C’era una volta la Guerra Fredda. Poi il Muro di Berlino crollò e si pose il problema: a che cosa sarebbe servito tutto il grande apparato di spionaggio e controspionaggio che si era radicato negli anni e che aveva il suo centro negli Stati Uniti? La risposta non tardò a venire: il conflitto si sarebbe trasferito sul piano economico e commerciale. Almeno dal 1991 buona parte dell’intelligence statunitense lavora per favorire le proprie corporation nell’ambito della competizione sui mercati globali. Non che con la Guerra Fredda questo non avvenisse, in realtà l’interconnessione tra mondo delle grandi imprese e interessi strategici e militari c’è sempre stata, e non solo negli USA. Ma la novità fu che il predominante interesse strategico passava dalla tensione bilaterale a quella  multilaterale, da quella della mutua deterrenza nucleare a quella del promuovere operazioni economiche.

In fondo questa meta sarebbe auspicabile per qualsiasi tensione bellica: passare dalla produzione di armi alla produzione e diffusione e scambio di merci. Ma qui entra in ballo un altro aspetto: la concorrenza dev’essere leale, regolata da leggi, basata sul mutuo rispetto, se no diventa guerra economica – qualcosa di diverso. Ma può un apparato abituato a cercare di soverchiare l’avversario con ogni mezzo, riciclarsi efficacemente in un sistema di pacifica propaganda o in una rete di promozione commerciale?

Il caso Snowden lascerebbe pensare che oltre un ventennio dopo la caduta del Muro, ancora certi apparati di “intelligence” siano dedicati a muovere una concorrenza sleale sul piano planetario. Almeno questa è l’accusa che l’ex analista della National Security Agency (NSA), ora fuggitivo in Russia, ha ribadito in un’intervista che ha rilasciato alla televisione tedesca ARD il 26 gennaio.

Secondo Snowden, tutto l’interesse che lo spionaggio americano rivolge alla Germania in forma di controllo sulle comunicazioni di questo paese, lungi dall’avere qualcosa a che vedere con la sicurezza nazionale o con pruriginose curiosità sulla Cancelliera Merkel, ha a che vedere con lo spionaggio industriale.

Slowden ha detto di esser sicuro che “se vi fosse qualche qualche dato della Siemens che possa favorire gli interessi economici americani, per quanto non abbia nulla a che vedere con la sicurezza nazionale” questo sarà utilizzato oltre oceano. Quindi l’obiettivo della vasta operazione di spionaggio delle comunicazioni tedesche di cui la stampa ha ampiamente parlato nelle settimane scorse (sempre sulla base delle informazioni di Snowden), è di venire a conoscere rapidamente informazioni importanti sulle tecnologie e sui brevetti tedeschi in campo ingegneristico e chimico in particolare, per poter contrastare con efficacia la forza delle esportazioni tedesche.

Con la sua intervista alla ARD, Snowden ha risposto a quanto affermato recentemente dal portavoce della NSA, Vanee Vines, citato dal New York Times: “Noi non usiamo la nostra intelligence per rubare segreti commerciali da compagnie straniere per favorire le imprese americane nella competizione internazionale”.

Secondo Snowden: “Se si analizza la lista degli obiettivi dello spionaggio della NSA in Germania, si vede che questo riguarda la zone a maggiore concentrazione industriale, e le sedi delle istituzioni tedesche e dell’Unione Europea, dove certamente non nascono pericoli per la sicurezza” degli Stati Uniti.

Snowden ha ribadito che identiche azioni di spionaggio industriale sono realizzate verso qualsiasi altro paese.

Perché Snowden ora rilascia queste dichiarazioni in Germania? Pare sia interessato a trasferirsi in questo paese, sempre che gli si assicuri che non verrà estradato in USA e perché, ripete, si sente minacciato di morte.

Purtroppo le accuse di Snowden non solo sono credibili, ma rientrano esattamente nella politica di riciclare i servizi di intelligence che cominciò immediatamente dopo la fine della Guerra Fredda.

Anche questo fa parte del concetto di “libero mercato” inteso come la giungla dove tutti competono contro tutti. I attesa che qualcuno riesca a far balenare l’idea che si possa fondare il libero mercato sulle leggi, sul rispetto e sull’interesse comune.