“Se in quella camionetta ci fosse stato mio figlio, gli avrei detto di prendere bene la mira e sparare”. Così il consigliere comunale di Ancona, Diego Urbisaglia si riferisce si sia espresso in Facebook riguardo ai fatti di Genova, non per pubblica visione ma come post riservato ai suoi amici.

È l’anniversario della morte di Carlo Giuliani, che in quegli scontri, durante l’incontro del G8 nel 2001, stava correndo verso una camionetta dei Carabinieri contro la quale si apprestava a lanciare un estintore. Dentro la camionetta altri tre ragazzi in divisa: stavano cercando di scappare, erano rimasti isolati ed erano feriti. Uno dei tre ha sparato e il giovane Giuliani è morto.

Un episodio tragico che esprime tutta l’insesatezza della logica dello scontro: violenza chiama violenza. L’episodio è fermato in uno scatto fotografico: si vede di spalle il giovane Giuliani che si appresta a lanciare l’arma impropria, e la camionetta assediata da vicino da altri giovani che brandiscono altre armi improprie, un palo, un’asse di legno.

Urbisaglia, consigliere PD, uomo di centrosinistra, s’è espresso in termini assai duri e inappropriati. E s’è attirato critiche e condanne.

Il post, peraltro privato e impropriamente dato in pasto alla pubblica opinione, continuava così (la citazione è presa da la Repubblica online): Estate 2001. Ho portato le pizze tutta l’estate per aiutare i miei a pagarmi l’università e per una vacanza che avrei fatto a settembre. Guardavo quelle immagini e dentro di me tra Carlo Giuliani con un estintore in mano e un mio coetaneo in servizio di leva parteggiavo per quest’ultimo… Oggi nel 2017 che sono padre, se ci fosse mio figlio dentro quella campagnola gli griderei di sparare e di prendere bene la mira. Sì, sono cattivo e senza cuore, ma lì c’era in ballo o la vita di uno o la vita dell’altro. Estintore contro pistola. Non mi mancherai Carlo Giuliani“.

Sono parole sconsiderate, non solo perché c’è di mezzo un morto, ma anche perché sembrerebbero accettare la logica dello scontro come alcunché di inevitabile: “Mors tua, vita mea”. L’allora giovane carabiniere di leva, Placanica, è già stato assolto in quanto ha agito per legittima difesa, ma il lungo processo da lui subito ha anche sollevato una quantità di dubbi, e dai resoconti non sembra totalmente chiaro se il proiettile che ha colpito Giuliani provenisse proprio dalla sua arma.

Fatto sta che nella concitazione dello scontro, un vera e propria battaglia campale, tutto divenne possibile.

Oggi le parole di Urbisaglia sembrano fatte apposta per rinfocolare rancori e incitare nuovi attriti. Ma pure invitano a ripensare a quanto scrisse Pier Paolo Pasolini, riguardo agli scontri avvenuti nel giugno 1968 a Valle Giulia tra studenti e poliziotti, rivolgendosi ai primi:

Avete facce di figli di papà. 
Buona razza non mente. 
Avete lo stesso occhio cattivo. 
Siete paurosi, incerti, disperati 
(benissimo) ma sapete anche come essere 
prepotenti, ricattatori e sicuri: 
prerogative piccoloborghesi, amici. 
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte 
coi poliziotti, 
io simpatizzavo coi poliziotti! 
Perché i poliziotti sono figli di poveri. 
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano. 
Quanto a me, conosco assai bene 
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi, 
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui, 
a causa della miseria, che non dà autorità. 
La madre incallita come un facchino, o tenera, 
per qualche malattia, come un uccellino; 
i tanti fratelli, la casupola 
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni 
altrui, lottizzati); i bassi 
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi 
caseggiati popolari, ecc. ecc. 
E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci, 
con quella stoffa ruvida che puzza di rancio 
fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente, 
e lo stato psicologico cui sono ridotti 
(per una quarantina di mille lire al mese): 
senza più sorriso, 
senza più amicizia col mondo, 
separati, 
esclusi (in una esclusione che non ha uguali); 
umiliati dalla perdita della qualità di uomini 
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare). 
Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care. 
Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia. 
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete! 
I ragazzi poliziotti 
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione 
risorgimentale) 
di figli di papà, avete bastonato, 
appartengono all’altra classe sociale. 
A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento 
di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte 
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte 
del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque, 
la vostra! In questi casi, 
ai poliziotti si danno i fiori, amici. 

Anche Pasolini era di sinistra, come Urbisaglia, e certo il suo pensiero è molto ben argomentato ed esposto con eleganza, non con implicita violenza.

E le Forze dell’Ordine ai nostri giorni non sono poi trattate troppo male dallo Stato, certo molto meglio di come lo fossero negli anni Sessanta. E non necessariamente i ragazzi “no global” che protestavano a Genova erano figli di papà.

L’invariante resta tuttavia che dove c’è violenza, si genera altra violenza. E a Genova nel 2001 si scatenò una fiera della violenza: colpa dei black-bloc, colpa di forze dell’Ordine evidentemente non adeguatamente preparate. Ma oggi, a prescindere dal fatto che questa provenga da forze dello Stato o da figli di papà, da criminali o da benvestiti incravattati, da giovani intenzionati a far giustizia o da altri giovani anche loro intenzionati a far giustizia ma secondo altre logiche, resta il fatto che la violenza va anzitutto superata: lasciata alle spalle, non ripresa e perpetuata.

La chiusa di Pasolini: “ai poliziotti si danno fiori” è una grande lezione di vita. Ricorda la lezione evangelica: amare il prossimo, anche se è visto come il nemico (cfr Mt 5, 43-45).

Ora s’apre un nuovo dibattito e si riaprono ferite, e c’è chi chiede la messa al bando del reprobo.

Forse varrebbe la pena aprire un percorso diverso: ripensare alle sagge parole di Pasolini e alla lezione del vangelo. Di fronte a un conflitto l’unica via è chiuderlo, non inasprirlo.

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