di Axel Famiglini

La crisi siriana, dopo più di sei anni di combattimenti, dopo distruzioni inenarrabili, centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi, sembra essere infine giunta ad un punto di svolta. Il crollo ormai inarrestabile delle difese poste dalle milizie dell’ISIS, sia in Iraq che in Siria, sta determinando il rapido mutamento dello scenario geopolitico nella regione, accelerando il progressivo rafforzamento del fronte russo-iraniano nell’area a scapito degli altri attori coinvolti sullo scacchiere mediorientale. Tale fenomeno, come noto, era già in atto da tempo, tuttavia il riorientamento di indirizzo politico promosso da parte dei principali attori internazionali collocati sul versante opposto al regime di Assad ed ai suoi alleati ha chiarito, in un certo qual modo, quali potranno essere gli esiti più probabili di un conflitto che in varie fasi e su vari livelli ha dilaniato per lungo tempo sia la Siria che l’Iraq. Il regime di Assad si è a più riprese dimostrato quale un’entità inumana e barbara, ciononostante, a quanto pare, ha reso manifesta, a suo pieno vantaggio, una certa conoscenza degli insegnamenti insiti nella storia romana. Quando Pompeo Magno dovette affrontare il problema dei pirati cilici, questi divise il mar Mediterraneo in un certo numero di distretti. Si procedette successivamente a “ripulire” sistematicamente i distretti occidentali, lasciando il “quartier generale” dei pirati per ultimo, ben sapendo che in questo modo, posti sotto assedio tutti i pirati rimanenti in un medesimo luogo, ci si sarebbe potuti sbarazzare del problema una volta per tutte ed in un solo colpo. Se cercassimo una corrispondenza fra gli eventi occorsi nel passato e quelli moderni, non potremmo far altro che notare che quanto sta accadendo ai ribelli siriani in Siria assomiglia in maniera abbastanza palese a quanto occorso ai pirati cilici nel mondo dell’antica Roma. Gli accordi di trasferimento dei ribelli siriani sconfitti nei vari teatri di guerra della Siria verso la provincia di Idlib segue la medesima logica. Il regime di tregua imposto ai combattenti dell’opposizione siriana dal tavolo di Astana nei fatti sta creando le condizioni per una sostanziale ghettizzazione delle forze ribelli non solo ad Idlib ma anche nel sud della Siria. Ovviamente, una volta che l’ISIS sarà debellata, le forze del regime siriano e dei suoi alleati avranno gioco facile  a chiudere la “partita” stringendo progressivamente d’assedio le ultime sacche ribelli rimaste. La Turchia, d’altra parte, ha già da tempo compreso che ormai non sussistono più le condizioni per provocare il crollo del regime di Assad. La contestuale crisi politico-sociale ed economica interna alla Turchia nonché i pessimi rapporti in essere sul piano internazionale intrattenuti da Erdogan hanno suggerito ad Ankara di assumere un atteggiamento più conciliante sia nei confronti della Russia che dell’Iran. Allo stesso tempo la gravissima crisi geopolitica in corso fra i Paesi del Golfo è altresì indice del sostanziale fallimento che le politiche sia del Qatar che dell’Arabia Saudita hanno raccolto in terra siriana. Certamente il Qatar, negli ultimi anni, ha svolto un ruolo ambiguo sullo scenario internazionale, in parte determinato da alcune locali convergenze di interessi con Teheran, come, ad esempio, in Palestina, in parte causato da una serie di ricatti che l’Iran stesso ha posto sul Qatar, non ultimo il rapimento in Iraq di alcuni membri dell’alta società qatariota. Ciononostante l’attuale “carosello” inscenato dall’Arabia Saudita contro il Qatar, oltreché essere del tutto insufficiente al fine di nascondere agli occhi del mondo gli errori strategici che Riyad stessa ha compiuto sullo scenario siriano, sta nei fatti rendendo sempre più concreto ciò che prima risultava essere poco più di una fantasia propagandistica, ovvero un’alleanza di comodo tra il Qatar strangolato dall’embargo saudita e l’astuto Iran degli Ayatollah. Nel mezzo del confronto in essere in seno al Golfo Persico si è collocata la Turchia, la quale, solidale nei confronti dell’amico Qatar, sta cercando di reinventarsi una politica estera ponendosi in una posizione di cuscinetto fra le ambizioni (russo-)iraniane e i timori sauditi. A monte di tale crisi, a parte i sibillini segnali di fumo prodotti dall’emiro del Qatar ad uso e consumo delle inestricabili triangolazioni geopolitiche mediorientali, sta la presidenza