Leonardo Servadio

C’è un punto oscuro nell’incalzante campagna vaccinale che il Governo italiano ha messo in campo. Che l’Italia sia stato il primo Paese europeo a essere colpito dalla pandemia può ben spiegare l’ansia che s’è sviluppata attorno alla diffusione dei vaccini, intesi quali soluzione unica al problema.

Ma c’è una questione che sotto sotto continua a ribollire e alimenta le file degli incerti e dei contrari. Le vaccinazioni sono sempre intese a difendere la comunità, non a proteggere il singolo. Si dà per scontato che una certa percentuale di persone che ricevono i vaccini ne soffrano conseguenze negative: è il prezzo che la società accetta di pagare per un bene maggiore, ch’è quello di garantire una drastica riduzione del numero di vittime dell’elemento patogeno.

Ma, poiché v’è la piccola percentuale che soffre conseguenze negative, la società dovrebbe pure farsi carico della sorte di queste ultime, non solo della maggioranza che si suppone ricavi benefici.

L’analogia è quella delle condizioni belliche, e il fatto che un militare sia stato messo a capo della campagna vaccinale rende tanto più cogente il paragone: in caso di guerra si mobilitano gli abili alle armi e li si manda a combattere. Ma non si fa loro firmare un “consenso informato” in cui li si rende edotti che corrono rischi di subire conseguenze negative dal conflitto, talché, nel caso siano feriti, curarsi sarà un fatto loro, o nel caso la loro vita termini sarà un problema esclusivo delle loro famiglie, di arrangiarsi in assenza della loro persona. In caso di guerra lo Stato non agisce così e si prende cura di chi subisce danni per aver partecipato al conflitto: sul piano simbolico offre riconoscimenti, sul piano pratico stanzia pensioni di guerra nel caso la persona subisca conseguenze inabilitanti, e in caso di morte la famiglia viene risarcita opportunamente.

Invece le eventuali vittime della campagna vaccinale che cosa ricevono? Certo l’assistenza sanitaria alla quale ogni cittadino ha diritto: ma non sono previste compensazioni ad hoc.

E tanto meno lo sono, poiché non è in nulla chiaro come si definisce, come si “misura” l’eventuale danno subito. Il che peraltro evidenzia un’altra grave carenza dell’attuale campagna: infatti per conoscere veramente il funzionamento dei vaccini bisogna osservarne gli effetti nel tempo e su vasta scala, non basta fidarsi delle sperimentazioni attuate dai produttori.

Eppure il follow-up medico di chi ha subito una vaccinazione è lasciato alla buona volontà dei singoli. Silvio Garattini ha indicato con chiarezza questo problema in un suo intervento in seconda pagina del quotidiano Avvenire: “…perché non avere un modulo uguale per tutti i vaccinati, in modo da conoscere gli effetti collaterali dei singoli vaccini, anziché lasciare ai singoli soggetti la possibilità di segnalarli? Si perdono opportunità di avere più informazioni e quindi più certezze” (v. Avvenire, 21 luglio 2021).

Non è questione secondaria: è noto che i vaccini oggi in uso sono in fase sperimentale e comunque, anche qualora non lo fossero, si tratta di tanti diversi prodotti che possono dar luogo a reazioni diverse nelle diverse persone, ognuna portatrice di caratteri propri. Associare alla campagna vaccinale una campagna volta a comprendere quali sono le conseguenze dell’assunzione dei diversi vaccini sarebbe quanto di più ovvio, e quanto di più necessario, perché la sanità pubblica sia veramente un servizio di pubblica utilità.

Si potrebbe obiettare che questo complicherebbe le cose. Ma quando vaccinarsi diventa un obbligo è necessario, anzi imprescindibile, che la collettività sia vicina a chi soffre conseguenze indesiderate dal vaccino.

Se l’Italia è stata la prima a introdurre l’obbligo vaccinale per il personale medico, dovrebbe essere anche la prima a introdurre sistemi efficaci di seguimento degli effetti del vaccino: tanto più in quanto con le massicce campagne di convincimento di massa e con l’introduzione del “green pass” l’obbligatorietà, pur se non dichiarata, diviene una condizione di fatto.

Sono passati molti mesi ormai dal sorgere della crisi, non è tollerabile che lo Stato non sappia organizzarsi per reagire in modo strutturato, ordinato e informato a giustizia, non limitandosi solo a fungere da distributore di vaccini. Dovrebbe invece operare a tutto campo per il benessere della comunità.

Sarebbe auspicabile che si individuasse una via più pacata e ragionevole, capace di coinvolgere e unire la cittadinanza invece del persistente, continuo, confuso affastellarsi di accorati appelli, perentori ordini e sferzanti squalificazioni verso gli scettici o i contrari, profusi da Autorità o dalla canea massmediale.

Insistere solo su questo piano, in cui si pretende di imporre d’autorà decisioni che si suppone siano prese sulla base di conoscimenti scientifici, diventa un atteggiamento autolesionista. Tanto più che proprio questa pandemia ha messo in chiaro che la capacità scientifica di fronte a un fenomeno così grave è veramente molto limitata, e uno degli esempi più evidenti di tale stato di fatto è che ancor oggi neppure sappiamo da dove venga il Covid 19. In queste condizioni l’insistenza delle imposizioni vaccinali corre il rischio di esacerbare il conflitto con chi a vario titolo guarda con scetticismo a tali campagne: vuoi per essere contrario alle imposizioni d’autorità, vuoi per guardare con sospetto questi specifici vaccini, vuoi per essere pregiudizialmente anti vaccinazioni, o per qualsiasi altro motivo personale o politico.

Solo dati raccolti in modo sistematico e sistematicamente esaminati in modo confrontabile possono rispondere con oggettività alle domande su quali siano gli effetti dei vaccini. Solo una campagna di seguimento dei vaccinati, e di onesta tutela verso gli eventuali casi avversi, può giustificare una campagna che viene condotta per la tutela della collettività, pur se qualche singolo ne resta vittima.

Se si evita di affrontare con assoluto rigore questi problemi sarà facile restare intrappolati in conflitti puramente di opinione: quelli cui ci hanno abituati le nuove star, presunti esperti virologi o epidemiologi messi in scena a man bassa dai mass media in questi ultimi mesi. Ma così non faremmo che ricadere in conflitti tra opinioni, che assomigliano tanto a quelli ideologici che speravamo di esserci lasciati alle spalle anni addietro.

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