Il sultano Erdogan  sta mettendo in atto una sfrontata offensiva per consolidare la sua influenza in Africa e nel Mediterraneo orientale, arrivando a minacciare militarmente la Grecia e la Francia, entrambe membri della NATO.  La prossima mossa sarà la cacciata da Sirte del generale Haftar e l’umiliazione dell’Egitto. Finora, le provocazioni turche hanno incontrato soltanto miti proteste formali.

Da diverso tempo, la stampa internazionale definisce neo-ottomana la politica spregiudicata condotta dal primo ministro turco. Voglio sottolineare che non si tratta di una semplificazione giornalistica, un termine colorito usato per colpire l’immaginazione dei lettori. Basta prendere una cartina del Mediterraneo per rendersi conto che Erdogan ha lanciato un’offensiva per estendere l’influenza turca sulle aree un tempo dominate dall’Impero ottomano, con la sostanziale neutralità americana e la totale inconsistenza dell’Europa. E, a differenza di tanti affabulatori da tastiera, il premier turco non ha remore o timori e, finora,  ha sempre messo in atto i suoi propositi.

Erdogan agita minaccioso la scimitarra

Il 7 dicembre 2017, durante una visita ufficiale ad Atene, Erdogan non si fece nessuno scrupolo nell’annunciare, di fronte a un governo greco basito, la sua intenzione di rivedere il Trattato di Losanna, firmato da Grecia, Turchia e Alleati nel 1923, che fissò i confini tra le due nazioni e diede alla Grecia la quasi totalità delle isole al largo della Turchia. A dimostrazione che quelle non erano parole al vento, il 22 luglio 2020 la nave turca Oruc Reis per la ricerca di gas sottomarino è entrata nelle acque che circondano l’isola greca di Kastellorizo, scortata da navi della marina militare, in violazione delle leggi internazionali. Nella sua pagina Facebook, il presidente francese Macron ha dichiarato: “Non è accettabile che lo spazio marittimo di uno Stato membro della nostra Unione sia violato o minacciato. Coloro che compiono tali azioni devono essere sanzionati”. Hami Aksoy, portavoce del ministero degli Esteri turco, ha irriso la dichiarazione e ha affermato che i francesi “dovrebbero smettere di appoggiare dei golpisti in Libia, dei terroristi in Siria e coloro che pensano di essere i soli padroni del Mediterraneo orientale”.

Il primo Ministro ellenico Kyriakos Mitsotakis ha reagito affermando che Atene è “pronta a difendere il proprio territorio” ma, evidentemente, non ha impressionato i turchi più di tanto perché, lo stesso giorno dell’intrusione della Oruc Reis, due F-16 turchi hanno sorvolato le isole di Strongyli e Megisti, un’invasione dello spazio aereo a cui la Grecia è abituata da tempo. E non è certo la prima volta che la Turchia minaccia l’uso delle armi contro Paesi che, come membri della stessa alleanza, dovrebbero essere amici. Un caso, forse anche più grave, si è verificato il 10 maggio 2020 al largo della Libia quando la fregata greca Spetsai, operante nell’ambito della missione europea Irini che dovrebbe impedire l’arrivo di armi al Paese africano ha incrociato il Cirkin, un mercantile partito dalla Turchia, che sembrava diretto verso la Libia. La Spetsai ha contattato il Cirkin chiedendo informazioni su carico e direzione ma la risposta è arrivata, sulle frequenze della NATO, da una nave militare turca presente nella zona che ha detto che tutto era a posto e che i greci non dovevano impicciarsi. Quando anche una seconda nave militare turca ha cominciato a muoversi verso la fregata greca, quest’ultima ha desistito per evitare un incidente. Anche in questo caso la Francia, che aveva una sua nave nell’area, ha denunciato la mossa turca ma senza alcun effetto.

L’inizio della fine per il generale Haftar?

La celebrazione del Türkgünü (il Giorno turco) nei pressi della Porta di Brandeburgo, il monumento più noto di Berlino. La foto ci aiuta a capire la ritrosia del governo tedesco nel criticare apertamente la politica di Erdogan.

Con l’Europa, impegnata nell’affrontare la pandemia e la conseguente crisi economica, e gli Stati Uniti, ormai privi di una strategia internazionale che non sia collegata al desiderio di rielezione di Trump, Erdogan ha le mani libere per la sua politica espansionistica. Il presidente francese Macron è stato l’unico che ha criticato esplicitamente l’avventurismo militare turco ma, mentre ha tutti i diritti a stigmatizzare le violazioni turche delle acque territoriali greche e cipriote, sulla Libia risulta poco credibile perché proprio la Francia ebbe un ruolo  centrale nella caduta del dittatore libico Gheddafi, da cui è derivata la destabilizzazione attuale. La Germania, la principale economia dell’Unione Europea, ospita circa quattro milioni di cittadini di origine turca, la più vasta e influente minoranza presente in Germania, per cui la Merkel è stata sempre molto cauta nelle sue prese di posizione verso la Turchia. In ogni caso, Erdogan ha minacciato più volte di inondare l’Europa di profughi nel caso l’Unione gli mettessi i bastoni tra le ruote. La recente trasformazione in moschea della chiesa bizantina di Santa Sofia a Istanbul, diventata museo per volontà di Kemal Atatürk, mostra che Erdogan sta accelerando nel presentarsi esplicitamente come il nuovo sultano e punto di riferimento di tutto l’islam sunnita.

