di Axel Famiglini

 “C’erano ad Olinto alcuni uomini politici legati a Filippo che erano completamente al suo servizio, altri che avevano scelto il partito migliore e agivano per impedire che i loro concittadini cadessero in schiavitù. Chi di loro è responsabile della rovina della patria? Chi ha tradito i cavalieri, e con questo tradimento ha causato la rovina di Olinto? Quelli che parteggiavano per Filippo e, quando la città esisteva ancora, calunniavano e accusavano chi parlava dando i consigli migliori a tal punto che il popolo di Olinto si lasciò convincere addirittura a esiliare Apollonide.”

Demostene, “Terza Filippica”, 56 (Traduzione tratta da: http://www.miti3000.it/ )

Quanto accaduto nel Regno Unito nel corso delle recenti elezioni politiche ci offre l’occasione di avanzare una riflessione sull’entità e sulla profondità socio-istituzionale dell’azione propagandistica ed ideologica che la Russia di Putin ha promosso in questi anni in Occidente. E’ un fatto ormai acclarato che il governo di Mosca abbia da lungo tempo delegato a vere e proprie aziende di disinformazione, a vari livelli legate al Cremlino e ai servizi segreti post-sovietici, una massiccia campagna mediatica finalizzata al sovvertimento dell’ordine costituito sia in Europa che nel resto del mondo occidentale. In particolare la crisi ucraina ed il conseguente scontro geopolitico occorso con Stati Uniti ed Europa hanno costituito un vero e proprio catalizzatore per questa nuova forma di aggressione politica di tenore internazionale, inducendo il governo russo ad un utilizzo senza precedenti dello strumento informatico quale arma letale di distrazione di massa. Chiunque abbia trascorso qualche ora  sui più importanti forum di discussione politica su internet non ha potuto fare a meno di notare un numero non irrilevante di presunti utenti alacremente impegnati da un lato ad osannare il governo di Putin e dall’altro a denigrare ed insultare con una ferocia inaudita le classi dirigenti di matrice liberal-democratica operanti ai vertici del mondo occidentale. La crisi economica che ha avuto inizio tra il 2007 ed il 2008 nonché le conseguenti difficoltà sociali e politiche ad essa legate hanno certamente fornito a questa brigata di disinformatori terreno fertile dove riscuotere un facile consenso da parte di un numero di cittadini in costante crescita, ormai ospiti fissi di una cronica ondata di malcontento transnazionale più o meno fondato e più o meno eterodiretto.

Il malumore popolare per l’andamento dell’economia e per la conduzione talvolta discutibile della cosa pubblica da parte delle tradizionali classi dirigenti non basta a spiegare il successo mediatico di tale ambiziosa operazione di ingegneria socio-politica di portata internazionale, orchestrata ad arte sotto i nostri occhi a partire dal cuore della fredda pianura sarmatica. Innanzitutto occorre riconoscere che la democrazia prospera laddove vi sia conoscenza, consapevolezza e partecipazione da parte dei cittadini.

