Guerra: si fa presto a dirlo. E il proliferare di attacchi terroristici motivati dall’azione del Daesh conferma che da parte di tale organismo si intende portare avanti proprio una guerra. E se lo scopo conclamato dell’attaccante è stato esplicitato – ristabilire il Califfato dall’Asia all’Europa e se possibile oltre – la domanda è: chi lo può contrastare e quali obiettivi si prefigge? Soprattutto quale identità contrappone a quella, definita nella forma dell’ideologia fanatizzata di derivazione islamica che propone il Daesh?

Il volume “Lo Stato Nazione. Evoluzione e globalizzazioni” ( e-book, ed. Domus Europa, 2016, 339 pagine, 3,99 euro, di cui qui riproduciamo uno stralcio dal capitolo 11 “I Diritti umani”) si propone come tentativo di rispondere a tali interrogativi. Tra l’altro riprendendo la tematica del riconoscimento dei diritti umani come fatto che supera la logica dei conflitti, nella sua genesi istituzionale legata proprio alle due guerre mondiali.

Gli accordi e le leggi sono il frutto degli accadimenti storici: sono il loro “precipitato” istituzionale. Sono anche l’espressione di un desiderio, di una prospettiva auspicata e perseguita. E perché funzionino, necessitano di un’autorità che le faccia rispettare. E tale autorità necessita della forza sulla quale reggersi. Tale forza è data, in condizioni di democrazia, dal consenso – ovviamente in condizioni di dittatura è data dalla prepotenza di chi governa.

La Società delle Nazioni nacque come prima istanza istituzionalizzata volta a definire un forum internazionale per la risoluzione delle dispute. Era frutto di una cultura, quella americana recata dal Presidente Woodrow Wilson e quella umanitaria europea. Era anche frutto del desiderio di riprendere le condizioni di equilibrio già stabilite con il Congresso di Vienna e successivamente crollate.

È interessante notare che la serie di passi di carattere istituzionale che conducono verso la costituzione della Società delle Nazioni, prende avvio da un intreccio di eventi svoltisi nel secolo XIX, tra i quali spicca l’iniziativa dello svizzero Henry Dunant il quale, avendo visitato il campo di Solferino immediatamente dopo la conclusione della battaglia (1859) che vide contrapposte truppe piemontesi e francesi a quelle austroungariche nel contesto dei movimenti che precedettero l’unità d’Italia, decise che le vittime (i feriti) non potessero essere lasciate preda di un destino crudele. Non solo Dunant denunciò le condizioni miserevoli delle vittime1, ma riuscì a promuovere la costituzione della Croce Rossa come organismo di soccorso e a organizzare la prima Convenzione di Ginevra, a protezione dei feriti in battaglia. Dunant, che nel 1901 fu il primo a ricevere il Premio Nobel per la Pace, era stato ispirato dalle idee di Henri Saint-Simon, che non solo fu tra i padri del socialismo, ma fu anche un sostenitore della Rivoluzione Americana, alla quale partecipò insieme con La Fayette. Quest’ultimo partecipò insieme con Thomas Jefferson alla stesura della “Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino”, approvata dall’Assemblea Nazionale Costituente francese nel 1898: la dichiarazione di principio che fu tra gli elementi alla base della Rivoluzione Francese.

V’è quindi una corrente di pensiero che origina dal pensiero cristiano soggiacente alle idee di legge naturale, che dalla Magna Charta in poi tende, ove vi siano condizioni propizie, a manifestarsi nel mondo anglosassone come elemento promotore di equilibrio ed equanimità. E tale corrente di pensiero si rivolge alle ambizioni democratiche verso la fine del secolo XVIII.

Tale corrente di pensiero propende verso l’idea di una società fondata sulla giustizia e l’equità, la quale a sua volta sottende alle azioni che stanno all’origine degli accordi internazionali il cui seguito si tradurrà nella Società delle Nazioni: la forza delle idee e dell’umanesimo, a fronte della forza del potere temporale.

I documenti successivi furono le Convenzioni dell’Aia del 1899 e del 1907. Queste furono ispirate dal Codice Lieber, che Abraham Lincoln fece compilare al filosofo di origine tedesca Franz Lieber nel corso della Guerra di Secessione statunitense (1861-1865). Lieber, che insegnava in quella che sarebbe diventata la Columbia Univesity, aveva combattuto coi Prussiani a Waterloo contro Napoleone e aveva maturato una prudente riflessione sui problemi del comportamento civilizzato pur nel corso di un conflitto. Il Codice Lieber stabiliva, per esempio, che i prigionieri di guerra dovessero essere trattati umanamente e non potessero essere passati per le armi tranne in caso di eccezionale pericolo; nei combattimenti vietava l’uso di veleni; vietava la tortura usata al fine di estorcere informazioni; vietava discriminazioni su base razziale; indagava su come procedere per mettere fine alle ostilità, e altro. Si tratta della prima codificazione scritta di quel che era ritenuto in precedenza il diritto consuetudinario di rispetto del nemico e delle popolazioni civili, durante i conflitti.