Per quanto riguarda la guerra civile in Libia, il 22 luglio 2020 Turchia e Russia hanno raggiunto a Istanbul un accordo per arrivare a un cessate il fuoco. Anche se sostengono fronti opposti, i due Paesi non si sono mai confrontati sul campo perché, come è già successo in Siria, preferiscono spartirsi la preda, piuttosto che combattere per appropriarsene da soli. In questo momento, Erdogan è in una posizione di forza perché, grazie ai suoi sofisticati droni e ai mercenari siriani, il generale Haftar appoggiato da Mosca, ma anche da Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e (ufficiosamente) Francia, è in ritirata. Dopo l’incontro con i russi, Ibrahim Kalin, consigliere per la sicurezza del presidente turco, ha dichiarato di aver trovato una soluzione negoziale per “un cessate il fuoco credibile e sostenibile” aggiungendo però che ogni accordo si dovrà basare sul ritorno alle linee del 2015. Questo significa che per i turchi le forze di Haftar devono ritirarsi da Sirte (la porta d’accesso ai campi petroliferi) e dalla base aerea di al-Jufra.

Come si vede dalla cartina, Sirte rappresenta un punto strategico per l’accesso ai principali giacimenti petroliferi libici.

Kalin ha poi rincarato la dose affermando che, in ogni caso, Haftar non è un personaggio affidabile perché ha violato altri accordi di tregua raggiunti nel passato. Ma questo, ha aggiunto il consigliere del presidente, non dovrebbe essere un problema perché “c’è un altro parlamento a Tobruk e ci sono altri giocatori in campo a Bengasi. I negoziati si potrebbero condurre con loro”. È ovvio che i turchi spingano per l’emarginazione del loro principale avversario sul campo ma comincia a trapelare che anche tra i suoi sostenitori inizino a serpeggiare molti dubbi sulla capacità di Haftar di sconfiggere militarmente il governo di al-Sarraj. La sua offensiva per la conquista di Tripoli nell’aprile del 2019, che doveva essere una marcia trionfale, si è subito impantanata, per poi trasformarsi in una rotta vera e propria dopo l’intervento militare turco.

Una figura emergente nel campo di Haftar è Aguila Saleh, presidente del Parlamento di Tobruk e presidente della Libia dal 2014 al 2016, con buoni rapporti con i russi, i sauditi e gli egiziani, a cui ha chiesto aiuto militare in caso di attacco a Sirte. Il 17 luglio, il presidente egiziano al-Sisi ha tenuto un aggressivo discorso  contro la Turchia e ha ottenuto l’assenso del parlamento egiziano per un eventuale intervento militare in Libia, dichiarando Sirte una vera e propria linea rossa per l’Egitto. Ma le parole roboanti del generale/presidente intendono mascherare una sostanziale debolezza perché non solo l’Egitto è fortemente colpito dalla pandemia del Covid-19 ma anche i negoziati con l’Etiopia sul controverso progetto di diga sul Nilo sono a un punto morto. Il problema è che l’enorme diga, che gli etiopi stanno realizzando sul Nilo Azzurro, risolverebbe probabilmente i loro problemi energetici ma potrebbe ridurre fortemente il flusso d’acqua verso l’Egitto, aprendo una crisi drammatica. In questo contesto, è molto probabile che le minacce profferite da al-Sisi rimarranno sulla carta, anche perché un intervento egiziano in Libia potrebbe provocare, a sua volta, una risposta diretta da parte del temibile esercito turco, più forte e moderno di quello egiziano.

Il futuro della Libia e l’Europa

Si può quindi ipotizzare che le forze che si scontrano sul campo cerchino un accordo su Sirte e sulla spartizione del potere, una volta che Haftar, anziano e con problemi di salute, venga scalzato dalla sua posizione attuale. I due campi sono egemonizzati politicamente da Turchia e Russia che non dovrebbero però avere troppi problemi nel trovare un compromesso. A differenza di Erdogan, Putin è interessato relativamente al petrolio, ma vede probabilmente con grande interesse la possibilità di una base militare nell’area, che rinforzi e sostenga la politica mediterranea di Mosca. Le basi aeree e marittime in Siria sono importanti ma ancora marginali, mentre la Libia consentirebbe a Mosca un peso diretto e immediato sull’Europa. Il disegno turco è più articolato perché mira non solo a basi navali come quella di Misurata o aeree, come quella di al-Watiya, al confine con la Tunisia, appena sottratta alle forze di Haftar, ma a giocare un ruolo centrale a livello politico ed economico. Come ha già fatto in Somalia, la Turchia aspira alla formazione e all’addestramento delle forze armate libiche ma anche alla realizzazione di grandi infrastrutture per la mobilità e per i servizi oltre che allo sviluppo di un’adeguata rete elettrica. Non può sfuggire a un osservatore attento che questo sarebbe stato proprio il ruolo che avrebbe potuto giocare l’Italia, tagliata però fuori dall’intervento militare della Turchia, rientrata in Libia dopo averla persa nella guerra italo-turca del 1911-912.

Nessun Paese europeo ha la forza per intervenire singolarmente per cui è necessario elaborare una politica comune, la cui premessa è un accordo tra Italia e Francia che chiuda con un passato di scontri, il cui unico risultato è stata la consegna della Libia alla Turchia su un piatto d’argento. Francia e Italia devono allearsi sulla Libia perché l’Europa non può permettersi di lasciare il suo fronte meridionale nelle mani di un autocrate che intende sfruttare sia il petrolio che la questione dei migranti per ricattarci. Una mossa del genere richiede grande visione ed enorme coraggio ma dopo l’accordo sul Recovery Plan, che ha preso atto del fatto che senza una collaborazione tra Stati l’Europa non ha futuro, è forse possibile sperare in un passo nella giusta direzione. Senza una strategia europea concordata per fermare l’avventurismo di Erdogan, la Turchia rischia di diventare un problema molto serio per l’Unione Europea nei prossimi mesi e anni.

di Galliano Maria Speri

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