Trump, la quale avrebbe non solo garantito a Riyad la propria eterna ostilità contro Teheran ma anche un appoggio incondizionato alle mire egemoniche di Riyad. Ciò che però la “nuova giovane ed irruenta” Arabia Saudita non ha compreso è che la giurisdizione del presidente Trump travalica di poco il muro posto a confine dell’account “Twitter” a disposizione del presidente stesso mentre il resto delle decisioni politiche in tema di Affari Esteri viene ormai assunto dal direttorio di generali ed alti funzionari che già da tempo sta sia depurando che commissariando la Casa Bianca di un presidente caratterizzato da una personalità forse non propriamente consona all’ufficio ricoperto. Che ci fosse stata una svolta nella politica americana sulla Siria lo avevano sperato in molti quando gli Usa, alcuni mesi fa, avevano attaccato le postazioni di Assad a seguito di un attacco chimico contro la popolazione civile. Tuttavia chi gestisce in seno all’amministrazione americana la politica estera “a stelle e a strisce” in realtà non ha sconfessato ciò che già l’amministrazione Obama stava cercando di fare e ciò che il più vasto sentimento conservator-isolazionista ha continuato a propugnare, ovvero chiudere la partita siriana con la collaborazione di Mosca all’interno di una logica tipica di un “Paese in crisi”, la quale richiede il mero soddisfacimento del proprio “particulare” finalizzato alla mera sopravvivenza politica. La medesima decisione statunitense di interrompere il programma di supporto della CIA a favore dei ribelli anti-Assad rappresenta un segnale politico abbastanza conclusivo su quali siano gli attuali e reali umori americani sulla vicenda siriana (per quanto mezzi e rifornimenti siano sempre stati pagati ed elargiti in gran parte dai Paesi del Golfo e dalla Turchia). Da questo punto di vista ciò che si sta prefigurando in Siria è la sostanziale affermazione del regime di Assad sul campo di battaglia dove però Mosca e Teheran dovranno negoziare un’uscita di scena di Washington dalla terra damascena che ripaghi sul piano geopolitico ed economico gli Usa rispetto allo sforzo compiuto da questi nella lotta contro l’ISIS e che inoltre riconosca la prosecuzione del ruolo egemonico degli Stati Uniti sul piano internazionale. Parimenti gli Usa dovranno in qualche modo farsi garanti del problema curdo anche quando non potranno più utilizzare in Siria i propri mezzi militari per interporsi fra i Curdi stessi e i Turchi. Se leggiamo i fatti in un’ottica di lungo periodo possiamo in effetti vedere concretizzarsi quel progetto di natura “imperiale” sul medioriente che l’Iran coltiva da decenni (se non dal tempo dell’impero persiano…) teso ad esportare l’influenza della propria rivoluzione islamica nel mondo musulmano. Sia in Siria che in Iraq il sostegno militare e finanziario degli Stati Uniti è stato determinante nella lotta contro l’ISIS e nella riconquista del territorio perduto a favore delle milizie del sedicente “Califfato”. Tuttavia gli Usa non intendono trasformare questi due Paesi in una perenne fonte di spesa ed in un loro protettorato, ben memori di quanto accaduto all’economia americana e mondiale a seguito della seconda guerra irachena e del conflitto in Afganistan. Pertanto gli Stati Uniti permetteranno fondamentalmente che in Siria il regime di Assad sopravviva con l’aiuto di Russi ed Iraniani, mentre in Iraq sarà sempre l’Iran, forte delle milizie popolari sciite e delle proprie truppe impiegate nel Paese, a reggere le sorti di Baghdad. Alla fine Teheran potrà godere di una splendida “autostrada” che dall’Iran spargerà la propria influenza fino alle sponde del Mediterraneo, toccando l’Iraq, la Siria ed il Libano. La
Cina stessa ha già colto da tempo le opportunità insite in un tale esito geopolitico. Parimenti Israele ha compreso che la configurazione di alleanze fra stati clienti dell’Iran che si sta creando a ridosso dei propri confini rappresenta una vera e propria spada di Damocle sulla testa di Tel Aviv e non è un caso che sempre più frequentemente le forze armate israeliane colpiscano forze siriane e di Hezbollah in Siria come a testimoniare una sorta di crescente inquietudine generale non calmierata affatto dall’apertura di un canale di dialogo con Mosca. Appare chiaro che il sostegno “a parole” del presidente Trump ai Sauditi unito all’intesa dell’amministrazione Usa con Mosca e Teheran sulla Siria rappresenti un’autentica contraddizione