Da questo punto di vista l’evoluzione socio-culturale della base elettorale di numerose democrazie occidentali ha permesso che con il tempo l’apparenza prendesse prepotentemente il sopravvento sui contenuti e che il mero impulso legato alle emozioni del momento fosse tenuto in maggior considerazione rispetto al  ragionamento consapevole del singolo individuo. Le dichiarazioni ad impatto, contornate da immagini ed effetti speciali della politica-spettacolo, possiedono sicuramente un’efficacia quasi immediata sull’elettore in quanto l’argomentare richiede tempo per essere metabolizzato e soprattutto necessita di un interlocutore dotato degli strumenti necessari per giungere ad una piena comprensione dei ragionamenti proposti. In tal senso la semplificazione della dialettica politica e la sostanziale scomparsa di una educazione civica promossa sia a livello istituzionale che partitico hanno trasformato nel tempo la campagna elettorale e la propaganda politica in una mera attività di carattere pubblicitario e sondaggistico, organizzata con tecniche eminentemente commerciali, sancendo così il trionfo definitivo della società dei consumi ai danni di una politica partecipata e razionalmente condotta. In particolare, in Paesi come l’Italia, la fine delle ideologie ha comportato la progressiva scomparsa non solo dei partiti di massa ma anche di quelle scuole politiche legate ai partiti stessi che educavano, in un modo o nell’altro, il cittadino a diventare un elettore consapevole, per quanto le ideologie stesse abbiano potuto talvolta produrre pericolose aberrazioni come la storia ci ha più volte mostrato. E’ parimenti plausibile che il generale soddisfacimento delle necessità primarie della popolazione abbia fatto venire meno i presupposti che molti decenni or sono, se non, addirittura, ormai alcuni secoli fa, hanno in varie fasi indotto le masse ad avvicinarsi alla politica, in un’epoca in cui le necessità materiali, probabilmente, incoraggiavano in molti individui l’esercizio di una fatica intellettuale finalizzata ad una migliore comprensione del mondo e del funzionamento delle leve politiche ed economiche che caratterizzano i sistemi di governo. Scomparse le idee e  le ideologie dalla politica con la conclusione dei grandi scontri ideologici del XX secolo, ad educare le masse è subentrata la tv spazzatura, votata anima e corpo ai meri ascolti televisivi e propugnatrice di una vasta rosa di disvalori che hanno contribuito ad una sostanziale involuzione e diseducazione della società moderna. In Italia il principale partito di carattere massmediatico sorto dalle ceneri di “tangentopoli” ha retto il confronto delle urne fino a quando la narrativa elettorale periodicamente urlata a livello sia televisivo che pubblicistico non è incominciata ad essere spazzata via dell’impetuosa fiumana della crisi economica che ha messo in luce il nulla che si celava dietro a determinate proposte politiche. La crisi che si è via via evoluta nel nostro Paese tra il 2008 e il 2011 ha reso manifesta la completa inadeguatezza ed inconsistenza di un sistema politico che ha preteso per anni di governare l’Italia a suon di “slogan”, creando così a poco a poco un vuoto più vasto di quello da questo stesso rappresentato per troppo tempo che purtroppo ha lasciato spazio ad un avventurismo ben peggiore del precedente.

Era solo questione di tempo, infatti, perché un acuto osservatore della società nonché esperto conoscitore della rete e dei social network si rendesse conto che si potesse creare un partito politico dal nulla semplicemente sfruttando internet ed un elettorato assuefatto allo stile delle televendite. In Italia tale esperimento politico è stato tentato con successo da un’assai nota azienda di servizi informatici coadiuvata da un altrettanto assai noto uomo di spettacolo, probabilmente coinvolto nelle vesti di esperto di comunicazione ed animato da un antico desiderio di vendetta  contro una classe politica che nel passato lo aveva estromesso dai più importanti palcoscenici della tv. Le enormi potenzialità che la rete ed i media sociali offrono quale inesauribile serbatoio di informazioni personali dei singoli elettori/consumatori rendono possibile orientare politicamente un vastissimo numero di persone e manipolare l’esito elettorale a vantaggio di pochi privati, influendo tuttavia in tal modo in maniera determinante nella gestione della politica di intere nazioni. Così come già sperimentato per anni sul piano operativo con i prodotti ed i beni commerciali, attraverso l’uso della rete internet si possono raccogliere in un senso informazioni sugli utenti e nell’altro senso si possono restituire, attraverso specifici appetibilizzanti mediatici, delle irresistibili indicazioni di voto ad uso e consumo di un elettore addestrato a consumare beni e servizi grazie a quanto spettacolarizzato tramite la pubblicità.

Di tutto questo presto o tardi le nazioni che gravitano attorno al mondo occidentale devono essersi accorte (essendo molte di esse già storicamente esperte nelle tecniche di controllo delle masse) e, anche in questo caso, era solo questione di tempo perché la Russia di Putin non trovasse il modo di sfruttare le debolezze insite negli attuali sistemi democratici per destabilizzare e disarcionare i propri nemici internazionali.

