Il riuso degli ex manufatti produttivi: da edifici industriali a risorse culturali, per incrementare lo sviluppo economico e sociale territoriale.

di  Marika Edwige Platania Puglisi

Lo studio delle ex fabbriche industriali presenti nel territorio italiano, ha come obiettivo principale il recupero di questi ultimi, attraverso un intervento a scala edilizia e urbana, affinché i manufatti, possano diventare un’importante risorsa sul territorio. Il tema affronta una problematica non nuova e ampiamente discussa: la questione dell’inserimento nella città e nell’ambiente circostante di un corpo a essi apparentemente estraneo. La chiusura mentale verso la riqualificazione, ha spesso decretato la rovina stessa di molti siti industriali.

Oggi raggiunto un certo livello di conoscenza specifica nel settore, la linea d’azione auspicata dagli studiosi è quella che vede l’edificio come parte integrante di un sistema a scala territoriale. L’archeologia industriale diviene un metodo di studio, una soluzione alternativa al degrado e uno strumento di arricchimento culturale e di recupero.

La tutela del patrimonio industriale si fonda quindi con la tutela ambientale stessa; seguendo la linea che ha ispirato la Convention Européenne Du Paysage (Firenze, 2000) ossia l’idea di paesaggio come stratificazione delle memorie dell’uomo, recuperando, accanto all’accezione che è propria del termine territorio o del termine ambiente, anche quella più pregnante del paesaggio come immaginario, come sguardo, come oggetto di contemplazione estetica.

Nel contempo gli edifici possono essere, se opportunamente valorizzati e gestiti, potenziali strumenti di progresso. I centri urbani sono presentati proprio come si trattassero di vere città d’arte, in cui sono recuperate le fabbriche e utilizzate per la collettività. Ne segue che la città che preesiste, può riguardarsi come simbolo della rimembranza in cui l’atto progettuale (che è in sé atto di trasformazione) individua la possibilità di far riemergere la memoria del passato nel futuro.

In modo particolare si vuole porre lo sguardo verso fabbriche particolari, gli stabilimenti di produzione del tabacco. Nelle città italiane le Manifatture dei tabacchi, controllate dalle Privative prima e poi dai Monopoli di Stato e quindi più in generale dal Ministro delle Finanze, sono sempre state viste come recinti chiusi ed invalicabili. Di norma guardate a vista da una guardia armata, impegnata anche di notte nel controllo esclusivo del perimetro esterno, non erano solo inaccessibili, pur dando lavoro a centinaia e centinaia di tabacchine e di addetti, ma anche assolutamente impenetrabili nella loro configurazione morfologica, non accattivanti nell’assetto formale come nell’apparato decorativo, del tutto estraneo al contesto d’appartenenza.

Si deve alle grandi trasformazioni degli ultimi anni, alla privatizzazione, alla dismissione di molti impianti, alla loro rivitalizzazione che si sia finalmente e liberamente potuti accedere non solo alle strutture edilizie, ma anche agli archivi delle Manifatture e dei Monopoli di Stato per avviare un lungo, complesso e puntuale cammino di ricerca finalizzato alla ricostruzione di vicende storiche, architettoniche e tecnologiche di edifici troppo a lungo esclusi da ogni possibilità di studio. In molte città, la chiusura delle manifatture ha significato la creazione di spazi destinati ad attività culturali e ricreative. La conversione è generalmente avvenuta attraverso accordi che hanno coinvolto l’ETI spa (Ente Tabacchi), Regione, Provincia e Comune interessati, Camera del lavoro, col supporto tecnico della Società Sviluppo Italia.

ALBUM

Ex manifattura tabacchi.

Comiso (Ragusa)

 

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