Il fallito golpe in Turchia, svoltosi nel corso della “lunga” notte posta a cavallo tra il 15 e il 16 luglio 2016, rappresenta uno di quei momenti della storia che solitamente finiscono con il costituire uno spartiacque fra un “prima” ed un “dopo”. E’ stato scritto e detto moltissimo in questi giorni da parte dei mezzi di informazione in merito a questo singolare avvenimento che nel giro di poche ore ha  trasformato la figura del presidente Erdogan, da politico fallito e lanciato verso una fuga disperata, in apparente vincitore di un confronto in essere ormai da anni tra il “Sultano di Ankara” e ciò che rimane del cosiddetto esercito “kemalista”. Ciò che tuttavia non sembrerebbe essere stato pienamente considerato dai più è il contesto nel quale tale tentato golpe ha avuto origine e si è consumato, essendo, ahinoi, fin troppo numerosi i commentatori prigionieri sia delle proprie simpatie politiche che del proprio tornaconto privato, nonché avviluppati dalle più svariate partigianerie internazionali, le quali indubbiamente conferiscono agli occhi dell’ignaro pubblico dei lettori un folkloristico e rassicurante tocco di colore “paesano”, posto a cavallo tra la faziosità di parte ed il mero tifo calcistico, al tumultuoso ed ermetico scenario dell’attuale politica internazionale.

 

Antefatto

 

L’accordo tra Usa e Russia per un cessate il fuoco in Siria, imbastito solo pochi mesi fa, ha in un primo tempo generato l’impressione, successivamente rivelatasi erronea, di aver aperto la strada ad un nuovo corso dello scenario diplomatico siriano, il quale avrebbe infine dovuto portare ad un processo di normalizzazione e di graduale ricomposizione delle controversie politico-militari in corso. Moltissimo era stato fatto da parte degli alleati internazionali dei ribelli siriani, tra i quali la Turchia stessa, per indurre gli Stati Uniti, ad un passo da un patto “faustiano” con la Russia, ad utilizzare tutta la propria forza di persuasione geopolitica al fine di costringere sia Mosca che il regime siriano ad addivenire verso più miti consigli e ad evitare il bagno di sangue nella battaglia finale per il controllo della Siria, in particolare attorno ad Aleppo. In realtà, superato l’iniziale ottimismo per un possibile cambiamento di rotta in Medioriente, alla prova dei fatti il cessate il fuoco è via via rapidamente collassato a fronte delle ripetute violazioni intraprese sia da Damasco che dai suoi alleati russo-iraniani, facendo parimenti  fallire gli sforzi diplomatici in corso a  Ginevra e riportando le lancette dell’orologio della guerra civile siriana indietro di molti mesi. A nulla sono valse le continue denunce di violazione della tregua operate da Francia e Regno Unito, nonché la perenne richiesta di apertura di corridoi umanitari e di cessazione degli assedi operati dal regime di Assad contro i centri urbani controllati dai ribelli. In realtà ciò che stava riemergendo, dopo che Damasco ed alleati avevano simulato ogni genere di falsa predisposizione alla pace (a cominciare dal presunto parziale ritiro delle forze russe dalla Siria), non era altro che il più totale disinteresse, mostrato da parte di Assad, Putin ed Iraniani, per una soluzione diplomatica e politica del conflitto, in particolare a fronte del fatto che gli Stati Uniti, contrariamente a quanto veniva dichiarato a livello pubblico, continuavano a tenere in piedi una trattativa sottobanco con la Russia con lo scopo di giungere ad un accordo globale sulla crisi siriana indipendentemente da quelli che potessero essere i desiderata dei principali sostenitori internazionali dei ribelli siriani (una tattica, quella dei colloqui svolti “all’insaputa” degli alleati più riottosi, in realtà già impiegata da Washington in seno alle trattative “segrete” sul nucleare iraniano).

