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Ad una settimana dal blocco di Twitter, nonostante la corte amministrativa di Ankara ne abbia ordinato la sospensione ritenendolo un atto lesivo della libertà dei cittadini turchi, il Governo, con una decisione del Direttorato delle Telecomunicazioni (TIB), ha oscurato YouTube.

Dopo la pubblicazione da parte di un utente anonimo di un video audio tra il capo dell’intelligence del governo turco, il ministro degli Esteri e il vicecapo delle forze armate turche circa operazioni militari contro la Siria, Erdoğan vira dritto e per affermare la “potenza della Repubblica Turca” e per riabilitare la sua reputazione da sultano, dichiara apertamente guerra ai social network.
Ieri Twitter, oggi YouTube , domani forse Facebook sembrano essere i nemici giurati del primo ministro Recep Tayyip Erdoğan travolto sia della tangentopoli del Bosforo con ministri, magistrati e polizia, che da un giro di intercettazioni tra Erdogan e gli amministratori delle maggiori emittenti televisive a cui veniva velatamente suggerito di dare poco spazio ai suoi oppositori politici.
Se la rete è bloccata e si vuole imbavagliare l’opposizione, il mondo dello sport si è deliberatamente mobilitato contro le restrizioni di Erdoğan: nell’incontro del 22 marzo tra Galatasaray e Kayserispor, i giocatori del club giallo-rosso hanno indossato durante tutto il riscaldamento pre partita la maglietta con l’indirizzo Twitter della società sul retro ed immediatamente le foto hanno fatto il giro del web.
Da #TwitterisblockedinTurkey #ErdoganblockedTwitter, oggi i top trend di Twitter sono diventati #DictatorsWay #TurkeyBlockedYoutube #ErdoganBlockedYoutube #ErdoganAttacksFreedoms; se la Turchia non è in grado di postare e visualizzare, è tutto il mondo a dover prendere atto di quello che troppo spesso sta accadendo in Turchia: una terra di confine dove finisce l’Europa e inizia il Medio Oriente, una nazione di maggioranza mussulmana ma non integralista, una repubblica laica governata da un conservatore religioso.
Non è questo il primo caso in cui Erdoğan “cuce il becco” a Twitter e “oscura la finestra” a YouTube. Già nel giugno del 2013 in poche ore schizzò come top trend l’hastag #direngezipark (Gezi Park resisti) a seguito della decisione del governo di chiudere l’ultimo polmone verde presente nella vecchia Costantinopoli per realizzarne il più grande centro commerciale della città. Ma le manie di grandezza, del tutto personalistiche, di Erdoğan hanno ormai abituato il popolo turco: il minareto più alto del mondo, il ponte più lungo del Mediterraneo, il ponte Bosforo 1, 2, 3…40.
Solo grazie ai social network fu possibile scoprire (anche per gli stessi turchi non presenti nelle sedi della manifestazione) quello che realmente accadeva in quei giorni in piazza Taksim, ad Istanbul, in Turchia mentre tutto il mondo taceva e Erdoğan radunava alla meno peggio i suoi e li moltiplicava con Photoshop. Questa crociata ai social network nasconde in realtà una delle più profonde crisi politiche finora affrontate dal governo insieme alla ormai minata credibilità di Erdoğan come capo del governo.
Domenica alle urne la popolazione turca sarà chiamata per le elezioni amministrative e in questo clima di forti tensioni si teme che al fine di affermare la propria linea, conservatrice e integralista, Erdoğan possa viziare le elezioni censurando il web e rafforzando quello che lui ritiene il giusto modo di raccontare la politica e raccogliere consensi: la propaganda televisiva.
Ad oggi anche se le tv turche affrontano lo scandalo che continua a travolgere il governo di Ankara che ha portato al licenziamento di diversi ministri e capi della polizia; rituonano perentorie, anche, le parole di Erdoğan che definisce la chiusura dei social un atto “amministrativo” dovuto per arginare il complotto contro il suo governo.
È necessario quindi comprendere che l’armata dei social rappresenta non una forza da sconfiggere bensì da considerare o quanto meno non censurare e che la politica può essere basato solo sulla dialettica pulita tra questi due attori: candidato/politico – elettore/cittadino, dialogo possibile soltanto nella condizione di libera espressione.
Sembra evidente che della massima latina “Vox populi, vox dei” Tayyip Erdoğan ne sia sempre stato all’oscuro e continui a perpetrare in questa condizione di ignoranza. (dal lat. ignorans -antis, part. pres. di ignorare «ignorare». Che non sa o sa male ciò che dovrebbe sapere, soprattutto per ciò che riguarda la propria attività o professione. Dal Dizionario Treccani).

Storia della Turchia. Dalla fine dell’impero ottomano ai nostri giorni

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