di Leonardo Servadio

La cultura uccide? È successo il pomeriggio di giovedì 19 ottobre: un turista spagnolo è stato colpito da un fregio caduto da una trentina di metri di altezza nella basilica di Santa Croce, a Firenze. Uno dei più rilevanti monumenti, il tempio delle “itale glorie” cantato dal Foscolo. Tragedie simili sono accadute anche in altri templi della cultura, quali sono le scuole. Quella di San Giuliano di Puglia crollò il 31 ottobre del 2002 uccidendo ventisette bambini e la loro insegnante. Nel liceo Darwin di Rivoli il 22 novembre 2008 la caduta di brani di soffitto in un’aula uccise uno studente. E non sono casi totalmente solati. La cultura uccide dunque? Visitare una chiesa storica è da considerarsi un rischio, andare a scuola implica voler sfidare il destino?

La basilica di Santa Croce è di proprietà del Fondo Edifici di Culto del Ministero degli Interni: lo sono molte altre chiese rimaste allo Stato dopo le diverse requisizioni avvenute da Napoleone in poi. E la proprietà dovrebbe occuparsene, tanto più ove gli edifici siano rilevanti non solo per il culto, ma per la cultura, per la stessa identità nazionale.

Il lutto. Il problema è che manca la prevenzione: la manutenzione…

Non è il nostro Paese tutto uno scrigno di opere d’arte? Non è vero che giungono visitatori da tutto il mondo per osservare, godere, studiare le nostre opere architettoniche? Non è vero che sono tali opere il nostro principale vanto? Non si ritiene che l’Italia sia tanto densa di opere dal significato universale, quanto alcun altro Paese al mondo? Non è stata la Chiesa italiana il maggiore committente di opere artistiche che mai sia esistito? Non è responsabilità primaria di chi si occupa di questo nostro Paese, di far sì che il suo sconfinato patrimonio storico artistico perduri nel tempo? Che un visitatore sia ucciso mentre visita Santa Croce, tempio d’itale glorie, risulta forse la più precisa e la più tragica espressione della decadenza attuale del nostro Paese. Si parla di oltre cinquantamila giovani che fuggono ogni anno all’estero alla ricerca di una vita migliore. Non perché qui facciano la fame, ma perché hanno bisogno di qualcos’altro. Di rispetto per quel che sono. Di una vita degna della grande eredità che il nostro territorio reca impressa ovunque. Ma di tutto quel grande passato dobbiamo in prospettiva supporre che resteranno solo calcinacci e vaghi ricordi nei libri di storia? O non va il cumulo di cultura espresso nei grandi monumenti storici conservato con perizia e con amore? E con impegno economico e tecnico? Perché cultura non è solo astrazione ideale: è anche un patrimonio materiale. Quei talenti che scappano all’estero perché non sanno che fare in Italia, non potrebbero essere invitati a farsi carico di questo grande patrimonio delle tecnologie necessarie per conservarlo, e magari anche per arricchirlo di opere contemporanee? Ma perché questo avvenga, bisogna che chi si occupa di questo Paese si ingegni a curarlo per quel che esso è: uno scrigno di cultura. Il Duomo di Milano ha 135 guglie: sono esili strutture, minacciate dal vento e dalla pioggia. Stanno in piedi nel tempo perché vi sono oltre cento addetti dediti a manutenerlo: a curarlo. Nel compiere l’opera adottano tutti gli accorgimenti tecnologici più avanzati. Non potrebbe dunque esistere a livello nazionale, non per ciascuna delle decine di migliaia di chiese storiche, che sarebbe improponibile, ma per tutte loro assieme assieme, una struttura coordinata che periodicamente ne assicuri il controllo delle condizioni e che sostenga i responsabili locali nell’opera di manutenzione senza la quale nessun edificio può durare nei secoli? Tali sono le competenze necessarie per un lavoro di questo genere, che molti di quei talenti che emigrano potrebbero trovare non solo la possibilità ma anche il piacere di restare per dedicarvisi. La cultura non uccide, al contrario, promuove la vita. Ma va rispettata, curata, favorita. Se è abbandonata, corre il rischio di ritrovarsi sommersa di calcinacci. E di essere sommersa nella vergogna. 

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