che però assume una sua logicità quando si comprende che la politica estera americana non è gestita da Trump ma da un entourage burocratico che, ad esempio, sa bene di potersi permettere solo lievi sanzioni contro Teheran ma non la possibilità di poter denunciare l’accordo sul nucleare iraniano, vedendo chiaramente quanto gli Stati Uniti siano in difficoltà in scenari quali l’Estremo Oriente della crisi con la Corea del Nord. Che i rapporti di forza in Medioriente si stiano modificando pare averlo compreso anche la Giordania, la quale parrebbe non vedere l’ora di ripristinare i propri rapporti diplomatici con Assad. Allo stesso modo l’azione di mediazione che il Kuwait sta svolgendo nella crisi fra Arabia Saudita ed il Qatar testimonia quanto il piccolo emirato del Golfo sia consapevole di essere compresso fra pressioni geopolitiche generate da forti interessi divergenti agenti sulla regione. L’Egitto di Al Sisi rappresenta certamente un segnale di quanto le alleanze sorte all’indomani dell’esplosione delle primavere arabe siano mutevoli. Il Paese del Nilo si era inizialmente emancipato dalla dittatura dei Fratelli Musulmani grazie all’enorme contribuito finanziario di Paesi quali l’Arabia Saudita. Tuttavia la tutela saudita pare stesse sempre più stretta al nuovo “Faraone d’Egitto”, pertanto quest’ultimo ha cercato l’appoggio della Russia per uscire dalla morsa di Riyad. Evidentemente la crisi economica egiziana ha avuto la meglio, riportando il Paese nell’orbita saudita (indubbiamente Al Sisi non deve aver avuto difficoltà alcuna ad unirsi a Riyad contro il Qatar il quale, come noto, sponsorizza la Fratellanza Musulmana) anche se i rapporti tra Il Cairo e Mosca non sono certamente scemati visto che la posizione saudita sulla Siria si è dovuta ridimensionare e, oltretutto,  dato che Il Cairo ha fornito a Mosca una base di appoggio politica assai importante proprio sulla questione siriana. Per quanto riguarda la posizione dei due principali sostenitori europei della rivoluzione in Siria le cose non vanno certamente meglio. Il Regno Unito, in particolare dopo la vittoria elettorale “di Pirro” di Theresa May, stenta a formulare una chiara politica estera essendo in gran parte concentrato nella gestione di una “Brexit” i cui contorni non sono chiari neppure alla stessa maggioranza di governo. La posizione britannica sulla Siria ha dovuto altresì fare i conti con la situazione sul terreno e con il fatto che l’alleato di ferro di Londra, gli Usa, hanno una visione del Medioriente troppo frammentaria e schizofrenica per pensare di poter proporre politiche che poi non potrebbero sostanziarsi senza un appoggio americano. Londra è da troppi anni permeata da tali problemi di natura interna (dalla paventata secessione scozzese, alle tensioni politico-economiche a livello territoriale e sociale fino all’attuale incognita della Brexit) da avere la possibilità di concentrare con profitto le proprie migliori risorse intellettuali e politiche su ciò che accade oltre le bianche scogliere di Dover. Continuare ad affermare che  in Siria ci debba essere una transizione e che sarebbe meglio che Assad se ne andasse e che al limite Assad stesso possa partecipare ad elezioni veramente democratiche può fare ben poco laddove le vere decisioni internazionali sono sostanziate dagli esiti degli scontri campali. Parimenti la Francia di Macron, presidente neoeletto che ha sconfitto i partiti “filorussi” francesi, sta cercando di allacciare un canale di dialogo paritario con Mosca sulla Siria, tuttavia Parigi sconta il fatto di aver ben poche carte da giocare sul tavolo delle trattative con un’opposizione siriana ridotta a mal partito ed accusata da più parti di essere ormai pesantemente permeata da elementi legati ad Al Qaeda (questo sempre grazie all’opera di ghettizzazione promossa da Assad nei confronti delle varie anime dei ribelli siriani stipate a poco a poco nella provincia di Idlib). Sia Londra che Parigi avevano sperato che la propria visione strategica fosse condivisa dalla Casa Bianca, se non subito nel corso degli anni, tuttavia ciò non si è concretizzato né con Obama (e questo principalmente a causa della politica maldestra di Londra occorsa in seno al voto parlamentare dell’agosto 2013) né con Trump, il quale, oltretutto, vive il suo rapporto con la Russia di Putin come se si trattasse quasi di un amore proibito ed ostacolato da una “famiglia cinica ed insensibile”.

