La guerra scatenata da Putin ha offerto al presidente turco un’occasione d’oro per presentarsi come mediatore internazionale e uomo di pace e ritagliarsi un ruolo globale prima impensabile. Erdogan non è interessato a porre fine al conflitto, ma a rilanciare il proprio sogno imperiale in Medio Oriente, Caucaso e Asia Centrale e impedire che la Russia arrivi a controllare l’intera costa settentrionale del Mar Nero. Il progetto per una nuova invasione della Siria.

Nelle intenzioni del Cremlino, l’intervento in Ucraina sarebbe dovuto durare pochi giorni e sancire il ritorno della Russia allo status di grande potenza, temuta e rispettata da tutti. Gli eventi sono però andati diversamente. Oltre alle orribili distruzioni e alle perdite in vite umane, la guerra ha aperto nuovi scenari che hanno permesso alla Turchia di occupare uno spazio internazionale che le consente di giocare un proprio ruolo indipendente e fare pressioni su Stati Uniti ed Europa. Inizialmente, sotto lo shock di un conflitto così esteso nel cuore del nostro continente, ci si era illusi che Pechino potesse fungere da mediatore per ottenere un cessate il fuoco e, in prospettiva, una qualche forma di accordo. Poi anche Israele, che ha una fortissima componente di immigrati provenienti dalla Russia e una stretta relazione col presidente Zelensky (l’unico ebreo a essere capo di Stato, oltre all’israeliano Herzog), ha tentato una mediazione che non ha avuto alcun successo. Il presidente francese Macron si è impegnato a mantenere un canale di dialogo aperto con Mosca per impedire che gli Stati Uniti trascinassero l’Europa in una nuova Guerra fredda, ma non ha ottenuto risposte. Solo la Turchia è emersa come credibile fattore in grado di portare le parti al tavolo delle trattative.

I piani di Erdogan

Fallita la blitzkrieg, è ormai chiaro che la guerra è destinata a durare e, insieme a questa, anche l’ambizione turca di riconquistare e allargare il proprio spazio internazionale, per fare un gioco indipendente all’interno della NATO, consolidare la propria influenza su Medio Oriente e Africa del Nord, ma tornare anche a esercitare il tradizionale ruolo su Caucaso e Asia centrale. Ankara può presentarsi come mediatore in buona fede perché, nonostante sia membro della NATO, ha ottimi rapporti con Putin, con il quale ha sviluppato una complessa strategia di coesistenza che fa il gioco di entrambi, ma anche con Kyiv, al quale ha fornito i micidiali droni Bayraktar, usati con successo per resistere all’invasore russo. Inoltre, la Turchia non ha riconosciuto l’annessione russa della Crimea del 2014. Per ora, Putin non ha nessuna voglia di sedersi al tavolo dei negoziati fino a quando non si riterrà soddisfatto dei risultati raggiunti sul campo, né Erdogan intende fare pressioni, visto che il ruolo di mediatore gli offre grandi vantaggi e opportunità.

La NATO, fondata nel 1949, ha trenta membri che hanno diritto di veto sull’accesso di nuovi stati. Erdogan intende sfruttare a suo favore questa clausola.

Storicamente, Russia e Turchia si sono combattute per secoli e teniamo presente che fu proprio la crescente influenza dell’URSS a convincere Ankara ad entrare nella NATO nel 1952. Nel proporsi come mediatore, la Turchia intende anche ergersi a difensore dei tatari turcofoni presenti in Crimea. Non dimentichiamo, inoltre, che l’Ucraina è stata posseduta per secoli dai tatari dell’Orda d’oro, così forti da distruggere la Russia di Kyiv, embrione della civiltà proto-slava. Quando Erdogan dichiara di essere pronto a inviare navi da scorta per consentire la ripresa delle esportazioni di grano ucraino non è certo preoccupato dell’impatto drammatico che il blocco sta avendo sull’Africa, dove crescono le tensioni per il costo della farina. Il suo è un interesse geopolitico, perché non può permettere che la Russia arrivi a controllare l’intera costa meridionale dell’Ucraina, il che le consentirebbe un ruolo egemonico nel Mar Nero. Un rafforzamento di Mosca nell’area si proietterebbe anche nel Caucaso e nell’Asia Centrale, regioni che la Turchia considera proprie per lingua e cultura. Come si vede, Mosca e Ankara hanno interessi diversi ma hanno mantenuto rapporti falsamente cordiali che consentono ai rispettivi capi di Stato di parlarsi spesso, cosa tornata molto utile nelle attuali circostanze.

La richiesta di Svezia e Finlandia di entrare nella NATO, decisione che richiede l’unanimità dei membri, ha permesso a Erdogan di porre il proprio veto e mettere in atto una politica spregiudicata per trarre il massimo vantaggio dalla situazione. Il presidente turco accusa Helsinki e Stoccolma di ospitare membri del PKK, il Partito curdo dei lavoratori, giudicato da Ankara un’organizzazione terroristica, e anche membri della rete di Fethullah Gülen, un oppositore rifugiatosi da tempo negli USA e accusato di essere stato l’istigatore del tentato golpe del 2016. Molto probabilmente, il sultano di Istanbul non intende costringere Svezia e Finlandia a espellere i curdi a cui è stato concesso asilo politico, ma mira a sfruttare il potere di veto per chiedere di essere reintegrato nel programma USA per i moderni caccia F-35 o, in caso di rifiuto, ottenere almeno la consegna dei meno aggiornati F-16. La Turchia richiede anche un maggiore sostegno statunitense in Siria, dove c’è una complessa situazione sul terreno, vista la presenza di Russia e Iran, e una riduzione degli interventi di CIA e dipartimento di Stato in Asia Centrale, regione largamente turcofona.

