Il 2 marzo 2018 siamo partiti da Roma diretti in Giordania, il secondo paese mediorientale che ci apprestiamo a conoscere. L’ affascinante Iran, visitata meno di due anni fa, ci ha invogliato a intraprendere questo viaggio per una destinazione tranquilla nonostante i conflitti degli stati confinanti.

Arrivati ad Amman, sotto un cielo stellato e una luminosa luna, nel tragitto (circa un’ora) dall’aeroporto all’albergo, un accompagnatore giordano ci ha illustrato sinteticamente la situazione geopolitica ed economica del suo regno; dalle sue parole si è intuita una devozione incondizionata per l’attuale Re, Abdullah II, successore e prosecutore della politica del padre Hussein che è stato venerato dal popolo giordano soprattutto per la sua capacità di mantenere la pace in un paese circondato dalle guerre nei suoi 47 anni di regno.

Gigantografie di Re Abdullah II, solo o in compagnia della moglie Rania e dei loro quattro figli, sono presenti un po’ dappertutto.

Secondo questo entusiasta  operatore turistico, l’economia della Giordania non è fiorente in quanto si basa esclusivamente sull’estrazione di  materie prime quali potassio, fosfati e sale ma non del petrolio che è scarso e quindi non redditizio.

Su quest’ultimo aspetto la guida, che il giorno successivo ci ha accompagnato per tutto il tour, ha fornito un’informazione molto diversa: il petrolio c’è in abbondanza e non potrebbe essere diversamente visto che il regno è circondato dai pozzi petroliferi degli altri paesi: ma non viene estratto! Per mantenere una condizione di neutralità… come una specie di Svizzera mediorientale.

Oltre alla guida, un agente armato della “polizia turistica” ha condiviso la nostra compagnia (non si è capito il motivo) e così, il giorno dopo l’arrivo, ci siamo diretti, a bordo del bus, ai siti archeologici posti a nord di Amman.

Le rovine della città greco-romana Gadara (oggi Umm Qays) con vista sul lago di Tiberiade e sulle alture del Golan sono state la prima tappa: i suoi resti non mi hanno impressionata più di tanto sia per le pietre in prevalenza nere di natura vulcanica con cui era stata costruita, sia per l’esiguità delle costruzioni rimaste.

Il sito archeologico di Gerasa o Jarash è stato invece una meravigliosa sorpresa; è una delle città di epoca romana meglio conservate al mondo (dicono), molto estesa con lo splendido arco in onore di Adriano che anticipa le bellezze al di là di esso la cui descrizione non potrebbe rendergli merito: bisogna esserci dentro.

Peccato che sia circondato, anzi assediato, da orrende abitazioni costruite addirittura al suo interno: il tardivo intervento statale ha consentito ai locali beduini arabi l’occupazione di patrimoni inestimabili.

Comunque la mia non può e, soprattutto, non vuole essere una descrizione dettagliata della Giordania bensì una sintesi delle impressioni e di ciò che mi è rimasto dentro.

Quello che mi ha fatto veramente piacere sapere è che le donne scelgono se indossare il velo… un segno di democrazia in un paese musulmano  moderato; e non ho visto moschee sfarzose come in Iran forse perché  il paese è guidato da un monarca e non da capi religiosi.

E così, percorrendo la strada dei re o della seta, abbiamo visitato luoghi biblici descritti magistralmente dalla nostra guida, un simpatico giordano che parlava perfettamente la nostra lingua e si faceva chiamare Mario, per semplificarci la vita.

Salire sul monte Nebo, luogo santo per eccellenza, è per i credenti un’emozione unica; da qui Mosè vide ed indicò la terra santa e qui si crede sia stato sepolto.

O visitare Madaba antichissima città dei mosaici dove, all’interno della moderna chiesa greco ortodossa di San Giorgio si trova un’accuratissima, ma parziale, mappa bizantina del VI secolo che, con i suoi due milioni di pezzi in pietra colorata, illustra Gerusalemme ed altri luoghi sacri (25m×5m in origine).

Le zone desertiche sono prevalenti su tutto il territorio e l’acqua è scarsa tanto che viene erogata solo in giorni stabiliti. E così sopra i tetti piatti di tutte le abitazioni sono presenti cisterne per la riserva e non solo…..sopra di essi “svettano” anche colonne in cemento armato come se le abitazioni fossero ancora in costruzione.

La mia curiosità è stata appagata dall’impareggiabile Mario: il motivo è semplicemente economico perché in questo modo si pagano le tasse anticipate e ridotte per proseguire in futuro la costruzione dei piani superiori.

