Leonardo Servadio

È decisamente finita la tregua apertasi a marzo e aprile 2020 tra i partiti di opposizione e il Governo spagnolo. E il sigillo della sua fine è posto dalla proposta di una Legge per la Memoria Democratica presentata in Parlamento dal Governo il 15 settembre 2020. Il disegno di legge prevede sonore multe per chi in vari modi pratichi apologia di franchismo, una serie di sovvenzioni per il recupero di reliquie delle vittime della Guerra Civile, nonché provvedimenti atti a favorire una “pedagogia” volta a chiarire le responsabilità di chi partecipò a quella guerra fratricida.

Sulle prime, nell’infuriare dell’epidemia Governo e opposizione avevano trovato un’intesa sulle misure di emergenza, ma tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno, per quanto l’emergenza Covid-19 sia riemersa impietosa, altrettanto impietoso è riemerso lo scontro politico in questa legislatura che è la più strana conosciuta dalla Spagna negli ultimi decenni. Lo scontro si articola in diverse forme: scandali legati alla corruzione dell’uno o dell’altro personaggio, legami impropri con regimi quali quello venezuelano rimproverati dalle opposizioni al Governo fondato sulla coalizione tra partito socialista (PSOE), Podemos e una congerie di partitini col supporto esterno degli indipendentisti di ERC (Sinistra Repubblicana di Catalogna) e EHB (Paesi Baschi Uniti le cui radici affondano anche nel gruppo terrorista ETA), nostalgie franchiste rimproverate dal Governo alle opposizioni e in particolare a Vox, partito relativamente nuovo con caratteristiche fortemente centraliste che attualmente con 52 parlamentari dispone della terza più importante rappresentanza parlamentare dopo il PSOE e il Partito Popolare.

Ma, al di là degli specifici argomenti del contendere, il problema più generale della politica spagnola dai tempi dei governi diretti dal socialista José Luis Rodríguez Zapatero, è che è tornato in superficie il fiume carsico della guerra civile che sconvolse il Paese tra il 1936 e il 1939.

Quelle feroci contrapposizioni erano state in vario modo messe a tacere, prima dalla repressione nel corso della dittatura durata dal 1939 sino alla morte di Franco avvenuta nel novembre 1975, e poi da un’amnistia promulgata nell’ottobre 1977 che permetteva la liberazione di chi a vario titolo aveva praticato la lotta violenta al regime e allo stesso tempo metteva una pietra sopra alla violenza praticata dal regime stesso, stabilendo così una pariteticità tra i due campi contrapposti.

L’amnistia del ’77 fu uno dei passi fondamentali previ allo stabilimento della Costituzione spagnola, promulgata nel dicembre 1978 a seguito di referendum nazionale. Quel processo triennale ha consentito alla Spagna di passare, come si suol dire “dalla legge alla legge”, cioè di compiere la transizione dal regime franchista a una monarchia costituzionale moderna a carattere democratico.

Con l’opera svolta dal governo Zapatero, che nell’ottobre 2007 approvò una Legge di Memoria Storica, l’intesa raggiunta nel periodo costituente ha mostrato i suoi limiti. E si è cominciato a stabilire il principio che non vi fosse stata pariteticità tra i crimini compiuti dall’una e dall’altra parte. Il clima non è più stato improntato all’idea della riconciliazione (“abbiamo sbagliato entrambi, cerchiamo ora di andare d’accordo”) ma alla rivendicazione (“noi avevamo e abbiamo ragione, voi siete gli oppressori”).

Sono cominciate le ricerche di fosse comuni in cui sono stati sotterrati nel corso della Guerra Civile diversi miliziani repubblicani e civili vittime del conflitto e sono stati cambiati nomi di strade dedicate a personaggi legati al passato regime. Con la proposta di Legge di Memoria Democratica attuale la Spagna si trova a dover fare nuovamente i conti non solo con i fantasmi del suo passato, ma anche con la consistenza istituzionale presente.