Ho avuto modo di seguire per alcuni anni i forum di discussione di un noto quotidiano conservatore inglese e posso confermare non solo la presenza dei famigerati “troll russi” ma, oltre a ciò, un inquinamento generale della percezione della realtà riscontrabile presso buona parte del pubblico scrivente. Il modus operandi generale ampiamente diffuso fra gli utenti di questi forum è sempre stato quello da un lato di denigrare lo status quo condendo frequentemente affermazioni di bassa lega con copiosi insulti nei confronti del Primo ministro e del suo Gabinetto, dall’altro di imputare ogni genere di disfunzione del sistema, oltreché al governo in carica, all’Unione Europea. Certamente appare curioso che fra i molti esagitati presenti vi fossero parecchi utenti che palesemente non erano di madrelingua inglese. Tutto ciò va naturalmente moltiplicato per il numero dei più frequentati forum di discussione politica presenti sulla rete internet del Regno Unito, presumibilmente popolati da un numero di utenti paragonabile a quello dei forum da me frequentati. Ho avuto altresì l’impressione che mentre sul referendum sulla Brexit tutti questi “troll siberiani” potessero in un certo senso agire quasi indisturbati forse perché funzionali ai progetti di certa parte del partito conservatore inglese, sul tema del referendum sull’indipendenza della Scozia, al contrario, per quanto i “troll” russi soffiassero potentemente sul fuoco dell’indipendentismo, i guastatori moscoviti fossero controbilanciati efficacemente da altri utenti che invece sostenevano l’Unione tra la Scozia e l’Inghilterra.

E’ noto che la crisi economica abbia toccato in profondità la società inglese e messo in luce le sue più profonde contraddizioni e criticità e che, parimenti, il malcontento abbia alimentato in maniera esponenziale il movimento pro-Brexit. Da questo punto di vista l’interesse russo per un’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea appare evidente al fine di indebolire il blocco rappresentato dalla UE nonché di troncare il connettore cardine dei rapporti transatlantici. Allo stesso modo la minoranza del partito conservatore vicina alle idee di Nigel Farage ha sfruttato a suo vantaggio l’ondata populista che montava e si amplificava grazie ad un utilizzo distorto e manipolatorio della rete e dei social network. L’azzardo commesso da David Cameron finalizzato a vincere le elezioni del 2015 promettendo un referendum sulla Brexit in cambio dei voti degli elettori di Farage era purtroppo perso in partenza perché internet e i social network erano già da anni nel pieno controllo della destra anti-sistema e della rete di disinformazione russa, rendendo pertanto impossibile una successiva vittoria del “Remain” come aveva sperato Cameron stesso. Appare in tal senso sorprendente che i cinematografici servizi di intelligence britannici siano stati sostanzialmente a guardare quanto stava accadendo, nonostante le attività russe costituissero una mano tesa nei confronti del partito di Farage, oltreché degli indipendentisti scozzesi. L’attuale vittoria dell’ex minoranza del partito conservatore, ora maggioranza non solo nel partito stesso ma anche nel Paese, se vogliamo vederla in una prospettiva storica di medio periodo sembrerebbe essere il frutto di una (apparente?) fortuita azione congiunta delle due costruzioni politiche anti-sistema di Nigel Farage (ovvero prima lo UKIP e poi il Brexit Party) e della contemporanea azione di martellamento mediatico proveniente da “oltre cortina” orchestrata dalla Russia di Putin. Boris Johnson, dal canto suo, senza porsi alcuno scrupolo su cosa fosse giusto o sbagliato fare nell’interesse pubblico, ha semplicemente scelto a suo tempo quale fosse a proprio giudizio il cavallo vincente sull’agone della politica britannica, individuando facilmente, attraverso una rapida navigazione sui media, il populismo dilagante quale veicolo attraverso cui raggiungere il tanto agognato vertice del potere. Indubbiamente l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea rappresenterà una manna dal cielo per Putin e allo stesso modo se ciò provocasse anche la disintegrazione del Regno Unito con la fuoriuscita sia della Scozia che dell’Irlanda del Nord tutto ciò costituirebbe un risultato senza precedenti per le ambizioni egemoniche di Mosca. Ad onor del vero, la vittoria elettorale di Boris Johnson non si sarebbe potuta ottenere senza l’inconsapevole collaborazione di una opposizione incapace di fare fronte alla complessità di tale situazione. Sia il Labour che i Libdem avrebbero infatti potuto unire le forze per propugnare un programma comune incisivo, chiaro ed organico, in particolare sul tema della Brexit. Ciò tuttavia non si è affatto verificato. Entrambi i partiti hanno avuto la loro occasione per fare squadra ma non hanno saputo sfruttare il momento che le elezioni avevano offerto loro. In particolare il Labour di Corbyn non si è assolutamente mostrato all’altezza della situazione, proponendo agli elettori un programma colpevolmente ambiguo sulla Brexit nonché caratterizzato sui temi economici da ricette di carattere vetero-marxista a mero uso e consumo dei sostenitori di Corbyn stesso interni al partito laburista. Tutto ciò sicuramente ha disorientato nonché spaventato non solo la classe media nella sua generalità ma anche molti elettori della sinistra inglese da tempo delusi dal nuovo corso intrapreso dal Labour di Corbyn dopo gli anni di Tony Blair e dei suoi eredi politici. Tutto ciò ha portato alla vittoria i populisti di Johnson, i quali hanno incamerato in seno al partito conservatore il sostanzioso pacchetto di voti dell’estremismo di destra pro-Brexit custodito con cura dall’enigmatico Nigel Farage nel corso degli ultimi tempi all’interno del fantomatico contenitore politico, erede di un ormai defunto UKIP, rappresentato dal Brexit Party. Alla fine i reali sconfitti sono stati i moderati, i quali rimangono quali vittime sacrificali di una opposizione sia interna che esterna al partito conservatore che non ha saputo o voluto organizzare una qualsivoglia linea programmatica credibile e coerente. In tale ottica la vittoria di Johnson, per quanto potentemente supportata a livello di media sociali,  è senza ombra di dubbio correlata all’inadeguatezza del leader politico Jeremy Corbyn e alla figura totalmente effimera quale è stata quella di Jo Swinson. Da questo punto di vista il populismo ha gioco facile laddove la compagine politica antagonista non si mostra in grado di rispondere con efficacia al bombardamento mediatico che i partiti populisti e i loro sostenitori interni ed internazionali conducono quotidianamente sui social media.