Le risorse idriche provengono in minima parte dal fiume Giordano (condiviso con Israele), da una diga di acqua piovana costruita dall’Italia in un profondo e spettacolare canyon e, soprattutto, da un acquedotto che da un fiume sotterraneo scoperto sotto il deserto roccioso arriva fino alla capitale Amman; la costruzione fu finanziata con 350 milioni di dollari dal governo americano.

Sulla strada che ci avrebbe condotto al deserto Wadi Rum o Valle della Luna per il pernottamento, abbiamo visto i resti di Shobac una delle fortezze crociate presenti sul territorio nazionale, costruite sulle alture per controllare gli ingressi in terra santa.

Nella città di Al-Karak, sede anche di un ospedale italiano della Caritas (un’altro si trova ad Amman), siamo entrati nella fortezza crociata che la sovrasta e da cui si vede il mar Morto, per visitare ciò che è rimasto del castello semi distrutto da terremoti.

Quando la sera siamo finalmente arrivati al “campeggio” costruito nel deserto Wadi Rum non ci siamo resi conto della bellezza del luogo a causa del buio….comunque abbiamo potuto ammirare i milioni di stelle anche se la luna  irradiava troppa luce e gustare la cena (preparata dai gestori beduini) seduti su bassi e colorati divani in un ambiente aperto e suggestivo.

All’alba sono uscita dalla comoda tenda, se così si può chiamare il singolo appartamentino con bagno dove abbiamo alloggiato, per fotografare il sorgere del sole in quel paesaggio incredibile dai cento colori, sempre più accesi col passare delle ore.

E poi di nuovo in viaggio verso uno dei luoghi patrimonio dell’umanità: Petra! Una città gioiello scoperta da un viaggiatore svizzero nel 1812, scavata nella roccia dai Nabatei una tribù nomade migrata dall’Arabia nel IV secolo avanti Cristo, il cui ingresso principale si trova all’interno della città di Wadi Musa (valle di Mosè).

Al contrario dei romani e dei greci che costruivano, i Nabatei scavavano e, nella roccia arenaria policroma di Petra (composta da sedimenti di ossido di zinco, idrocarburi e ferro) hanno dato vita alla città abitata fino all’acquisizione del loro regno da parte dei romani nel 106 dopo Cristo.

Ma prima ci siamo soffermati a visitare la cosiddetta piccola Petra, un anticipo di quella grande, utilizzata dai Nabatei come caravanserraglio per la sosta dei commercianti e come avamposto di quella grande.

La sera del nostro arrivo, abbiamo percorso a piedi la lunga e profonda gola di circa due chilometri che conduce al monumento più famoso della grande Petra detto Tesoro, con la sola iluminazione di centinaia di candele dentro sacchetti di carta posti a terra.

Ma ciò che abbiamo visto il giorno dopo con la luce del sole era inimmaginabile, solo i due chilometri percorsi a piedi per arrivare al Tesoro sono stati uno spettacolo della natura e dell’ingegno umano, come l’acquedotto scavato lungo tutto il percorso. E il Tesoro non era la meta ma l’inizio del sito archeologico che si snoda per altri tre chilometri fra monumentali edifici scolpiti nella pietra che cambia colore con il trascorrere delle ore.

All’interno sono presenti anche ruderi risalenti ai successivi insediamenti romani e bizantini.

E abbiamo anche capito da dove proveniva quel cattivo odore sentito la notte precedente: di giorno il lungo corridoio è percorso da colorati carretti trainati da cavalli per il trasporto di chi non può o non vuole andare a piedi mentre si può visitare il resto del sito cavalcando muli o dromedari.

Il tutto è gestito prevalentemente dai Bidul, un popolo proveniente dall’Egitto che si era insediato nel sito abitandolo fino agli anni 50.

Per il gettito proveniente dall’importante affluenza di visitatori, Petra è considerata il petrolio della Giordania.

Come concludere in bellezza questo mistico e affascinante giro? Ma scendendo dai 900 metri sul livello del mare di Petra ai meno 400 metri del Mar Morto, la più profonda depressione terrestre per goderci un’intera giornata di “meritato” riposo, sfruttando gli effetti benefici dell’acqua salatissima e dei neri fanghi.

In realtà più che un mare è un lago, lungo 50 chilometri, morto perché non c’è vita a causa della salinità elevata (circa il 30%) ma ricco di minerali.

Un progetto finanziato anche dalla banca mondiale prevede un’infrastruttura che lo salverà dall’inesorabile prosciugamento tramite un canale sotterraneo lungo 180 chilometri che da Aqba sul mar rosso alimenterà il lago salato e porterà acqua desalinizzata oltre che alla Giordania a Israele e Palestina posti sulla sponda opposta.

Il giorno successivo tornando in Italia pensavo già a come fissare sulla carta l’esperienza e le conoscenze acquisite con l’aiuto dei ricordi, degli appunti presi e di qualche sbirciatina su internet.

Manola Battaglia

 

 

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