di Galliano Maria Speri

Il 3 e 4 settembre 2018, 53 capi di Stato e di governo africani hanno partecipato a Pechino a un incontro al vertice con tutta la dirigenza cinese, nell’ambito del Forum sulla cooperazione Cina-Africa (FOCAC), il settimo di una serie iniziata a Pechino nel 2000. L’unico Paese africano assente è stato il minuscolo Swaziland, non invitato da Pechino perché riconosce ancora Taiwan e mette quindi in discussione la politica cinese di “una sola Cina”. La riunione del FOCAC è stato il più grande incontro di dirigenti africani al di fuori del continente e sottolinea in modo nettissimo la preminenza assoluta di Pechino nel continente, considerato un fattore cruciale nella Road and Belt Initiative, meglio conosciuta come nuova Via della Seta, la strategia cinese per creare una rete mondiale di commerci terrestri e marittimi che fanno perno sulla Repubblica popolare. Cominciano però a sentirsi sempre più voci preoccupate per il crescente indebitamento africano verso il Paese asiatico.

Prestiti “senza condizioni”?

Parlando al Forum, il presidente e segretario del Partito comunista cinese Xi Jinping ha annunciato altri 60 miliardi di dollari di nuovi investimenti, una parte dei quali senza interesse. Questa cifra colossale va ad aggiungersi ai 60 miliardi di dollari promessi nel 2015, tanto che alcuni dirigenti africani hanno parlato in toni entusiastici del futuro dischiuso da questa prospettiva. Xi Jinping, forse rispondendo alle inquietudini crescenti riguardanti il ripagamento del debito, ha tenuto a precisare che i prestiti cinesi sono “senza condizioni” e ha affermato che la Cina “non interferisce negli affari interni africani e non impone la propria volontà. Più di 1,3 miliardi di cinesi e 1,2 miliardi di africani hanno sempre perseguito un futuro in comune. Noi rispettiamo, amiamo e sosteniamo l’Africa”. Parole chiarissime che hanno fatto piacere a molti delegati.

Il presidente cinese e quello sud africano Cyril Ramaphosa durante la visita di stato di Xi Jinping in Africa a luglio. La Cina è il principale investitore nel Paese africano e supera di gran lunga Germania e Stati Uniti.

Cyril Ramaphosa, il presidente del Sud Africa, uno dei più sviluppati del continente, ha dichiarato che l’incontro di Pechino stava operando “verso una visione elaborata in Africa ad opera di africani per la creazione di un’Africa integrata, prospera e pacifica”. Anche Emmerson Mnangagwa, neo-eletto presidente dello Zimbabwe, in un’intervista alla televisione cinese ha rintuzzato le critiche verso la politica economica di Pechino affermando che “stiamo andando verso un nuovo ordine economico mondiale e coloro che non lo vedono sono ciechi”. Ha poi aggiunto che il FOCAC “respinge l’idea di un nuovo colonialismo che sta prendendo piede, come i nostri detrattori vorrebbero farci credere”. Il concetto è stato riaffermato senza mezzi termini anche da Paul Kagame, presidente del Ruanda, secondo il quale la Cina è “un socio molto più rispettabile” sia dell’Europa che dell’America. “Le relazioni tra l’Africa e la Cina –ha continuato- sono basate sul rispetto reciproco e sul benessere comune. I nostri legami crescenti con la Cina non vanno a detrimento di nessuno”.

Gli esperti fanno però notare che gli accordi tra la Cina e i vari Paesi africani sono molto asimmetrici, a prescindere dalle parole rassicuranti di Xi Jinping. I dati ci dicono che dal 2008 la Cina ha assunto un’importanza crescente negli scambi commerciali con l’Africa ma la bilancia dei pagamenti è tutta favorevole ai cinesi visto che sono ben 40 le nazioni africane fortemente indebitate, mentre sono soltanto cinque quelle che hanno un surplus. L’Uganda, ad esempio, ha un rapporto import/export di 22 a 1; persino la Nigeria, il principale produttore di petrolio del continente, importa 11 miliardi di dollari di merci a fronte di un export di petrolio di un solo miliardo. Per rispondere a queste crescenti preoccupazioni, la Cina ha messo a punto una serie di proposte per aumentare le esportazioni africane verso la Repubblica popolare ipotizzando la riduzione dei dazi, lo sviluppo dell’e-commerce, la partecipazione dei Pesi africani alla Fiera di Shanghai del prossimo novembre e la creazione di un fondo di 5 miliardi di dollari per finanziare le importazioni dall’Africa. Anche supponendo che tutte questi progetti divengano realtà, ci vorranno molti anni prima che abbiano un qualche effetto sul crescente indebitamento africano. Secondo i commentatori più attenti, quello che è mancato finora è stata la capacità dei tanti progetti infrastrutturali, realizzati unicamente da grandi imprese cinesi e, spesso, anche con manodopera cinese, di innescare lo sviluppo locale e quindi favorire la crescita economica africana.

Troppi debiti?

