Padre Giulio Albanese, missionario e direttore della rivista “Popoli e Missione”, parla del problema rappresentato per l’economia dei Paesi “in via di sviluppo” insieme con Mario Lettieri e Paolo Raimondi, autori di “Il casinò globale della finanza” (Edizioni Ermes): mercoledì 6 dicembre 2017 (h 15,30), alla Fiera del Libro di Roma, EUR – Nuvola.

Il volume di Lettieri e Raimondi è già stato presentato da Frontiere  al momento della sua uscita nel 2015: http://www.frontiere.info/esce-il-libro-il-casino-della-finanza-globale-di-mario-lettieri-e-paolo-raimondi/ . Non ha perso di attualità: anzi le analisi ivi riportate si sono dimostrate tanto più valide col passare del tempo. Con l’occasione della nuova presentazione alla Fiera del Libro di Roma, ne pubblichiamo di seguito l’introduzione

Il Casinò Globale della Finanza – Introduzione:

Sono trascorsi più di 7 anni dall’esplosione della crisi finanziaria globale. Dai mutui subprime e dal crac della Lehman Brothers  ne è passata di acqua sotto i ponti, ma ancora non siamo usciti dal pantano della crisi. Mentre i lupi della finanza speculativa hanno moltiplicato i loro profitti e i loro bonus,  1 miliardo di persone nel mondo continua a soffrire la fame.

Nonostante il tanto parlare di riforme della grande finanza e delle banche “too big to fail”, cioè quelle che sarebbero troppo grandi  per poter essere lasciate fallire, siamo, purtroppo, ancora di fronte agli stessi comportamenti irresponsabili e non sanzionati che hanno scatenato la grande crisi del 2007-8.

Neanche negli Stati Uniti, dove, come è noto, ha avuto origine la crisi, vi sono stati seri segnali di cambiamento. Si è provato a modificare le regole del mondo bancario e finanziario con la legge Dodd-Frank, ma i risultati non sono soddisfacenti. E’ facilmente aggirabile. Per i derivati finanziari basta che le banche  provino che stanno operando su mandato di un cliente per poter continuare  indisturbate con le loro operazioni speculative

Per quanto riguarda l’Europa la recente riforma bancaria non affronta in maniera decisa la separazione  delle banche commerciali  da quelle di investimento.  Dal 1999, quando fu abolita la Glass-Steagall,  la speculazione ha avuto mano libera. Perciò s’impone la separazione tra i due campi. Né bastano i cosiddetti “Chinese walls” all’interno delle strutture bancarie.

Finora nel sistema bancario internazionale l’unica vera revisione è quella imposta dagli accordi di Basilea Tre con l’obbligo di innalzamento del capitale di base delle banche. Però la questione delle “banche giganti” non è affrontata. Nel complesso mondo bancario permangono molte sperequazioni:la stessa Basilea 3 finisce con il dettare condizioni punitive per quella parte di finanza, anche privata, disposta a investire a lungo termine nei settori dell’economia reale, privilegiando così la finanza speculativa di breve termine.

In questo quadro, ovviamente, l’ammontare dei  derivati finanziari “over the counter” (otc), cioè quelli negoziati fuori dai mercati regolamentati e tenuti fuori bilancio, è rimasto a livelli stratosferici. Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali ammonterebbero a circa 670 trilioni di dollari. Quasi allo stesso livello del giungo 2008, alla vigilia del crac della Lehman Brothers!

Si può affermare che il processo di concentrazione del potere finanziario è notevolmente cresciuto. Si pensi che, mentre nel 2009 le cinque maggiori banche americane detenevano l’80% dei derivati emessi negli Usa, oggi 4 banche soltanto – la JP Morgan Chase, la City Group, la Bank of America e la Goldman Sachs – ne detengono il 94% dell’intero ammontare, che è di circa 230 trilioni di dollari.

Nell’economia, invece, in questi anni si è avuto un vero e proprio disastro. La ricchezza si è vertiginosamente concentrata nelle mani dello 0,1% dei più ricchi del mondo. I cittadini, le aziende e i governi, invece, sono stati oggetto di continue pressione per far fronte ai propri debiti. Si pensi alla Grecia che è l’ultima vittima della politica di austerità. Sarebbe necessario non solo il rigore, ma anche e soprattutto una diversa politica di investimenti nelle infrastrutture, nelle attività produttive, nella ricerca e nell’istruzione. Bisognerebbe sostenere comunque la domanda interna. Ricette che ovviamente riguardano anche il nostro Paese.

