentalismo islamico e lo sterminio dei nemici dell’islam. All’inizio di quest’anno la Henry Jackson Society, un centro studi britannico, ha denunciato in un suo rapporto che i sauditi continuavano a promuovere e finanziare l’estremismo nel Regno Unito. Secondo il rapporto “l’Arabia Saudita, a partire dagli anni Sessanta, ha finanziato con milioni di dollari l’esportazione dell’islam wahabita (la versione fondamentalista che domina il regno, ndr) in tutto il mondo islamico, incluse le comunità islamiche dell’occidente. Nel Regno Unito, questo finanziamento ha preso la forma di donazioni alle moschee e ai centri di educazione islamica che, a loro volta, hanno ospitato predicatori estremisti e diffuso letteratura estremistica”. Ovviamente, l’ambasciata saudita a Londra ha definito “categoricamente false” tutte le accuse.

Vera strategia o fumo negli occhi degli occidentali?

L’Arabia Saudita detiene enormi risorse finanziarie, ha un legame strettissimo con gli Stati Uniti, non a caso è stato il primo Paese visitato da Trump ed è il principale acquirente di armamenti americani. Questo dovrebbe spiegare il silenzio dei media internazionali sulle atrocità commesse dai sauditi nel conflitto in Yemen, come pure il fatto che molti giornalisti hanno parlato del ruolo saudita nel finanziamento del fondamentalismo terrorista senza che questo diventasse realtà acquisita. Lo scorso settembre, l’ONU ha finalmente deciso di dar vita ad un comitato di indagine indipendente sulle violazioni dei diritti umani in Yemen e questo potrebbe aver fatto scattare un campanello d’allarme nella testa di qualcuno che ha deciso una strategia accelerata per far uscire il regno saudita dalla barbarie medievale in cui è stato precipitato dalla dottrina del wahabismo. È però necessario ricordare che l’affermazione del principe Mohamed bin Salman, che ha giustificato il fondamentalismo saudita come una risposta alla svolta radicale dell’Iran di Khomeini, è semplicemente falsa. Non c’è mai stata una visione moderata dell’islam in Arabia Saudita, né alcun rispetto per le altre religioni. È possibile che qualche cervello più sofisticato si sia reso conto che il Paese ha imboccato un sentiero di non ritorno e abbia deciso di iniziare degli aggiustamenti. Il problema è che il regno saudita è una monarchia assoluta con un settore pubblico enorme e inefficiente, con un libro paga chilometrico e una radicatissima ostilità al cambiamento e non sarà quindi certo facile modernizzarlo. Il secondo punto è che l’Arabia Saudita rappresenta un ingranaggio fondamentale nella strategia del complesso militare-industriale americano, che produce le decine di miliardi di dollari di armamenti acquistati poi dai sauditi. Diventare “moderati” significa iniziare una strategia diversa, che usi la diplomazia e non solo le armi, e questo andrebbe a toccare interessi molto potenti. La cartina al tornasole sarà la politica verso l’Iran, fin qui affrontato soltanto sul terreno militare. Ma in questo caso servirebbero doti da grande statista e costruttore di nazioni. Mohamed bin Salman ha queste qualità?

Le donne saudite potranno guidare da sole dal 2018, ma non hanno ancora il permesso per uscire da sole senza essere accompagnate da un maschio della famiglia

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