A cento anni dalla nascita, in ricordo di Mihrtad Pasargiklian

di Aldo Ferrara

Le basi politiche dell’Europa Unita nacquero alla fine della guerra sostanzialmente allo scopo di elidere ogni possibile antico contenzioso che nel passato aveva posto le premesse per il conflitto mondiale. Già, conflitto al singolare, come raccomandano gli storici che suggeriscono la soluzione di continuità temporale tra la Prima e la Seconda Guerra. Un unico conflitto mondiale che abbia il suo inizio con l’attentato di Sarajevo e veda la fine con i Trattati di pace di Parigi del 1947. Un unico, lunghissimo contenzioso con uno iato di venti anni, tra il 1918 ed il 1938.

Quando il francese Robert Schuman lanciò la proposta di un comune accordo che fosse la prima pietra della Comunità Europea, aveva chiaro in mente il disegno politico. Che cosa poteva unire le nazioni storiche del vecchio continente e al contempo superare il contenzioso economico? Qual era stato il territorio conteso tra Francia e Germania? La Rhur e l’Alsazia. Area dove abbondano il carbone e il ferro, ossia le risorse più importanti per produrre tecnologia pesante, ossia armi. Dunque con un processo di lunghe trattative, Schuman cercò di ottenere il massimo risultato, pace stabile e riavvio della produzione, chiamando al tavolo proprio le Nazioni che avevano acceso le micce nel 1918 e nel 1938.

Il trattato instaurò la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) abolendo le barriere doganali e le restrizioni quantitative che frenavano la libera circolazione di queste merci, una sorta di bene comune. A vantaggio della produzione nazionale si stabilirono sovvenzioni che in altro modo e in altri tempi sarebbero state impossibili. Al contempo si attuava un principio di libera concorrenza, non foss’altro per mantenere i prezzi più bassi possibili, pur garantendo agli Stati il controllo sugli approvvigionamenti.

Un articolo del Corriere della Sera in merito alla costituzione della CECA.

Il mercato comune venne aperto il 18 febbraio 1953 per il carbone ed il 1º maggio dello stesso anno per l’acciaio. La parziale abdicazione alla sovranità in questo limitato settore era la migliore premessa per dare vita a quella più ampia Comunità Europea che venne allargata e sancita con il Trattato di Roma del 1957. Era la prima volta, dal periodo carolingio, che sorgeva una struttura comunitaria come organismo sovranazionale. Ma un Trattato che includesse solo le nazioni storiche e centrali europee sarebbe stato riduttivo; quindi, per rispettare il carattere di inclusività, a Francia e Germania vennero associati Benelux (Belgio, Olanda e Lussemburgo) e Italia.

Il nostro paese usciva martoriato dalla guerra e con un tasso di disoccupazione elevatissimo (2 milioni senza lavoro). Poteva dunque fornire la mano d’opera necessaria ad avviare un percorso, minerario estrattivo prima e industriale dopo.

Il ruolo dell’Italia era chiaro: era essenziale ai fini del mantenimento del patto di Yalta e andava recuperato in ambito politico e sostenuto finanziariamente. La disoccupazione era al massimo storico, con più di 2 milioni di soggetti: 2.098.257 (di cui 426.482 in agricoltura, 1.101.943 nell’industria, 151.706 nel commercio e 418.126 nelle altre attività). Nel corso degli anni successivi questi numeri cambieranno, con il recupero al lavoro del 50% dei disoccupati, tra l’altro per effetto della migrazione verso il bacino della Rhur.

A queste basi socio-economiche, che diedero vita all’embrione europeo, si affiancarono altre basi scientifiche, legate proprio all’impiego dei minatori. Il lavoro in miniera, l’avanzamento in galleria, specie in assenza di dovute protezioni, cominciava a manifestare i primi effetti negativi sulla salute degli operai. Le polveri di silicio, carbone e detriti misti, in breve tempo determinano quell’orribile alterazione polmonare che è la silicosi, spesso accompagnata da un’altra malattia polmonare, dominante specie in epoca di carestia, la tubercolosi. L’associazione delle due forme in silico-tubercolosi era falcidiante. Dunque i minatori erano destinati a una vita lavorativa, e anche biologica, molto breve, se non si interveniva con misure di prevenzione e controllo.

