Leonardo Servadio

Marco Giachetti (foto dal sito policlinico.mi.it)

Il Policlinico, l’Ospedale Maggiore di Milano detto anche Ca’ Granda, è uno di quei luoghi che rendono il capoluogo lombardo alla sua verità di città viva, vocata alla solidarietà e capace di un impegno culturale non effimero. E la costruzione del nuovo edificio, progettato per ospitare diverse funzioni oggi disperse in vari padiglioni, è l’occasione per rivedere la ricchezza di opere che si attivano nel nosocomio e attorno a esso. Ne parla il presidente di questa storica istituzione milanese, Marco Giachetti, il primo architetto a ricoprire questa carica.

«Siamo stati sempre all’avanguardia nelle terapie e in questi anni, con la costruzione del nuovo complesso in via Francesco Sforza stiamo compiendo una grande svolta: valorizzeremo il patrimonio culturale dell’ospedale e apriremo un importante polo museale».

L’ngresso del Pronto Soccorso su via Francesco Sforza, parallela a via Festa del Pedrono. Foto di Monica Cremonesi/Wikipedia

Come pensate di riuscirci, con i gravosi impegni economici per le costruzioni in corso?

«Proprio per far fronte a questi s’è avviata un’ampia revisione delle proprietà: abbiamo costituito la Fondazione Patrimonio Ca’ Granda per gestirle, e dato vita a un fondo ad hoc per la nuova edificazione, insieme con Cassa Depositi e Prestiti e Fondazione Cariplo. Per finanziarci abbiamo smobilitato parte delle proprietà immobiliari (costituite da terreni agricoli, edifici e appartamenti di città) e aggiornato i contratti di affitto, fermi da oltre un trentennio. Nel compiere tale operazione s’è rivelata l’immensa ricchezza dell’ospedale: di carattere storico e culturale, oltre che economico».

Rendering del nuovo edificio. In edivenza il giardino terapeutico sulla copertura del nuovo edificio. Prospettiva del lato verso via Commenda (dal sito policlinico.mi.it).

Che dire dell’aspetto culturale?

«Il Policlinico è il più importante istituto pubblico di ricovero e cura a carattere scientifico esistente in Italia. La sua storia è intessuta di progressi tecnologici e tra i suoi medici ci sono state figure come Carlo Forlanini, inventore dello pneumotorace, Baldo Rossi, padre degli ospedali da campo e della chirurgia d’urgenza (ne parla anche Hemingway in “Addio alle armi”), Luigi Mangiagalli, che apportò innovazioni sostanziali in ginecologia. L’Università degli Studi di Milano è nata da una costola del nostro ospedale e oggi occupa un’ampia porzione della sede storica costruita su progetto del Filarete: dal ‘900 di questo complesso architettonico l’ospedale ha conservato solo una piccola porzione per gli uffici amministrativi mentre gli ambienti per la cura sono stati spostati dove ora si trovano, dall’altra parte di via Francesco Sforza. Quando sarà completato il nuovo edificio, accorperemo qui tutte le funzioni oggi disperse nei tanti padiglioni. Alcuni di quelli vecchi sono stati abbattuti, altri, vincolati dalla Soprintendenza, restano per funzioni specializzate. La parte su via Pace sarà dedicata in prevalenza alla ricerca. L’opera culturale per noi consiste anzitutto nell’impegno per l’educazione universitaria e per la ricerca».

La pianta del Policlinico. La parte rigata a sinistra di via Commenda individua l’area destinata al nuovo edificio. Oltre via Sforza, visibile a sinistra, si trova l’edificio storico della Ca’ Granda.

Diceva anche di un museo.

«Nei depositi sotterranei abbiamo un migliaio di ritratti di benefattori, tutte persone importanti per la storia della città a cui l’ospedale ha dedicato un quadro, sempre compiuto da pittori di primo piano. Ci sono opere di Segantini, Carrà, Sironi… Di tutti abbiamo la documentazione completa: lettere di incarico e pagamenti, tanto che, per esempio, per attestare l’autenticità di uno Hayez i critici lo confrontano con quelli in nostro possesso, la cui paternità è certa. Abbiamo anche 100 mila libri, e l’archivio completo dei documenti attinenti alle attività dell’ospedale, sin dalla fondazione avvenuta nel 1456.