L’undici settembre, le guerre del presidente Bush, la crisi economica, l’isolazionismo “radical chic” e terzomondista di Obama ed il conseguente isolazionismo ultraconservatore di Trump in neanche due decenni hanno mutato in maniera assai sorprendente l’animo politico ed ideale degli Stati Uniti. Paesi europei come la Francia ed il Regno Unito, abituati da settant’anni a condividere con Washington interessi geostrategici similari e a considerare gli Usa quali una propria stampella militare, sono rimasti certamente spiazzati di fronte ad un tale epocale cambiamento di rotta e non sono stati in grado di porvi almeno in parte rimedio non avendo questi colto la non temporaneità di una tale situazione. Washington si trova ora alle prese con le ambizioni nucleari del dittatore nordcoreano il quale, per quanto possa essere considerato un personaggio pittoresco, obliquo ed instabile, sa bene che il possesso dell’arma nucleare rappresenta forse la  migliore assicurazione sulla vita per il proprio regime del terrore. Pertanto Washington si trova di fronte al dilemma rappresentato dalla possibilità di attaccare Pyongyang e rischiare un conflitto totale nella penisola coreana, oppure quella di coltivare la speranza che la politica delle sanzioni possa piegare il regime. In questo secondo caso gli Usa saranno del tutto dipendenti dalla volontà geopolitica della Cina, la quale possiede le uniche leve economiche utilizzabili nella Corea del Nord al fine di pervenire ad un esito pacifico della controversia che sia soddisfacente per Washington e, soprattutto, per i suoi alleati quali Corea del Sud e Giappone. Si tratterà di capire se Pechino non accetterà il rischio di perdere una comoda spina nel fianco degli Stati Uniti in Estremo oriente oppure se la Cina riterrà che una crisi militare e/o umanitaria nella regione rappresenti una eventualità da evitare a tutti i costi.

Allo stato attuale i Paesi del Golfo appaiono più impegnati a coltivare reciproche recriminazioni che a cercare di comprendere quanto la crisi geopolitica in cui versano sia figlia dell’attendismo del passato e dell’incapacità di intavolare una politica veramente autonoma nella regione. Parimenti la lunga corsa verso il podio tra Qatar ed Arabia Saudita ha indubbiamente indebolito il fronte anti-iraniano, determinando l’attuale stato di cose. L’intreccio di interessi economici e politici in essere tra Europa, Russia, Iran e, in senso più ampio, Medioriente ha costituito uno degli anelli deboli di coloro che da un lato intendevano continuare a fare affari sia con l’Iran che con la Russia e dall’altro progettavano di sottrarre a Mosca e a Teheran aree di influenza geopolitica in Medioriente al minimo costo possibile sia in termini economici che militari senza pensare che perlomeno Teheran avrebbe giocato questa partita “in casa”. Allo stesso modo la diffusione del problema del terrorismo islamico è frutto della mancata gestione da parte europea della crisi siriana, la quale, una volta fallita l’opzione militare, è stata lasciata evolvere verso esiti deteriori senza saper porre un freno concreto alla diffusione del fondamentalismo islamico, figlio, fra le altre cose, del fallimento dei Paesi europei di sostenere in maniera adeguata l’opposizione siriana moderata e laica che aveva dominato la rivoluzione in Siria fin dall’inizio del conflitto. E’ altresì evidente che la politica della propugnazione dei diritti umani e della promozione di campagne mediatiche promosse dall’Occidente in favore delle popolazioni civili siriane volte a dissuadere Assad ed alleati dalla prosecuzione del conflitto poco può fare quando non solo la controparte considera i valori espressi dai mezzi di informazione