La battaglia per le menti e per i cuori degli utenti della rete internet promossa dalla Russia di Putin tende a mettere a confronto un energico, efficace ed autoritario presidente russo con le fragili e zoppicanti democrazie occidentali, arrivando a proporre per l’Occidente una sostanziale sostituzione della compagine politica liberal-democratica con movimenti e partiti propugnatori di una oscura “democrazia illiberale” dietro la quale si cela semplicemente la proposta di una dittatura vecchio stile con  un uomo solo al comando. Non deve sorprendere che il continuo raffronto presentato ad arte tra un Putin muscolare ed energico e i vari leader politici occidentali raffigurati come brutti, goffi ed incapaci abbia rivitalizzato in maniera assolutamente inedita nei singoli Paesi aggrediti da tale campagna mediatica le più sinistre pulsioni recondite di cui le singole nazioni siano state protagoniste in un passato più o meno oscuro. In Italia sta riemergendo prepotentemente una generale simpatia per il fascismo intriso di bigottismo e per la figura di Benito Mussolini, a tal punto che il leader  di una nota forza politica nostrana, aggregata in vari modi alla “centrale” di Mosca, ha preso a scimmiottare, con il rosario in mano ed il crocefisso al collo, le smorfie e la gestualità del “duce del fascismo” e a farsi appellare dai suoi sostenitori con un sinonimo meno compromettente (almeno fino a quando l’apologia di fascismo sarà reato) e più attuale del termine un po’ retrò di “Duce”. In Francia parimenti cresce in forza e potenza la destra erede dello scandalo Dreyfus e dell’esperienza di Vichy, nonché nuova ammiratrice dell’uomo forte del Cremlino, quest’ultimo assai liberale solo quando si tratta di sovvenzionare i propri sostenitori francesi ormai sgraditi ospiti fissi nelle strade e nelle piazze della bella “Ville Lumière”. In Germania ed in Spagna cresce l’estrema destra reazionaria e xenofoba, così come la destra illiberale trionfa nell’Est europeo ed avanza nei Paesi scandinavi. Nel Regno Unito è riemerso prepotentemente il nazionalismo inglese incarnato ai vertici dal risibile “governo del popolo” guidato da Boris Johnson, il quale tuttavia è più affine intellettualmente agli sgangherati seguaci del movimento di Mosley che ai signorotti di campagna delle Corn Laws. Più in generale sono dell’opinione che il riemergere in Europa (e non solo) dell’antisemitismo possa essere correlato al generale degrado della cultura civile dell’elettorato occidentale, causato primariamente da questa azione costante di propaganda russa finalizzata alla distruzione della civiltà liberal-democratica e all’instaurazione di regimi illiberali affini a quello moscovita e a questo sudditi. Per rendersi conto di quanto successo abbia avuto la campagna mediatica moscovita su internet e sui media sociali basti pensare a quanto accaduto negli Stati Uniti con l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Per quanto l’inchiesta Mueller non sia riuscita a provare un vero e proprio coordinamento tra Trump e Mosca, appare evidente come il massiccio intervento mediatico dei “troll” russi e di agenti segreti veri e propri abbia mutato in maniera determinante gli umori di un elettorato “a stelle e a strisce” già da lungo tempo estraneo ad una sana dialettica politica e pesantemente scottato dalla crisi del proprio sistema economico e sociale. Che Trump sia un “ammiratore segreto” del presidente Putin e del suo rassicurante autoritarismo è un fatto talmente palese che appare impossibile negarlo. Lo stesso Putin più volte si è erto quale avvocato difensore di Trump contro gli attacchi che “The Donald” in numerose circostanze ha dovuto subire e continua a ricevere a vari livelli da parte della tradizionale classe dirigente statunitense. Appare assolutamente grottesca l’attuale difesa d’ufficio promossa dal Cremlino sulla vicenda dell’impeachment che sta coinvolgendo il presidente degli Stati Uniti, per quanto probabilmente il tutto verrà fermato con il niet del senato americano. Essere riusciti a far eleggere il primo presidente filo-russo della storia americana è stato il più grande successo geopolitico della Russia post-caduta del muro di Berlino e forse il più grande trionfo di sempre. Putin, il quale in realtà si fa beffe di Trump supportando, ad esempio, Teheran con aiuti finanziari in barba al regime delle sanzioni, piace non solo a Trump stesso ma anche alla destra americana nella sua generalità la quale si sente minacciata in quelle che ritiene essere le proprie prerogative storiche sia in Patria che all’estero. Tuttavia i muri mentali e materiali che la destra americana intende costruire dimostrano la sostanziale debolezza di una compagine politica molto lontana dallo spirito degli Americani di un tempo i quali hanno concretamente reso grandi gli Stati Uniti nel mondo. Donald Trump rappresenta una utile pedina politica per il Cremlino dato che non solo la sua incompetenza non gli permette di pianificare un’efficace e razionale strategia politica, ma parimenti il cosiddetto “comandante in capo” è connotato da un temperamento umorale così pronunciato da renderlo incompatibile con la posizione politica di capo di stato. I disastri internazionali di Trump giovano sia a Mosca che a Pechino, le quali hanno ben compreso come basti plaudere al presidente degli Stati Uniti per ottenere in cambio una sua quasi incondizionata riconoscenza. Basti vedere cosa ha combinato il presidente Trump in Medioriente, regalando all’Iran e alla Russia il controllo della Siria dopo aver portato a termine il tradimento dei Curdi avviato più di un anno fa.  Il presidente Trump, che ha trasformato la lotta contro il regime iraniano in una ragione di vita, ha nei fatti prodotto il più grande regalo che potesse elargire al regime degli Ayatollah consegnando ad esso (e alla Russia) la Siria, mettendo in seria crisi gli alleati regionali, quali l’Arabia Saudita ed Israele, i quali hanno ben compreso che, per “rimanere a galla”, sia indispensabile approfondire ulteriormente le proprie relazioni con la Russia di Putin. Azzoppate le ultime velleità occidentali sulla Siria (con buona pace di Francia e Regno Unito), rimane poco o nulla che l’Europa possa fare, salvo rifiutarsi di sborsare un centesimo per la ricostruzione delle città siriane distrutte dal conflitto anche se all’orizzonte di Assad sta facendo capolino la Cina e la sua danarosa via della seta. In Estremo Oriente il giovane dittatore nordcoreano sta continuando a fare il bello ed il cattivo tempo supportato dalla Cina, con tanto di test missilistici inclusi, beffandosi di un presidente Trump che comunque vada a finire non riuscirà a “spezzare le reni” alla Cina ma dovrà trovare un accordo che non potrà in nessuno modo bloccare la rete commerciale cinese sia nelle produzioni a basso contenuto tecnologico che in quelle più innovative. L’iniziativa diplomatica ed economica cinese sta mettendo in un angolo sempre più stretto e buio Taiwan e parimenti l’Australia stenta a conservare le proprie alleanze nella regione. La drammatica situazione di Hong Kong sta a testimoniare una volta di più quanto l’Occidente stia diventando impotente sullo scenario del Pacifico, condannando a morte con la sua assenza politica e strategica migliaia di persone che speravano in un aiuto sostanziale e non solo di facciata. Il vuoto che gli Stati Uniti si accingono a lasciare in Asia centrale con l’abbandono dell’Afganistan al proprio destino, beneficia sia Mosca che Pechino e contestualmente rende sempre più pericolosa la frontiera tra India e Pakistan, scenario nel quale il governo nazionalista di Delhi sta compiendo un’azione di sempre maggiore destabilizzazione. In Africa la Russia sta parimenti mettendo radici assieme all’alleato cinese. In particolare, oltre alla obliqua situazione nella Repubblica centrafricana posta in essere ai danni di Parigi, la Russia si sta insinuando prepotentemente in Libia e allo stesso tempo la Turchia sta nuovamente tentando di ritagliarsi una fetta di influenza politica nel Paese mediterraneo al fine di assumerne in qualche modo un parziale controllo (in particolare in tema di risorse energetiche tramite la neonata zona economica esclusiva posta tra Libia e Turchia a cui si oppongono Grecia, Cipro, Egitto ed Israele) ai danni dei competitori presenti a Tripoli ma, nei fatti, anche altrove. In tal senso Paesi europei quali la Francia o la stessa Italia stanno indubbiamente soffrendo il recente interventismo russo e turco in Libia che si aggiunge alle ingerenze estere già ben radicate nel Paese ulteriormente dilaniato dal recente acuirsi della guerra civile tra il governo di Tripoli ed il generale Haftar. Ankara, ormai unico riferimento presente ed attivo a disposizione dell’agonizzante ribellione siriana, il cui braccio militare è in gran parte ormai asservito alle priorità geopolitiche turche che nei fatti ne garantiscono la sopravvivenza, sta assumendo iniziative sempre più legate alla propria peculiare agenda internazionale, slegandosi in modo crescente, dopo il fallimento della guerra civile siriana, dalle vecchie alleanze con l’Occidente ed i Paesi arabi per perseguire nuove ambizioni neo-ottomane rivitalizzate dal ruolo di attore primario che sta assumendo sulla Siria assieme a Russia ed Iran. L’ospitalità che la Turchia sta fornendo ad Hamas sul proprio territorio fa presagire che presto o tardi Ankara tornerà a costituire un serio problema per Israele. La morte del famigerato Al Baghdadi non costituisce la fine dell’esperienza dell’ISIS e neppure la tumulazione definitiva del messaggio che l’ISIS ha incarnato per ultimo in ordine di tempo nella storia del terrorismo islamico internazionale. Esiste dietro all’ISIS e alle organizzazioni islamiche ad esso ideologicamente correlate un’idea di fondo “pan-araba” e “pan-islamica” che difficilmente potrà conoscere un declino fino a quando i problemi sociopolitici ed economici del Medioriente e delle periferie del mondo occidentale non conosceranno una soluzione soddisfacente.   In Sud America, un tempo il giardino di casa di Washington, la Russia assieme alla Cina sta supportando con successo la dittatura venezuelana, mettendo in luce come la politica delle parole pronunciate al vento promossa dagli Stati Uniti e dall’Europa nulla possa fare contro le iniziative concrete sino-russe nel Paese sudamericano.