Lo scorso aprile il Fondo Monetario Internazionale ha lanciato l’allarme sul fatto che il 40% delle economie africane meno sviluppate aveva contratto un indebitamento eccessivo. Ciad, Eritrea, Mozambico, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan e Zimbabwe sono entrati in zona rischio per il debito, mentre lo Zambia e l’Etiopia sono già considerati “ad alto rischio”. La Cina si avvia a diventare il più grande investitore finanziario in Africa per la relativa facilità con cui concede i crediti. Invece di iniziare la lunga procedura per ottenere un prestito dal Fondo Monetario Internazionale o dalla Banca Mondiale, molti Paesi africani si rivolgono alle banche cinesi che non impongono specifiche politiche economiche o un bilancio rigoroso.

Dal 2000, la Cina ha aumentato i propri prestiti ai governi africani in modo esponenziale.

Secondo William Gumede, docente di Public Management all’università sud africana di Witwatersrand, “i cinesi richiedono che venga usato loro macchinario e spesso manodopera cinese. Operai provenienti dalle aree rurali cinesi, che sarebbero altrimenti disoccupati, vengono spediti in Africa a lavorare”. Per garantirsi contro un’eventuale bancarotta, la Cina chiede spesso di usare le materie prime come collaterale, come è avvenuto per le miniere di rame e cobalto della Sicomines (posseduta al 68% da investitori cinesi) nella Repubblica Democratica del Congo o per diversi giacimenti petroliferi in Angola. In alcuni casi, è stato anche concesso di pagare gli interessi sui debiti contratti non con valuta pregiata ma in beni commerciali, consentendo così anche a Paesi con scarsi titoli di credito di ricevere prestiti.

Il problema vero, però, è che a volte dei grandi e costosi progetti infrastrutturali vengono realizzati su indicazioni di politici locali che lucrano sulla realizzazione delle opere senza una valutazione adeguata dell’utilità del progetto e della sua capacità di sviluppare l’economia locale. In questo modo le finanze di nazioni povere vengono caricate di un peso eccessivo che non serve a innescare la crescita economica. Lo Zambia si trova in queste condizioni, tanto che lo scorso anno il ministro delle Finanze Margaret Mwanakatwes si è recata a Pechino per discutere una ristrutturazione del debito. La situazione sta diventano così tesa che il sito Zambian Observer ha denunciato la possibilità che la Cina si appropri di settori strategici dell’economia nel caso che lo Zambia, secondo produttore di rame africano, non riesca a pagare gli interessi sul debito. D’altronde ha destato molto scalpore il fatto che il porto di Hambantota, costruito dai cinesi in Sri Lanka lungo la loro nuova Via della Seta, è stato concesso a un’impresa cinese per 99 anni, dopo che i contraenti non erano riusciti a pagare gli interessi sul debito. Questo fatto ha colpito così tanto la Malesia da cancellare a fine agosto un enorme progetto infrastrutturale (che valeva 20 miliardi di dollari) con finanziamenti cinesi.

Operai e tecnici cinesi al lavoro sulla ferrovia Entebbe-Kampala in Uganda.

Una ulteriore difficoltà è rappresentata dai problemi di sicurezza legati alla grande espansione degli investimenti cinesi. Molti Paesi africani, a causa della loro situazione politica instabile, rappresentano un rischio notevole, come è avvenuto due anni fa in Sud Sudan, dove 350 cinesi occupati nell’industria del petrolio sono stati fatti evacuare d’urgenza. Come è ben noto, il caso più grave si verificò in Libia nel 2011, quando Pechino fu costretta ad evacuare 35.000 propri cittadini che si trovarono invischiati nella drammatica guerra civile che portò alla caduta di Gheddafi. Questi eventi sono costati molti miliardi di dollari alla Cina e, forse, è anche per questo motivo che Pechino ha aperto una sua base militare a Gibuti nel 2017.

Le prospettive

Sembra che l’attuale amministrazione americana non abbia messo a punto nessuna strategia specifica verso l’Africa. L’India ha invece iniziato a investire sul continente, come è stato sottolineato dalla visita del Primo ministro Narendra Modi del luglio scorso. Parlando di fronte al Parlamento dell’Uganda, Modi ha detto: “La nostra politica di sviluppo include l’apertura di 180 linee di credito per circa 11 miliardi di dollari verso 40 Pesi africani. All’ultimo Forum India-Africa (tenutosi a New Delhi nel 2015) ci siamo impegnati per linee di credito per 10 miliardi di dollari più 600 milioni in progetti di assistenza”. Grandi cifre, come si vede, ma molto distanti dal massiccio impegno cinese. La scorsa settimana, interrompendo il proprio stato catatonico, la Commissione europea ha annunciato l’inizio di una strategia politica ed economica verso l’Africa che verrà messa a punto quanto prima. Fino a quando l’Europa si limiterà allo slogan vuoto di “aiutiamoli a casa loro” l’Africa rimarrà un problema per il vecchio continente che sembra non avere le capacità per trasformarla in un’opportunità.

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