 

Accordo Usa-Russia sulla Siria e la “chiave di volta” turca

Non siamo certamente in grado di conoscere nel dettaglio  in cosa consista la bozza di accordo Usa-Russia sulla Siria, tutt’ora in fase di definizione, tuttavia si può ben comprendere come esista attualmente un “codominio” di Mosca e Washington sulle milizie curde operanti in Siria. In seno a questo “codominio” si incentrano probabilmente gli ultimi tasselli delle fondamenta di un rapporto di collaborazione, delineatosi negli anni fra Russia ed Usa a cominciare dalla gestione della crisi iraniana, che la Casa Bianca ed il Cremlino considerano ormai maturo per una sua ufficializzazione e formalizzazione, dopo essere stato a lungo curato e limato nelle opache viscere della diplomazia  collocata ben al di fuori dei canali ufficiali. E’ chiaro che un accordo che preveda una risoluzione consensuale della crisi siriana deve includere a priori, quale imprescindibile precondizione alla completa operatività del patto, la certezza, per entrambi i contraenti dell’accordo, di avere nella propria disponibilità le “leve della conflitto”. In quest’ottica la Russia poteva già vantare di possedere vasti mezzi di persuasione nei confronti del regime di Assad mentre gli Stati Uniti apparivano in parte privi di una decisiva capacità di influenza sugli avvenimenti posti in essere in Siria giacché la chiave di volta della rivolta siriana era ed è tuttora saldamente incernierata su un unico Paese che è la Turchia di Erdogan, la quale, oltretutto, vede come fumo negli occhi gli stessi Curdi (e le relative aspirazioni indipendentiste) con cui sia gli Americani che i Russi sono alleati.

 

“Togliete di mezzo Erdogan!”

Aiuti, rinforzi, rifornimenti, beni di natura militare e civile, ogni genere di assistenza, tutto ciò che occorre per tenere in piedi le numerose milizie che costituiscono il variegato mondo della rivolta anti-Assad viene, in grandissima misura, fornito e veicolato tramite la Turchia la quale si fa collettore di tutto ciò che viene inviato da numerosi sostenitori internazionali a favore della rivolta contro il regime di Damasco. Se si intende pertanto imbrigliare gli eventi in corso in Siria non c’è cosa migliore da farsi che mettere la museruola alla  politica estera ed interna della Turchia. Il passo è breve: dato che il “Sultano” si è posto più e più volte in opposizione ai desiderata americani, perseguendo una politica fortemente autonoma e spregiudicata in Siria ed in Medioriente, un golpe finalizzato ad un ritorno al potere dell’esercito laico, “kemalista” e “pro-Washington” potrebbe costituire la soluzione di tutti i mali. Il momento storico appare favorevole. Il crescente isolamento internazionale della Turchia, la gravissima crisi del turismo e la piaga del terrorismo curdo ed islamista hanno messo seriamente in difficoltà il governo turco sul piano interno, per cui un golpe in questo momento potrebbe ricevere un cospicuo sostegno da quello strato della popolazione che costituisce il bacino elettorale del partito di Erdogan, oltreché un supporto scontato da parte dei suoi naturali oppositori politici.

 

“Qualcuno però glielo dice…”

