Memoriale del seminario di Buta

Dalla newsletter del Monastero di Bose traiamo questa testimonianza, preziosa per il nostro tempo così travagliato. Dall’amicizia, dal rispetto della dignità umana, dalla forza di non piegarsi alla logica della forza, può sorgere un mondo dove prevalgano l’intesa, la giustizia, e con esse la grazia e la pace:

Anni Novanta: forse molti di voi non erano nemmeno nati. Ma sicuramente tutti ne avete sentito parlare, letto: Rwanda, Burundi e Congo … Oggi vi vogliamo raccontare di un gruppo di giovani, come voi, davvero come voi. Il Burundi è attraversato da profondi e sanguinosi scontri tribali, che oppongono la maggioranza Hutu ai minoritari Tutsi. Il dramma sta nel fatto che il 99 % di loro sono cristiani, e si uccidono tra loro per ragioni politico-etniche. I cristiani che tentano di testimoniare la loro fede sono le prime vittime delle barbarie della guerra. Scandalosamente ciò avviene in un paese al 99% cristiano e per oltre il 75% cattolico. La guerra tocca tutti i settori della vita e la situazione si riflette anche nelle scuole e nei seminari, con una rigida suddivisione dei dormitori, degli spazi di gioco e delle aule tra le due etnie. Molti istituti devono chiudere i battenti per le forti tensioni interetniche, il seminario di Buta, nel sud del Burundi, invece, diventa un’isola felice e un concreto esempio di serena convivenza, grazie al nuovo rettore p. Zacharie Bukuri che lavora molto per abbattere le frontiere e per creare un clima di amicizia tra gli studenti. Il suo sapiente accompagnamento spirituale riesce pian piano a far superare il clima di odio e di vendetta che si respira ovunque.

L’esperienza di questo seminario dimostra con i fatti che l’amore di Cristo è più forte delle barriere razziali. In un clima esterno di costante terrore e di preoccupazione per le loro famiglie, con il seminario costantemente presidiato dai militari Tutsi, sotto la martellante istigazione alla violenza propagandata dalla televisione, con le notizie di massacri e genocidi della popolazione civile, i giovani di questo seminario cercano di farsi vicendevolmente forza e coraggio, cercando di mantenere il ritmo delle loro attività e la loro unione, in una semplice vita comune, secondo l’insegnamento del vangelo, al di là dell’odio etnico che la politica cerca di instillare.

Tutto questo fino all’alba del 30 aprile 1997, quando i ribelli Hutu, ubriachi e drogati, irrompono nel dormitorio in cui tutti i seminaristi si sono rifugiati: ordinano ai ragazzi, armi in pugno, di dividersi in due gruppi, Hutu da una parte e Tutsi dall’altra. I ragazzi non si muovono: non perché paralizzati dalla paura, ma perché convinti che di fronte all’amicizia non si possono fare distinzioni etniche. L’amico resta tale, indipendentemente da come te lo vogliano rappresentare.

Jolique Rusimbamigera, uno di quei giovani, seppur ferito gravemente scampò al tragico massacro. Un anno dopo rese questa testimonianza: “Sono entrati nel nostro dormitorio, e hanno sparato in aria quattro volte per svegliarci… Subito hanno cominciato a minacciarci e, passando fra i letti, ci ordinavano di dividerci, Hutu da una parte e Tutsi dall’altra. Erano armati fino ai denti: mitra, granate, fucili, coltellacci… Ma noi restavamo raggruppati e ci abbracciavamo! Allora il loro capo si è spazientito e ha dato l’ordine: ‘Sparate su questi imbecilli che non vogliono dividersi’. I primi colpi li hanno tirati su quelli che stavano sotto i letti… Mentre giacevamo nel nostro sangue, pregavamo e imploravamo il perdono per quelli che ci uccidevano. Sentivo le voci dei miei compagni che dicevano: ‘Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno’. Io pronunciavo le stesse parole dentro di me e offrivo la mia vita nelle mani di Dio”.

Alla fine, su quel pavimento, immersi nel loro sangue, si contano 40 morti: tutti ragazzi tra i 15 e i 20 anni, massacrati in nome dell’amicizia e della fratellanza che volevano difendere a tutti i costi, offrendo così una testimonianza preziosa per il nostro tempo, ancora caratterizzato dalla divisione etnica, dall’odio razziale e dalle discriminazioni.

Dei “martiri dell’amicizia” o della “fratellanza” è stata introdotta la causa di beatificazione, mentre sulle loro tombe e nella cappella di quel seminario, da allora intitolata a Maria Regina della Pace, proseguono ininterrottamente i pellegrinaggi dei burundesi che vengono a invocare la pace per il loro Paese.

Padre Zacharie, dopo questo evento e una lunga sosta in un monastero francese, è stato anche qui a Bose, dove sono venuti a trovarlo due dei seminaristi sopravvissuti. Dopo questo tempo è tornato a Buta dove ha dato vita a un piccolo monastero-santuario accanto alle tombe dei giovani martiri.

Fonte: http://www.monasterodibose.it/ospitalita/giovani/testi-per-meditare/coraggio-della-fede/11996-non-vogliamo-dividerci

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