La quadreria del Policlinico (foto dal sito policlinico.mi.it)

Tutto questo patrimonio è destinato a divenire un nuovo, importante polo museale. Per ora esponiamo solo alcuni dipinti in tre sale al piano terra dell’edificio amministrativo, e qualche strumento medico storico in alcune teche nel corridoio. Quando potremo trasferire anche l’amministrazione nei nuovi edifici, dedicheremo a museo tutta l’ala che oggi ancora occupiamo del complesso del Filarete. E vorremmo aprire un unico circuito di visita coordinato col Museo del Duomo. Del resto, dopo la Veneranda Fabbrica del Duomo, la Ca’ Granda è la più vecchia istituzione operante in città sin dalla sua fondazione. La cura delle anime nel Duomo, la cura dei corpi nella Ca’ Granda. Si sa che non c’è soluzione di continuità tra questi due poli».

Che dire dunque del programma economico necessario per sostenere tutto questo?

«Pur essendo istituzione pubblica, siamo indipendenti sul piano economico. Dopo le difficoltà dei decenni precedenti, in questi ultimi anni la revisione degli affitti ha portato in attivo il nostro bilancio. Abbiamo compiute ristrutturazioni che hanno rivalutato le proprietà immobiliari: ve ne sono molte in città. E in quelle rurali si sono impostate produzioni di qualità: già abbiamo messo in commercio, tramite un’importante catena di supermercati, latte e riso biologici, garantiti dal costante monitoraggio dei nostri esperti».

Il riso delle cascina Ca’ Granda (foto dal sito policlinico.mi.it)

L’ospedale è dunque anche imprenditore agricolo?

«Detiene il secondo più vasto patrimonio rurale esistente in Italia. Sono le terre ricevute in dono nel corso della storia. La prima donazione è il feudo Bertonico, dato da Francesco Sforza quando nel 1456 istituì la casa di ricovero per i poveri della città (all’epoca gli abbienti si curavano nei loro palazzi). La seconda, nel 1534, provenne da papa Paolo III: un terreno in Sesto Calende. In anni successivi altri due papi, Paolo IV e Pio IV, hanno donato terreni: all’ospedale, per quanto non di proprietà ecclesiastica, era riconosciuto un fondamentale ruolo caritatevole. E tante donazioni sono giunte da nobili, commercianti, industriali desiderosi di mostrare gratitudine: lo stesso Napoleone, come ringraziamento per le terapie prestate ai suoi soldati, nel 1797 donò l’abbazia di Mirasole e relativi poderi. L’attività agricola serviva per sostenere l’opera terapeutica e assistenziale. In quella che i milanesi, per via delle sue dimensioni e della sua disponibilità ad accogliere chiunque avesse bisogno di soccorso, hanno chiamato Ca’ Granda, dal XVI secolo i malati sono stati ospitati e assistiti non solo con le terapie migliori note all’epoca, ma sono stati anche ben nutriti. Quando ancora mangiare carne era un lusso, i ricoverati ricevevano ogni giorno mezzo pollo l’uno, grazie alle colture e agli allevamenti gestiti nei terreni ricevuti».

Cascina Lasso, Morimondo fa parte di Oasi Ca’ Granda.

E ancor oggi l’agricoltura contribuisce a sostenere l’economia dell’ospedale?

«Non solo. Le cascine di proprietà dell’ospedale riunite nell’Oasi Ca’ Granda forniscono prodotti agricoli di qualità, come il riso e il latte di cui si diceva, ma oltre a questo dalla primavera del giugno 2021 si sono aperte al pubblico per fornire ai milanesi un nuovo servizio: far loro conoscere e godere la campagna, che è vicina alla città e non è scomparsa. Vi sono percorsi ciclopedonali nei parchi del Ticinello, delle Risaie e a Morimondo, Fallavecchia, Bereguardo. Si propongono visite guidate, esperienze agricole, laboratori culinari e tanto altro. A giugno si sono svolti eventi quali lezioni di yoga alla cascina Battivacco di Milano; un laboratorio di biscotti alla cascina Selva di Ozzero; all’abbazia di Mirasole tanti laboratori tra cui uno di robotica e uno di aquiloni; trekking a Motta Visconti; musica e poesia alla cascina Caremma di Besate».

Cascina Caremma a Besate (MI)

Per i programmi delle Cascina Ca’ Granda e le prenotazioni, consultare il sito www.oasicagranda.it

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