L’organizzazione, la rapidità e l’efficacia con la quale i sostenitori di Erdogan sono scesi lungo le strade e le piazze della Turchia, riuscendo così a far fallire il golpe, sono state impressionanti. Lo stesso Erdogan aveva lasciato intendere, nel corso del suo collegamento telefonico “clandestino” organizzato in piena crisi, che se la gente fosse scesa in corteo il golpe sarebbe stato fermato. Si può pertanto supporre che Erdogan fosse stato messo a conoscenza con largo anticipo del piano finalizzato alla sua defenestrazione, complotto ordito in loco probabilmente dai seguaci di Fethullah Gülen ma evidentemente coadiuvato e sponsorizzato in qualche modo da entità governative “a stelle e a strisce”. Ovviamente non è noto chi possa aver compiuto la “soffiata” a favore di Erdogan, ciononostante il governo turco, nelle settimane antecedenti il golpe, ha iniziato a mettere in campo tutta una serie di contromosse tese a fermare il complotto o comunque a mitigarne gli effetti sul piano internazionale e domestico. Non è in tal senso strano che la Turchia abbia intrapreso in rapida successione una sequenza di specifiche iniziative politico-diplomatiche che hanno visto, sul piano interno, le concordate dimissioni di Davutoglu e la pianificata ascesa di Yıldırım e, sul piano estero,  un apparentemente inaspettato e subitaneo riavvicinamento del Paese nei confronti di Israele, Egitto e Russia nonché alcune timide aperture indirizzate verso la Siria. Da questo punto di vista non è forse un caso che Erdogan abbia lanciato un amo a Putin dato che paventare una possibile intesa con Mosca avrebbe sparigliato le carte sul tavolo di Washington, preferendo forse Putin stringere accordi con il “Sultano” Erdogan piuttosto che invischiarsi in qualche genere di intesa con l’ “indecifrabile” e “zoppa” amministrazione Obama. Allo stesso tempo, però, un’alleanza con Israele avrebbe al contrario suggerito una più forte convergenza di interessi di Ankara con Tel Aviv e i Paesi Arabi in funzione anti-iraniana, trasformando l’apertura di Erdogan verso Mosca in un segnale contemporaneamente allettante ed insidioso per il fronte russo-iraniano e finalizzata fondamentalmente più a suscitare le preoccupazioni dei tradizionali alleati della Turchia (e quindi ad indurne l’aiuto) che l’interesse reale del Cremlino e di Teheran. Ad ogni modo Mosca, alla perenne ricerca di una via d’uscita dal suo attuale isolamento politico e “machiavellica” tanto quanto Erdogan in tema di strategie internazionali, ha accettato il gioco del “Sultano turco” al fine di poter ricattare con più efficacia gli Stati Uniti, tramutando pertanto in realtà la nuova intesa “di comodo” tra Ankara e lo “Zar” di “tutte le Russie”.

 

Si va in scena

Siamo così giunti alla sera di venerdì 15 luglio, l’ennesimo giorno di “tregenda” e di caos mediatico dopo il tragico incidente ferroviario in Italia, ripreso dai maggiori media internazionali, ed il nuovo attentato terroristico, rivendicato dall’ISIS, in Francia a Nizza. Kerry e Lavorv sono a Mosca per discutere del famoso accordo di collaborazione tra Usa e Russia sulla Siria. Si tratta sui dettagli ma a grandi linee il “matrimonio” è pronto per essere celebrato. Forse si attendono alcune notizie ed in base a queste l’accordo potrebbe anche subire alcune modifiche. Intanto in Turchia parte la macchina del golpe. Una parte della forze armate assume il controllo dei gangli vitali del Paese ed Erdogan viene costretto alla fuga. L’ultimo atto del “Sultano” è quello di chiamare i suoi “ a coorte” e poi il suo aereo decolla verso l’ignoto. I miliari dichiarano di aver preso il controllo del Paese e di essere pronti a rispettare tutti gli accordi internazionali in essere. I media americani danno già Erdogan in fuga verso la Germania. Accade poi un imprevisto. La Germania nega l’autorizzazione all’atterraggio del suo aereo. Nuova soffiata Usa: Erdogan in fuga verso Londra. Il telefono però “squilla a vuoto”. Erdogan in fuga verso Ciampino: smentito. Erdogan in fuga verso il Qatar: possibile ma a questo punto forse Erdogan in realtà stava già volando “in cerchio” non troppo lontano da Istanbul in attesa che i suoi, riversatisi puntualmente in massa per le strade, facessero il resto. Inizialmente da parte di Kerry e Lavrov solo dichiarazioni di prassi, nessun sostegno per il governo Erdogan. Lo stesso da parte di altri attori internazionali. Tutti in attesa degli eventi. Quando la gente ha iniziato a sfidare l’esercito si è reso evidente il fatto che se il golpe voleva essere coronato dal successo, l’esercito avrebbe dovuto sparare sulla folla. Erdogan lo aveva fatto capire in diretta tv: “se scenderete per le strade il golpe fallirà”. Chissà, forse il “Sultano” conosceva quale fosse stata la “red line” imposta ai “cospiratori”. L’opposizione turca sente puzza di bruciato e si defila. A questo punto arriva la telefonata di Obama a Kerry e poi la dichiarazione fatale per i golpisti: gli Stati Uniti sostengono il governo democraticamente eletto. Segue a ruota la medesima dichiarazione della Merkel. Per i militari è la fine, il sostegno internazionale non c’è stato, Erdogan atterra ad Istanbul ed  il golpe fallisce.