I giovani devono sapere da dove veniamo” ha detto Carmen Calvo, vicepresidente del Governo e ministra per la Presidenza, le Relazioni con il Parlamento e l’Uguaglianza sotto la cui egida nasce il progetto di legge. Nell’incipit del disegno di legge si dice che si “adottano strumenti atti a sopprimere elementi di divisione tra la cittadinanza riguardo a valori, principi e diritti costituzionali”. E questa agli occhi dei conservatori appare ovviamente come una dichiarazione di parte. Ma spicca soprattutto che la legge promuoverà “azioni sul piano educativo per aggiornare i contenuti curricolari” per vari ordini di scuole e opererà “sul piano della ricerca e la divulgazione al fine di favorire, promuovere e garantire la conoscenza nella cittadinanza della storia democratica spagnola e della lotta per i valori e le libertà democratiche” (dal sunto del ddl pubblicato nel sito Elderecho.com, 23 settembre 2020). Il disegno di legge include anche provvedimenti per la creazione di una Procura speciale per investigare e perseguire i crimini commessi durante la guerra civile — la cui defnizione dovrebbe piuttosto essere pane per gli storici che per i politici.

Suona strano che a tanti anni di distanza dall’apertura del periodo costituzionale e democratico si senta la necessità di compiere questo passo, come se la dittatura franchista costituisse una minaccia presente e attuale. Per paragone si considerino le disposizioni transitorie e finali della Costituzione italiana, attinenti alla riorganizzazione dei Tribunali militari, al divieto di riorganizzare il Partito nazionale fascista e all’esilio degli eredi di Casa Savoia: quei provvedimenti furono assunti nel 1947, poco dopo la fine della guerra e della dittatura italiana, quando gli animi erano ancora accesi, c’era ancora la minaccia di bande di armati, v’erano questioni di confine ancora aperte con la Iugoslavia e il clima internazionale era assai teso nel prodromo di quella che sarebbe diventata la Guerra Fredda.

Nella Spagna di oggi non v’è nulla di tutto questo.

Ma c’è invece un rinnovato impulso indipendentista e separatista, che ha preso un vigore particolare in Catalogna nel corso degli ultimi quindici anni, e proprio grazie anche al revisionismo storico stabilito con la prima legge di Zapatero, la cui intenzione evidente era di trasformare in vittoria postuma la sconfitta subita dalla Repubblica con la guerra civile del ’36-39. Tra perentesi si noti che il termine “Repubblica” oggi suona a assetto istituzionale di giustizia e legge, ma quella Repubblica spagnola instaurata nel 1931 fu assai tormentata, ebbe governi assai diversi tra loro, conobbe alti e bassi e nella sua fase finale si perpetrarono non pochi crimini (molti furono gli assassinii, che colpirono tra gli altri migliaia di religiosi e religiose, e fu l’uccisione del deputato monarchico José Clavo Sotelo per mano del guardaspalle del leader socialista Indalecio Prieto il 13 giugno 1936 il fattore scatenante la rivolta militare che ebbe nel generale Emilio Mola il suo elemento di maggiore spicco: Francisco Franco si impose solo dopo la morte di quest’ultimo).

Com’è noto i fermenti indipendentisti (“sovranisti”) catalani hanno dato luogo alla convocazione nell’ottobre del 2017 di un referendum illegale e anticostituzionale volto a promuovere la secessione della Catalogna dalla Spagna: nacquero scontri, tafferugli e si inasprì un clima di tensione in tutto il Paese. Per quanto dallo stesso referendum emergesse che la maggioranza di catalani non era favorevole alla secessione, la situazione dilacerante diede adito a uno strascico di accuse lanciate dagli indipendentisti verso lo Stato nazionale, accusato di repressione.

E uno dei frutti di quel referendum illegale è stato il sorgere con forza del partito Vox, votato soprattutto da chi desidera difendere l’integrità territoriale della Spagna. Ed è proprio la presenza di tale partito nel Parlamento nazionale che ora è ragione di ulteriori scontri tra la sinistra estrema tipicizzata da Podemos, che accusa Vox di essere espressione di una “ultra-ultra destra”.