Miniera di Marcinelle in Belgio.

Nasce la Fisiologia Polmonare al servizio del lavoratore

E qui la storia politica si intreccia e si embrica con quella scientifica dell’epoca. L’inizio della vicenda che trattiamo fu per molti versi il 1918. Con la fine della Prima Guerra Mondiale persistevano molti problemi, anche nei paesi vincitori. Il quadro epidemiologico era dominato dalla tubercolosi, allora endemica con alti picchi nelle nazioni più disagiate e in Italia particolarmente virulenta nel Meridione. Il quadro internazionale era aggravato dall’epidemia di Influenza, la cosiddetta spagnola, che falcidiò più morti, circa 50 milioni, di quanto non abbia provocato l’intero conflitto bellico. Unitamente a questa drammatica diffusione del virus, le vicende europee subivano altri scossoni: in Russia era avvenuta la rivoluzione d’ottobre e nel Sud-Est d’Europa, ai confini asiatici, la diaspora degli armeni, il loro genocidio. Come per la migrazione italiana d’oltreoceano, quello del popolo armeno fu il primo esempio di esodo di massa, evocato dalle stragi compiute dalle truppe turche.

Il Prof. Mihrtad Pazardijklian

Tra coloro che riuscirono a scappare, dando luogo alla diaspora armena verso paesi europei come Francia e Italia, c’era un giovane medico, Aram Pazardijklian che, dopo una breve permanenza parigina, trovò stabilità e lavoro a Sartirana Lomellina, nel pavese, dove sposò una milanese Doc, Ida De Amici. Anche i loro figli divennero medici. Il maggiore, Mihrtad, detto più semplicemente Tat – nato appunto nel 1918 e che per pochissimo non è giunto a festeggiare il secolo di vita – entrò giovanissimo nella Scuola del maggior fisiologo italiano, Rodolfo Margaria, di cui divenne uno degli allievi di maggior spicco per il suo indiscusso rigore scientifico, lavorando sulla Fisiologia Polmonare.

Allora si sapeva poco su come funzionasse il polmone, specie in alta quota – iniziava l’era del volo commerciale – indirizzo privilegiato dal Margaria che adorava le escursioni alpine. Il giovane Pasargiklian fu inviato in Germania dove il fisiopatologo Helmut Knipping perseguiva ricerche sul lavoro muscolare e il rendimento energetico attraverso la tecnologia dell’epoca, che comunque era molto avanzata. I primi lavori sul tapis roulant vennero da lì, così come i primi tentativi di cura del diabetico attraverso l’esercizio fisico.

Oggi al termine “aerobico” si attribuisce una connotazione edonistica (legata alla ginnastica aerobica), ma in realtà deriva dalla valutazione sperimentale del Lavoro Muscolare Aerobico di cui il Prof. Pasargiklian fu maestro, tanto da diventare, insieme con un suo allievo degli anni giovanili, PierGiovanni Scotti, consulente della squadra di calcio del Milan allenato da Nereo Rocco.

La misurazione dei volumi polmonari.

Ed è a questo punto che le nostre storie, apparentemente disgiunte, si saldano. Attraverso uomini come il francese Paul Sadoul, lo scozzese Ronald Christie, il tedesco Knipping e italiani come Pasargiklian, nasce una Comunità Europea scientifica. Proprio partendo dallo studio di quei diseredati minatori che avevano bensì conquistato il lavoro ma perso la salute respiratoria, l’Europa si ritrova unita nell’intento della prevenzione del lavoratore a rischio. All’Italia va il merito di aver gettato le basi della Medicina del Lavoro. È infatti a Milano che nasce la prima Clinica del Lavoro, oggi allocata agli istituti Clinici di Perfezionamento di via S. Barnaba. Ne è promotore Enrico Vigliani, che ebbe per molti anni Mihrtad Pasargiklian come primo collaboratore. La Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA) li adotta come Alti Consulenti e da quel primum movens nasce il filone scientifico delle Malattie professionali, con il supporto italiano dell’INAIL, e si sviluppa l’investigazione sulle patologie restrittive, quelle forme di fibrosi polmonare da patologia professionale e non, oggi al centro di serrata ricerca immunologica e terapeutica.

