Di Leonardo Servadio

Facebook ha raggiunto oltre due miliardi di utenti. Fortuna che si sta umanizzando: la settimana scorsa ha annunciato che avrebbe dato priorità alle “relazioni qualitative” tra esseri umani rispetto ai post di carattere pubblicitario. Il fatto è riferito da Quartz, newsletter statunitense specializzata ovviamente in notizie economiche.

La notizia implica ipso facto il riconoscimento che sinora Facebook non s’è comportata propria in modo corretto. Eppure, secondo quanto riferisce la newsletter, è arrivata a raccogliere un numero di “seguaci” simile a quello del Cristianesimo, che con circa 2,4 miliardi di fedeli è la religione più diffusa sulla faccia della terra. Il paragone tra Facebook e Cristianesimo ci pone di fronte alla dimostrazione di come il senso della quantità tenda a soverchiare qualsiasi altra considerazione: il numero diviene non solo strumento di valutazione quantitativa, ma una specie di entità sovrana capace di interpretare ogni ragion d’essere, ogni qualità. Facebook è alla fin fine uno strumento per pubblicare foto e testi entro circuiti dati, e certo non è una novità che vi sia chi ritiene tanta la forza dello strumento comunicativo che questo possa in sé divenire “il messaggio”.

Ma siamo pur sempre nell’ambito dello scambio di opinioni. Che, certo, possono giungere a influire su eventi rilevanti, a volte tragici (c’è chi sostiene che la persecuzione dei Rohingya sia stata favorita dagli scambi avvenuti via Facebook, che hanno attivato una paranoia collettiva).

Da tempo si paventa il diffondersi di “fake news” anche di fabbricazione artigianale e anche via Facebook (un tempo si diceva “notizie false e tendenziose” ma queste son passate di moda forse perché troppo vecchie). Ma quando si arriva a paragonare la diffusione di Facebook con quella della maggiore religione del mondo, siamo di fronte a un fenomeno che trascende la questione fake news, per piombare nell’abisso di un minestrone dove si perde ogni distinzione.

Da un punto di vista esclusivamente “laico”, aconfessionale, il Cristianesimo è il maggiore movimento culturale della storia: ha informato un modo d’essere civile volto alla ricerca della pace e della collaborazione, al quale oggi la maggioranza dei popoli tende, anche se provengono e aderiscono a religioni diverse. Ha acceso e accende i cuori di un’umanità che anela ad mare il prossimo. È fattore di civiltà e di progresso almeno in tutta quella parte di mondo che chiamiamo “occidentale”, la cui cultura è in gran parte sua figlia diretta: le stesse istituzioni scolastiche, in particolare quelle universitarie, sono derivazioni di organismi nati per diffondere la cultura cristiana nel Medioevo. Ora siamo nell’anno 2018 d.C.: il cristianesimo segna la scansione del moto della storia. Facebook è un’impresa nata in questi anni recenti dell’era cristiana, come tante altre. Ha fatto un sacco di soldi con la pubblicità, come tante altre. Il Fondatore del Cristianesimo non ha fatto soldi, è stato disprezzato, torturato, rigettato, condannato, crocifisso. Ma ha lasciato un messaggio di pace e speranza che rende l’essere umano alla sua umanità integra. Già solo l’idea di paragonare un’impresa commerciale col Cristianesimo dimostra il rischio dell’alienazione cui l’inebriamento tecnologico può condurre. Qualcosa che assume i contorni della bestemmia: inconsapevole, beninteso. Una bestemmia contro l’essere umano, pronunciata da chi pensa che il mercato coi cuoi numeri sia tutto, coi suoi capitali e le sue opinioni. Vere o false che siano fa un po’ lo stesso, perché quel che conta è che facciano audience, che attirino profitti.

Be’, non resta che salutare con gioia che anche Facebook si sia resa conto che, nascosti da qualche parte, tra le pieghe del mercato, ci sono anche esseri umani, non solo consumatori.

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