All’epoca del referendum illegale catalano il re Felipe VI, facendosi carico del proprio ruolo di garante della Costituzione, condannò tale iniziativa in un discorso rivolto a tutta la nazione. Qualcuno all’epoca paragonò questo suo intervento al discorso televisivo svolto da suo padre, l’allora re Juan Carlos I, all’una della mattina del 24 febbraio 1981, mettendo fine al tentativo di insurrezione attuato da alcuni militari spagnoli. Così si concluse, quasi quarant’anni fa, l’ultimo colpo di coda del potere militare che con Franco aveva retto le sorti del Paese.

Dopo quel drammatico evento il PSOE andò al potere sotto la guida di Felipe Gonzalez e nel volgere di pochi anni la Spagna entrò nella Nato e nell’Unione Europea e si integrò perfettamente nella logica delle democrazie occidentali.

La monarchia spagnola è stata con Juan Carlos I garante della transizione pacifica dal franchismo al regime costituzionale democratico, e con Felipe VI ha mantenuto la difesa dell’unità e della sovranità a fronte dei tentativi di sovversione separatista. Però oggi abbiamo un governo socialista-podemita che sta cercando di scalzarla.

Il leader di Podemos, Pablo Iglesias, ha più volte, recentemente in un incontro di partito il 18 settembre 2020, ribadito che il suo scopo è di giungere a una nuova repubblica: “Bisogna avanzare verso un orizzonte repubblicano che renda più solida la democrazia spagnola” ha detto si suoi nel tracciare il cammino politico per i prossimi mesi e anni.

E per la prima volta quest’anno il re è stato costretto a annunciare che non parteciperà alla cerimonia di consegna dell’abilitazione all’esercizio della magistratura che si svolge alla fine dei corsi per i nuovi giudici nella scuola nazionale giudiziale che sta a Barcellona: il che sembra solo una conseguenza dei passi che sotto sotto si stanno muovendo per minare l’assetto costituzionale attuale.

Purtroppo il precedente re, Juan Carlos I, il cui grande merito è stato di aver permesso il passaggio dalla dittatura alla democrazia in condizioni di pace – e questo gli è riconosciuto da tutti i leader dei partiti che hanno preso parte a quel periodo storico – è stato recentemente oggetto di scandali. Non solo attinenti alla sua focosa vita sessuale, ma anche attinenti all’accumulo di capitali di dubbia provenienza all’estero. Col profilarsi degli scandali Juan Carlos I si ritirò in buon ordine nel 2014 e abdicò in suo figlio, che da quando è divenuto re Felipe VI ha mantenuto una condotta universalmente ritenuta esemplare.

La monarchia spagnola oggi rappresenta sostanzialmente il simbolo dell’unità nazionale. Probabilmente per questo è divenuta oggetto di trame da parte di elementi del Governo socialista-podemita, entro un quadro di potenziale, strisciante sovversione tipicizzato, sia dalla partecipazione al Governo di movimenti indipendentisti-separatisi, sia dal disegno di legge di Memoria Democratica. «Mi sembra pericoloso pretendere di creare una politica ufficiale sul passato» ha detto lo storico Fernando del Rey commentandolo in un’intervista pubblicata dal quotidiano El Mundo il 19 settembre 202.

È un disegno che appare quanto meno tardivo se non addirittura tinto da sottotoni da “Ministero della Verità” orwelliano nella sua proposta di “garantire la conoscenza della storia democratica spagnola”. Come se dal 1978 a oggi nelle scuole spagnole si fosse praticata apologia di franchismo. Forse non è un caso che Orwell abbia scritto le sue principali opere, La Fattoria degli Animali e 1984 dopo essere stato corrispondente in Catalogna durante la Guerra Civile. Qulla Catalogna nel rendere Omaggio alla quale descrisse come i sogni muoiono oppressi dalla foga degli scontri tra fazioni ciecamente decise a prevalere contro la legge e a prescindere da principi di giustizia e di rispetto.

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