Come era prevedibile molti sono stati gli studi e le inchieste per analizzare le cause della crisi che dagli Usa ha investito il mondo intero e in particolare l’Europa.  Particolarmente significativo è il rapporto presentato nel gennaio 2011 dalla «Financial Crisis Inquiry Commission» (Fcic)  americana.

C’è un’accusa pesante per tutti. Anzitutto per la Federal Reserve e per le varie Amministrazioni, compresa quella democratica. La citata Fcic ha svolto un compito simile a quello della nota Commissione Pecora che nel 1932 fu incaricata dal Senato americano di indagare e spiegare alla nazione le cause della Grande Depressione del ’29. «È stata una distruzione fino alle fondamenta del sistema finanziario», si dice nel rapporto che tra l’altro si chiede: «Come sia stato possibile che nel 2008 gli Stati Uniti siano stati posti forzatamente di fronte a due alternative dure e dolorose: o il collasso totale della finanza e dell’economia o l’immissione di trilioni di dollari dei contribuenti per salvare il sistema».

In sintesi la citata Commissione sostiene che si sarebbe potuto evitare la crisi che è attribuibile ai comportamenti e alle scelte di coloro che, accecati da un laissez faire sfrenato, ne hanno ignorato le avvisaglie.

Tutti i meccanismi hanno fallito, quelli dei controlli e delle regole, quelli della corporate governance, della gestione dei rischi e della trasparenza. Perciò la crisi è diventata sistemica.

La Commissione conclude affermando: «Due anni dopo l’intervento del governo il sistema finanziario americano, per molti aspetti, è lo stesso di quello operante alla vigilia della crisi.”

Alla stessa conclusione arriva anche il rapporto della Commissione Levin-Coburn del Senato americano che afferma: “La crisi non è stata un disastro naturale, ma la conseguenza degli alti rischi legati ai prodotti finanziari complessi, dei conflitti di interesse, del fallimento degli organi di controllo, del ruolo delle agenzie di rating e dello stesso mercato. Hanno tutti consentito gli eccessi di Wall Street».

Naturalmente le pesanti responsabilità non riguardano soltanto le banche americane come la Goldman Sachs, ma anche alcune tra le più importanti banche europee. Infatti la Deutsche Bank tedesca ha svolto, secondo la citata Commissione, un ruolo centrale nella «macchina dei derivati cdo» e nello «schema Ponzi». Si ricordi che negli Usa una delle prime grandi piramidi finanziarie fu orchestrata negli anni venti dall’italo americano Charles Ponzi.

In questo scenario negativo non sorprende il fatto che alcune grandi banche – la Barclays Bank , la HSHB, la Royal Bank of Scotland, la JP Morgan Chase, la City Group, la Deutsche Bank, l’UBS, la Bank of Tokio-Mitsubishi – abbiano potuto finanche manipolare il tasso Libor, quello praticato nel sistema interbancario, che incide su tutte le altre operazioni finanziarie, comprese quelle verso la clientela.

La situazione attuale, purtroppo, non è migliorata. L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse) parla del rischio di una ulteriore “crescita negativa”.

Dinanzi a tali scenari la debolezza dell’Europa è disarmante e finisce inevitabilmente per accettare tutte le “soluzioni” suggerite dalla finanza anglo-americana. Il caso emblematico è quello di Cipro dove si è passati dal bail-out al bail-in, cioè dal salvataggio pubblico a quello fatto con i prelievi dai depositi dei risparmiatori. Ormai ciò si potrebbe applicare nell’intera Europa.

Si ricordi che in questi anni il governo americano e la Federal Reserve, con i provvedimenti di salvataggio delle banche, i pacchetti di stimolo economico e le varie immissioni di liquidità, hanno iniettato nel sistema finanziario americano diverse migliaia di miliardi di dollari. Si ricordi che dal settembre 2012 fino a …..la Fed con un Quantitative easing ha immesso nel sistema ben 85 miliardi di dollari al mese.

Il bilancio (balance sheet) della Federal Reserve, di conseguenza, è passato dagli 869 miliardi di dollari del 2007 agli oltre 4.000 miliardi del 2013. Anche la Banca Centrale Europea all’inizio del 2012 ha deciso di sostenere il sistema bancario europeo con 1400 miliardi di euro ad un tasso di interesse dell’1%. Ma le banche, invece di trasformali in prestiti per lo sviluppo, li hanno utilizzati per acquistare titoli di Stato e lucrare sulla differenza degli interessi. Da marzo 2015, come è noto, la Bce con il suo Qe acquisterà titoli per 60 miliardi di neuro ogni mese.