Rischio di invasione della Siria

Come è evidente, in questo momento tutta l’attenzione della Casa Bianca è rivolta al

L’Unità di Protezione Popolare (YPG) è una milizia presente nelle regioni a maggioranza curda nel nord della Siria. La foto ritrae una militante YPG nel 2014.

confronto con Putin, mentre il grande balzo dell’inflazione preoccupa molto Biden per i possibili effetti sulle elezioni di novembre. In tale contesto, il presidente turco si sente libero di rilanciare la sua aggressiva politica ai suoi confini meridionali e, il 23 maggio, ha annunciato una nuova operazione militare in Siria per creare una fascia di 30 chilometri, in modo da ottenere una “zona di sicurezza”. Parlando ai membri del suo partito, Erdogan ha esplicitato la propria intenzione di iniziare un’operazione militare “per ripulire Tal Rifaat e Mabij dai terroristi”. Le due cittadine, che si trovano a ovest del fiume Eufrate, sono controllate dalle Unità per la Protezione del Popolo (YPG), una milizia armata curda che, con il sostegno americano, ha portato a termine una vittoriosa campagna contro l’Isis. Il governo turco ha ripetutamente accusato il YPG di essere un gruppo terroristico e di aver condotto attacchi contro le forze di sicurezza di Ankara. In una conferenza stampa congiunta con Jens Stoltenberg, segretario generale della NATO, il segretario di Stato Antony Blinken si è dichiarato contrario alla nuova operazione, ma forse gli USA hanno cose più importanti a cui pensare in questo momento.

Già nel 2019, dopo varie operazioni a partire dal 2016, Erdogan aveva ordinato l’invasione della Siria settentrionale e occupato una vasta fascia sul confine meridionale della Turchia, giustificandosi con la necessità di combattere “contro il terrorismo” (forse qualcuno potrebbe ricordare che Putin ha invaso l’Ucraina per “denazificare” il Paese). Il presidente turco intende allargare ulteriormente l’area occupata in Siria in modo da ricollocare in quella zona centinaia di migliaia di profughi, fuggiti dalla terribile guerra civile siriana. Il sultano ci ha abituato da tempo a mosse molto spregiudicate, come l’acquisto del sistema missilistico russo S-400 che gli costò la sospensione dal programma degli F-35, oppure il sostegno a milizie sunnite vicine all’Isis. Oggi potrebbe valutare che l’andamento della guerra in Ucraina non consente a Mosca di contrastare la sua aggressività, e che anche la Casa Bianca, oltre alle proteste verbali, non farebbe molto altro. Ma, in una situazione già surriscaldata come l’attuale, la campagna militare potrebbe aprire scenari molto pericolosi.

Abu Bakr al-Baghdadi, poi eliminato dalle forze anti terrorismo, ha capeggiato lo Stato Islamico. L’invasione della Sira da parte della Turchia favorirebbe ciò che resta dell’Isis.

Il primo problema posto da un’invasione della Siria, a parte la sua illegalità sulla base della legge internazionale, è che il principale obiettivo sono proprio quelle forze curde che hanno sconfitto l’Isis e che sono responsabili della sorveglianza delle carceri in cui sono detenuti migliaia di ex terroristi islamisti. Il 27 maggio 2022, alcuni ufficiali delle Forze Democratiche Siriane (FDS), a guida curda, hanno dichiarato all’emittente Voice of America che “qualunque aggressione turca indebolirebbe la nostra capacità di sorveglianza dei prigionieri dell’Isis e le nostre operazioni contro i gruppi terroristici nella regione. Le prigioni diventerebbero molto più vulnerabili a tentativi di evasione”. Un rischio aggiuntivo è anche rappresentato dalla presenza di milizie iraniane che non hanno nessuna intenzione di favorire i disegni turchi e hanno fatto dei test su missili a medio-raggio. Inoltre, anche se la Siria è uno stato semi-fallito, il suo ministro degli Esteri ha scritto una lettera alle Nazioni Unite in cui definisce la presenza militare della Turchia come “una aggressione, occupazione e pulizia etnica”.

Secondo Ned Price, portavoce del dipartimento di Stato, gli Stati Uniti “condannano ogni escalation. Appoggiamo il mantenimento delle attuali linee di cessate il fuoco”. Un rapporto statunitense valuta che a causa dell’invasione turca del 2019, circa 200 prigionieri dell’Isis sono fuggiti, dando più forza e aggressività al gruppo terroristico. Erdogan, che si è fatto tristemente conoscere per la sua determinazione e cinismo, sta procedendo nel suo piano. Secondo il quotidiano online Al Monitor del 30 maggio 2022, un convoglio militare turco, che include 56 carri armati, 11 lanciarazzi e decine di veicoli con materiale logistico, ha attraversato il confine siriano in direzione di Manbij. Nel caso decidesse per il fatto compiuto gli USA e l’Europa hanno elaborato una possibile strategia di risposta?

Galliano Maria Speri

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