Così nasce un’Europa unita da intendimenti scientifici, in cui i protagonisti sono anche italiani, che abbandona le antiche incomprensioni e si muove su un terreno di interessi condivisi. Da questo input deriverà poi la ricerca attuale sulla prevenzione delle malattie respiratorie d’ambiente, che così largo spazio merita oggi, di fronte ai problemi dell’inquinamento urbano e dei cambiamenti climatici che ne sono la diretta emanazione.

L’Ilva di Taranto.

Uno scienziato milanese

Uno dei promotori di quel che abbiamo qui sintetizzato fu proprio Mihrtad Pasargiklian. Fu destinato per sorte a viaggiare per la Penisola, prima di trovare stabilità scientifica nella sua Milano. Chiamato nell’Università di Sassari prima e nel 1962 in quella di Palermo, come docente Ordinario, fu un punto di riferimento innovativo per i giovani studiosi di quella materia – tra i quali si trova l’estensore di queste note – e proprio a Palermo nacquero le basi della moderna Medicina Respiratoria: con la monografia sul surfattante o tensioattivo polmonare, un fosfolipide essenziale nel funzionamento dell’alveolo. Scritta con Luigi Allegra, quella monografia fu frutto di ricerche avviate proprio nei giorni in cui il neonato Patrick, figlio del Presidente Kennedy moriva per un gravissimo deficit di questo tensioattivo.

Nel 1968 Pasargiklian fu chiamato alla Facoltà di Medicina di Milano dove sviluppò la sua Scuola, dispiegata sui vari fronti di ricerca su temi di farmacologia dell’asma, patologie dei lavoratori a rischio, tematiche rino-sinuso-bronchiali. Insomma, un ventaglio di opzioni scientifiche in cui riversò tutto il suo entusiasmo e la sua impronta clinica.

La via Panisperna di Milano

La fucina di quella meravigliosa esperienza scientifica fu il Padiglione “Alfonso Litta”, del Policlinico di Milano, oggi per fortuna protetto dalla Soprintendenza alle Belle Arti quale Monumento da preservare e che resta, gemma isolata, nel contesto dei nuovi Padiglioni. Fu una sorta di “Via Panisperna” della Pneumologia italiana. Da quello strano edificio in stile tardo Ottocento, dedicato al marchese Alfonso Litta, partirono giovani ricercatori per lavorare nei laboratori di Hermann Beneken Kolmer a Njimegen (Olanda); in quelli francesi di Nancy diretti da Paul Sadoul, e in quelli di Cohen e Schwartz a Boston (Massachusetts), così come molti scienziati, dall’Italia e dall’estero, calcarono il selciato di via Commenda per venire al Litta.

Padiglione Litta del Policlinico di Milano.

Oggi il contesto scientifico italiano, almeno in ambito medico è molto cambiato. La ricerca avanzata è demandata allo sviluppo della tecnologia, basti pensare alla chirurgia robotica; quella farmacologica è nelle mani dell’industria del settore e di poche isole di ricerca vera, come l’Istituto Mario Negri. Ma la ricerca clinica è legata da lacciuoli derivati dal difficile connubio con l’assistenza ospedaliera aziendale, ha perso le sue primitive motivazioni ed è rimasta al palo. Soffocata e ancillare a quella statunitense che ha ben altri presupposti.

In definitiva, un mondo che sembra quasi estraneo ai pensieri, alle ricerche, agli intendimenti di quei pionieri che abbiamo qui ricordato, ai quali dobbiamo un tassello, neanche piccolo, dell’Europa Unita.

LEAVE A REPLY