Contrariamente a quanto affermato da Trump, l’America non sta tornando ad essere grande, al contrario, in realtà, a poco a poco gli Stati Uniti sembrano voler abdicare in maniera sempre più radicale al proprio ruolo globale definitosi  dopo la seconda guerra mondiale. Il venir meno della conoscenza e della condivisione ideale della tradizionale cultura geopolitica “a stelle e a strisce” in seno alla destra americana, esautorati gli ultimi oppositori al “trumpismo” rimasti nell’area repubblicana, si sta tramutando sul terreno in una crescente instabilità internazionale nella quale i vecchi riferimenti storici e politici stanno scomparendo passo dopo passo. Donald Trump, incapace di far valere, come desidererebbe, la voce degli Stati Uniti in seno alle grandi crisi internazionali in corso, dalla guerra commerciale con la Cina al confronto con la Corea del Nord fino alla lotta schizofrenica contro il regime iraniano, ha cercato recentemente una qualche forma di riscatto nella singolare, quasi risibile, proposta di inglobare la Groenlandia (la Danimarca, questa sconosciuta…) e le sue appetitose materie prime all’interno dello spazio vitale della nuova autarchia statunitense. Se la guerra di Trump alla Groenlandia avrà successo o meno lo scopriremo, come si dice, solo vivendo, quello che però appare maggiormente importante è il fatto che mentre gli Stati Uniti si chiudono a riccio offesi per via dello sfruttamento politico, militare ed economico che gli ingrati alleati degli Americani avrebbero promosso ai loro danni da troppi anni, Russi e Cinesi impazzano allegramente nel vuoto lasciato da Washington e dall’Occidente lungo tutti i cinque continenti.