La politica di immissione di liquidità ha trovato sostenitori anche in Giappone dove si è provveduto a stanziare l’equivalente di 1.200 miliardi di dollari di nuova liquidità.

Il persistere della crisi che, con l’attacco speculativo all’euro, ha di volta in volta colpito pesantemente i vari Paesi dell’Europa (Irlanda, Grecia, Portogallo Spagna, Cipro, Italia), sta mettendo in discussione le stesse fondamenta dell’Unione europea.

Certo non si può continuare con il dialogo tra sordi degli ultimi anni: da una parte i paesi più solidi che invocano soltanto il rigore e dall’altra il pianto di chi chiede aiuto senza correggere gli errori fatti in precedenza. Occorre più solidarietà dagli uni e più responsabilità dagli altri.

Una cosa è certa: è empiricamente provato che la semplice e più facile politica di rigore e di austerità provoca un avvitamento dell’intero sistema economico ed industriale, abbattendo produzioni, posti di lavoro, livelli di vita, consumi e disponibilità di bilancio. Alla fine ci si ritrova con un debito pubblico accresciuto in un processo recessivo che porta alla depressione economica.

La soluzione naturalmente non è l’abbandono dell’euro, come alcuni vorrebbero. I costi economici e politici sarebbero incalcolabili. Bisogna, invece, accelerare il processo di “governance unitaria” dell’economia europea. Non meno importante sarebbe quella della difesa comune e di una comune politica estera per poter giocare un ruolo da protagonisti nel mutato ed instabile scenario mondiale, con arree di intollerabile povertà e di devastante disastro ambientale.

La soluzione sta quindi in una maggiore solidarietà e in una politica di sviluppo orientata anzitutto verso le aree più deboli. Con la sua non risolta “questione meridionale” l’Italia, purtroppo, conosce bene le difficoltà nella costruzione di una vera unità del territorio, dell’economia e della società.

Riteniamo comunque del tutto risibile la tesi delle cosiddette “svalutazioni competitive” praticabili con l’eventuale ritorno alle monete nazionali.

Il futuro dell’Europa dovrebbe vedere l’Ue sempre più impegnata in una alleanza con i Paesi del Brics che ci sembra lavorino  nella logica di un mondo multipolare “esplorando nuovi modelli di sviluppo più equo”.  I Brics si muovono in maniera sempre più  unitaria per sviluppare le loro economie e per ottenere il dovuto ruolo negli assetti geopolitici internazionali.

In quest’ottica, perciò, gli organismi internazionali, a partire dal G20, non possono ulteriormente ignorare l’urgenza della definizione di nuove regole per il sistema finanziario ed economico globale, per il sistema monetario e per lo stesso commercio mondiale. Anche per rendere realizzabili i vari grandi progetti infrastrutturali continentali ed intercontinentali di cui si parla in diverse sedi.

Finora sono mancati una visione e un approccio globale ai problemi. Manca una strategia per costruire un mondo più giusto e migliore, più libero e più sviluppato. Come si fece dopo il ’29 con il New Deal e con  la Bretton Woods di F. D. Roosevelt. Dobbiamo ragionare con quei parametri, con quel “respiro” e con quella visione.

E’ inelegante citare se stessi, ma ci sembra doveroso ricordare che questi temi furono affrontati già nel 2004 con la “mozione Lettieri” da noi presentata alla Camera dei Deputati. Anche nel volume “I gattopardi di Wall Street” pubblicato nel 2010 evidenziammo non solo la natura e le origini di una crisi ben prevedibile ma anche la necessità di una nuova Bretton Woods come condizione per affrontare i problemi dello sviluppo economico diffuso e di un maggiore equilibrio tra i vari attori e tra le varie parti del globo.

Questo testo raccoglie le nostre considerazioni e i nostri saggi relativi agli accadimenti economico-finanziari internazionali in una rappresentazione tematica e temporale, spesso pubblicati da ItaliaOggi, dalla Gazzetta del Mezzogiorno e d altri media specializzati. Può essere utile a quanti intendano documentarsi e dedicarsi ad una lettura organica di vicende complesse che vanno sicuramente oltre le logiche localistiche e nazionali.

Il nostro sforzo, senza pretesa alcuna, è stato quasi sempre quello di individuare e proporre possibili soluzioni.

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