occidentali quali un arma di propaganda bellica ma addirittura quando l’opinione pubblica di determinate nazioni viene toccata solo marginalmente dai mass media “euro-atlantici” essendo l’informazione di Paesi quali Siria, Russia ed Iran in grandissima parte controllata dai governi. I Paesi che si accingono a diventare i “grandi sconfitti” in Siria stanno fondamentalmente iniziando ad accettare il fatto che la partita sia ormai persa e che tanto valga la pena iniziare a salvare il salvabile. La Turchia già da qualche tempo, dopo essere stata abbandonata dai più alla mercé dei Russi, ha già iniziato una politica volta maggiormente a “rappezzare”, al meglio delle proprie possibilità, l’“orticello di casa”  ed anche i Paesi del Golfo sembrerebbero ormai pronti a gestire in maniera accondiscendente i postumi del rovescio siriano. La partecipazione di Assad a possibili (ma alquanto remote) elezioni democratiche in Siria sarebbe ormai, allo stesso modo, la soluzione franco-britannica volta a tamponare alla meglio “il diluvio prossimo venturo”. Sia Londra che Parigi sono parimenti impegnate in Libia a cercare di ricomporre il caos presente nel Paese e a sforzarsi di fermare il “pericolo russo” sempre incombente, questa volta in pieno contrasto con l’Italia che sta tentando a sua volta di conservare la propria influenza nel paese libico anche per tentare di risolvere il problema del flusso dei migranti illegali diretto verso la penisola italiana. Naturalmente chi subirà i contraccolpi mortali di una siffatta conclusione della guerra civile siriana saranno i ribelli stessi, i quali pagheranno probabilmente con la vita l’essersi rivoltati contro il dittatore Assad, dato che quest’ultimo forse non si mostrerà tanto generoso quanto lo fu Pompeo Magno nei confronti dei pirati cilici. Alla fine, tuttavia, se effettivamente tale sarà l’esito della rivoluzione siriana, sia i Paesi del Golfo che i Paesi europei coinvolti subiranno pesantemente, anche se su un piano diverso rispetto i Siriani stessi, le conseguenze geopolitiche del disastro della guerra in Siria dato che sia la Russia che l’Iran ne usciranno fortemente rafforzati e ciò, a lungo andare, peserà sia in termini economici che politici con un vistoso calo del potere contrattuale sia sul piano degli accordi tra privati che dei trattati internazionali. L’Onu stesso, già pesantemente delegittimato data la sua persistente inefficacia nella risoluzione delle crisi globali e vista la collusione che sovente si è dimostrata esistere con governi dittatoriali e dispotici a loro volta responsabili di crimini contro l’umanità, perderà ulteriormente di credibilità nel consesso mondiale, favorendo la creazione di organismi paralleli plasmati in maniera estemporanea via via da singoli stati. Gli Stati Uniti, dal canto loro, pur privati della guida politica  di un presidente, continueranno ad essere traghettati verso l’ignoto da un direttorio di generali e burocrati i quali concentreranno le forze del Paese laddove questi riterranno possano risiedere gli interessi più “fatali” del governo americano ovvero quelli legati al destino degli Stati Uniti nel mondo, in primis il Pacifico e la Cina. Alla fine la Russia, pur in lite con Washington per le indebite intromissioni nelle elezioni americane, saprà gestire il teatrino delle sanzioni, delle ripicche diplomatiche e delle “scaramucce nei cieli” a suo vantaggio, facendosi “de facto” legittimare un ruolo globale dagli Usa stessi in affanno per la conservazione della leadership mondiale, nonché un’egemonia, assieme ad Iran e Cina, in aree che sono state storicamente appannaggio delle nazioni occidentali e del Golfo Persico

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