La Convenzione che fu adottata all’Aia nel 1899 da diversi Paesi (tra i quali Russia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Cina, Persia) sostanzialmente riprese il Codice Lieber aggiornandolo in relazione ai più recenti ritrovati tecnici usabili in guerra (per esempio si specificò che era vietato l’uso di gas nei conflitti) e aggiunse la costituzione della Corte Permanente di Arbitrato, tutt’ora esistente e operante all’Aia, il cui scopo è di facilitare la risoluzione negoziata delle dispute tra gli Stati.

La seconda Convenzione dell’Aia fu convocata nel 1907 su iniziativa del Presidente statunitense Theodore Roosevelt e in particolare mirò ad allargare gli accordi volti al contenimento degli armamenti su mare e comunque a regolare il comportamento delle forze navali e a riconoscere e regolamentare le condizioni di neutralità. Anche questa seconda convenzione teneva conto degli avanzamenti tecnologici e si riferiva per esempio al problema dei bombardamenti aerei. Dal punto di vista tedesco conteneva una certa tendenziosità: i Britannici da tempo avevano la supremazia sul mare. In quel periodo, grazie alla loro nuova industrializzazione, la Germania si stava dotando anch’essa di una poderosa flotta – sviluppo questo che andava assieme col suo comparire sulla scena dell’imperialismo in Africa.

Nel complesso si nota che dalla prima dichiarazione di Ginevra in poi diviene di fatto istituzionalizzato un luogo di incontro volto a cercare di evitare i conflitti, o eventualmente di regolamentarli, contenerli, civilizzarli, ridurre l’uso di nuove tecnologie distruttive.

Quali gli effetti che tali Convenzioni ebbero sulla condotta della Prima Guerra Mondiale? Evidentemente assai pochi. Sul fronte Italo-Austriaco è noto che vennero condotte le più turpi nefandezze e senz’altro furono usati gas, per quanto fossero “vietati”.

Ma resta il fatto che si erano poste le basi perché gli Stati Nazione del mondo si potessero autoregolare, ovvero riconoscessero, al di là e al di sopra della propria sovranità e in particolare nel caso eccezionale del conflitto con altri Stati Nazione, che tutti si potessero riferire a una legge scritta.  (…)

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, avendo conosciuto l’abisso, l’umanità era pronta per cercare di identificare una via di uscita che avrebbe potuto essere concepita come definitiva: qualcosa che concretasse la necessità di una pace non effimera.

A differenza del momento in cui fu approvata la Lega delle Nazioni, questa volta, al di là delle proposte di carattere intellettuale e politico, c’era un’impellente condizione di necessità.

I diversi incontri che intrecciarono le tre potenze vincitrici, Stati Uniti, Gran Bretagna e Russia insieme con il generale De Gaulle per la Francia, in Teheran, Yalta e Potsdam, riguardarono un inquadramento della situazione mondiale nel dopoguerra e allo stesso tempo posero le basi per gli incontri di San Francisco e Washington, prodromici al costituirsi dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.
Nel volume “Lo Stato Nazione. Evoluzione e globalizzazioni” si cerca di indicare come pur nel cammino accidentato della storia, la tendenza verso il coordinamento tipicizzato dagli organismi sovranazionali che sono proliferati in particolare dopo la Seconda Guerra Mondiale, sia null’altro che la manifestazione di quanto si riassume nel concetto di civiltà.

Non a caso, l’elaborazione dell’immagine del nemico proposta da Daesh (cfr “The Management of Savagery” di Abu Bakr Naji, 2004-5) prende forma a partire dalla critica verso l’accordo Skyes-Picot del 1916, per poi allargare il bersaglio verso tutti gli accordi internazionali che strutturano il convivere internazionale.

In questo, l’opera di Deash svolge “a contrario” anche la funzione di indicare come, al di là delle differenze politiche che possano esistere tra gli Stati Nazione del mondo, vi sia già implicita in un gran numero di questi, un sottofondo di civiltà condiviso al di là delle frontiere definiti su base territoriale, di lingua, di costumi.

Far emergere tale sottofondo di civiltà, che va al di là del concetto di democrazia o di libero mercato, diviene necessario nel momento in cui il mondo nel suo complesso si trova di fronte alla sfida di dover trovare elementi comuni su cui accordarsi per definire l’alleanza necessaria per contrastare l’ondata di terrorismo globale scatenata da Daesh.

Al riguardo riproponiamo qui il capitolo 11 del libro in questione, dedicato al tema dei Diritti Umani: sembra che questa sia la base fondante sulla quale i popoli possano riconoscersi uniti prima che contro il Daesh inteso come nemico comune, da principi condivisi, solidi e positivi, che rendono un’alleanza globale. Prima culturale che altro, in difesa di una civiltà della condivisione, nel momento in cui questa è posta sotto attacco.

  1. Herny Dunant, “Un souvenir de Solferino” (Genève, 1862)

 

 

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