 

Epilogo

Se Erdogan fosse effettivamente scappato all’estero, il golpe avrebbe avuto sicuramente successo. Sia che Erdogan stesse cercando o meno una via di salvezza alternativa nel caso le cose fossero volte al peggio, la mancata autorizzazione tedesca al sorvolo ha certamente posto un freno alle voci di fuga all’estero che avrebbero potuto inferire un colpo mortale ai sostenitori del presidente turco. Parimenti il silenzio dei principali attori europei forse testimonia il fatto che se da un lato nessuno avrebbe mai versato una lacrima di compassione per Erdogan e i suoi atteggiamenti autoritari, dall’altro alcun governo del “Vecchio Continente” aveva la benché minima intenzione di favorire in qualche modo l’estensione dell’attuale caos mediorientale alla Turchia stessa. In particolare la Germania della signora Merkel ha tutto l’interesse a conservare l’integrità dell’accordo stipulato con Erdogan in tema di gestione del flusso dei migranti. In tal senso se c’è stato qualcuno che ha salvato Erdogan nell’ora fatale della sua presidenza, questo qualcuno, contrariamente alle dichiarazioni ufficiali relative alle preoccupazioni inerenti la conservazione dello stato di diritto nella Turchia del dopo-golpe, è stato l’Europa. Forse non è irrilevante rammentare che il ministro degli esteri turco Çavuşoğlu abbia ringraziato la mattina del  16 luglio il nuovo ministro degli esteri britannico Boris Johnson per il sostegno che il Regno Unito fornisce alla Turchia sia in sede Onu che altrove. Ciò detto appare alquanto oscuro il futuro dello scenario internazionale in Medioriente e non solo. Il declinare della potenza dell’ISIS, testimoniata una volta di più dalla caduta di Fallujah in Iraq, sta in realtà mettendo in primo piano le linee di frattura geopolitiche che sovrastano l’immediata minaccia rappresentata dal radicalismo islamico. La Francia è sconquassata dal terrorismo, dalle relative mancanze di un sistema di sicurezza terribilmente inadeguato rispetto alle minacce in corso e da probabili ricatti di natura internazionale. Lo stesso presidente Hollande si sta avviando verso il termine della suo mandato e la campagna elettorale in Francia si preannuncia rovente e fortemente dominata dalla grave crisi di politica interna in corso nel Paese transalpino. Il Regno Unito, dal canto suo, ha subito un pesante terremoto politico-istituzionale causato dalla Brexit e dalle conseguenti dimissioni del premier Cameron. Il nuovo governo di Theresa May avrà certamente un bel daffare nel gestire una situazione a dir poco caotica.  Boris Johnson, da parte sua, nel corso del suo passato di giornalista e commentatore politico, ha espresso numerose critiche nei confronti della politica estera di David Cameron. Si tratterà pertanto di capire se Boris Johnson sarà effettivamente all’altezza della posta in gioco o se prevarrà la sua natura provocatoria e “fuori dagli schemi” anche se apparentemente le sue prime dichiarazioni come ministro degli esteri appaiono perlomeno incentrate sulla continuità formale delle precedenti dichiarazioni emesse dal ministero degli esteri di Sua Maestà.  