In questo scenario che cosa dovrebbero fare le liberal-democrazie attualmente sopravvissute alla tempesta mediatica scatenata da Mosca? Indubbiamente le ambiguità dell’Unione Europea sia nei confronti della Russia che dell’Iran non aiutano ad imbastire un’efficace strategia di risposta alle ambizioni moscovite nel Vecchio Continente. L’interesse mai ridimensionato dell’Europa nei confronti del gas russo costituisce un grave vulnus (si veda il caso di Nord Stream 2) per chi al contrario dovrebbe proteggersi da un’azione di aggressione politica di una portata senza precedenti orchestrata dal Cremlino. In tal senso la Germania, pur rappresentando il cuore economico dell’Europa, sembra del tutto impreparata ad affrontare le responsabilità geopolitiche che il proprio potere economico le imporrebbe e così l’Unione Europa ed i suoi stati membri appaiono come nani attanagliati da mille contraddizioni nel momento in cui la Storia chiederebbe loro di assumere un ruolo guida sullo scenario internazionale. Il fattore economico e la contestuale necessità di conservare un indispensabile rapporto di collaborazione militare con gli Usa rappresentano un deficit importante nella capacità dell’Europa di imbastire una strategia di difesa efficace ed autonoma. La politica estera di Macron tesa ad un riavvicinamento tattico verso Mosca, dopo gli anni dello scontro frontale, manca del tutto del senso delle proporzioni, in quanto Mosca considera il peso politico e militare della Francia del tutto insufficiente per essere preso in considerazione al fine della definizione di un rapporto alla pari, soprattutto ora che l’alleato britannico di Parigi è messo completamente fuori gioco sullo scenario internazionale a causa della Brexit.

In realtà sia la Russia di Putin che la destra americana al potere sono caratterizzate dalla medesima linea politica finalizzata alla distruzione dell’Unione Europea con lo scopo di procedere all’eliminazione di un potenziale potente contraltare sia sul piano politico che economico. Quello che dovrebbero mettere in campo le liberal-democrazie europee ancora solide prima che le future tornate elettorali le estromettano dallo scenario politico è una massiccia risposta programmatica di carattere muscolare che da un lato non cancelli le libertà costituzionali garantite ormai da decenni  ma dall’altro non permetta all’autocrazia strisciante benedetta dal Cremlino (e non solo) di imporsi inquinando il consueto iter democratico, sbandierando promesse relative a fasulli “governi del popolo”.

Occorrerebbe in tal senso recuperare quello che potrebbe essere definito, molto curiosamente visti i tempi caratterizzati dalla Brexit e dal successo del piccolo Trump di Londra, lo “spirito di Dunkerque”, una risposta che parta dal basso ovvero dalle forze popolari liberal-democratiche e che supporti una reazione governativa energica ed incisiva contro i seminatori di propaganda anti-sistema e filorussa. Solo così, probabilmente, ciò che rimane dell’Europa liberale e democratica potrà sopravvivere a questa tempesta illiberale che rischia di anticipare e preannunciare il tramonto e la fine di un sistema politico e sociale nel quale i diritti e le libertà delle persone sono ancora considerati il perno irrinunciabile di ogni confronto dialettico.

 

I punti di vista e le opinioni espressi nell’articolo non necessariamente coincidono con quelli di Frontiere.

 

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