La Turchia, lacerata da  marcate faglie interne di natura socio-politica, naviga comprensibilmente a vista ed indubbiamente il fallito golpe si è rivelato essere per Erdogan (il quale aveva nel cassetto una lunghissima lista di proscrizione già pronta da tempo) un’ottima occasione per ripulire l’amministrazione pubblica da tutti i possibili oppositori ad un governo di tendenze palesemente autocratiche. I Paesi arabi dal canto loro tacciono e probabilmente stanno osservando attoniti la situazione. In questo scenario appare in realtà arduo cercare di vedere “il bicchiere mezzo pieno”. Se effettivamente l’ultimo “beau geste” dell’amministrazione Obama è consistito nel organizzare un golpe contro Erdogan, per quanto quest’ultimo possa risultare terribilmente retrogrado ed inviso ai più, ciò rappresenta un segnale molto grave rispetto a quelli che appaiono essere i rapporti di carattere geopolitico che si stanno consumando a livello internazionale. In tal senso va evidenziato che l’attacco verso l’ex-premier Cameron, imbastito in seno allo scandalo dei “Panama Papers”, e le accuse di Johnson contro Obama, formulate in piena campagna referendaria e relative ad un “comprovato”, stando alle parole di Johnson, “odio anti-britannico” del presidente Usa, potrebbero rappresentare l’ennesimo segnale di estrema sofferenza dei rapporti transatlantici in essere. A fronte della situazione di estrema precarietà nella quale versano i sostenitori “più veraci” dei ribelli anti-Assad, la situazione in Siria appare altresì molto grave se non compromessa. La città di Aleppo in mano all’Esercito Libero Siriano (FSA) ed alleati è assediata e le sorti della rivolta anti-regime appese ad un filo. D’altra parte ciò che è mancato ai ribelli siriani nel corso dell’intero conflitto è stato un appoggio militare diretto da parte del riluttante ed “americano-dipendente” gruppo degli “Amici della Siria”, un supporto bellico che nel momento di maggior difficoltà per il regime di Assad né Mosca né Teheran hanno fatto mancare, mutando oltretutto a favore di Damasco le sorti del conflitto. Non ci si può in tal senso stupire se Ankara, alchimie diplomatiche a parte e pur continuando a spalleggiare gli insorti siriani, stia cercando di riallacciare un contatto più diretto con Mosca, nuovo importante alleato dei curdi dell’YPG assieme agli Usa, al fine di scongiurare la creazione di uno stato curdo (possibilità rigettata, fra l’altro, da Assad stesso) la quale potrebbe portare alla frantumazione della medesima Turchia.  In definitiva Damasco, Mosca e Teheran sono pronte a raccogliere i frutti di un lungo rapporto di natura equivoca ed ambivalente intessuto con un’amministrazione Obama che in questi otto anni di presidenza ha sovvertito gran parte delle antiche alleanze e che è intenzionata fino all’ultimo, nonostante le forti resistenze interne agli apparati politico-burocratici degli Stati Uniti stessi, a devastare decenni di consolidati rapporti di amicizia internazionale, regalando, nei fatti, a Putin e ai suoi alleati l’egemonia su un Medioriente e su un Europa messa in ginocchio prima da una crisi economica nata negli Stati Uniti che si è evoluta in crisi politica e poi da stragi senza fine compiute da un terrorismo di natura barbarica, evanescente ed ambigua. Che sia questo l’epilogo storico scaturito dalla maligna azione terroristica promossa da Osama bin Laden l’undici settembre 2001? Le elezioni americane di novembre forse forniranno una risposta in tal senso e ci mostreranno se il prossimo presidente degli Stati Uniti vorrà raccogliere la nefasta eredità politica lasciata come pesante fardello ai posteri da Barack Hussein Obama.

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