Di Leonardo Servadio

Si può dire che la Russia abbia perso questa guerra nel momento stesso in cui ha invaso l’Ucraina. Non a caso pochi, prima che il fatto avvenisse, erano disposti a credere che avrebbe attaccato: si percepiva che non era nel suo interesse. Non perché non possa conquistare significative porzioni di territorio ucraino, come ha fatto, ma perché l’impegno bellico è stato evidentemente mal calcolato e i suoi risultati, al di là delle conquiste territoriali, si ritorceranno contro la Russia stessa. Non solo nei rapporti col mondo occidentale, ma anche per quel che riguarda i rapporti con la Cina. Rapporti che per la Russia sono di fondamentale importanza e, riducendosi i quali, il “peso” della Russia nello scenario globale non farà che soffrirne.

La sconfitta sul campo

Il 26 febbraio, cioè un paio di giorni dopo l’inizio dell’invasione russa in Ucraina, Valery Michajlov, scrivendo da Kiev per RIA Novosti, ovvero per l’agenzia stampa ufficiale del governo moscovita, intesseva un pezzo dall’ovvio sapore propagandistico in cui tuttavia non poteva evitare di notare che la popolazione era avversa all’invasione russa: a dimostrazione che i Russi si attendevano un’accoglienza differente, ne attribuiva la colpa al “lavaggio del cervello” operato dopo il 2014 dalla CIA. E si rammaricava che l’operazione condotta quell’anno con l’annessione alla Russia della Crimea non fosse proseguita per coinvolgere tutta l’Ucraina: “Nel 2014 – scriveva Michajlov – con l’intervento delle truppe russe, almeno la metà dei militari (ucraini – ndr) sarebbe sicuramente passata dalla loro parte. Ora invece si sono macchiati del sangue del Donbass e sono divenuti zombi. Per la maggior parte, mirano solo a uccidere i ‘moscoviti’. Si può solo rimpiangere che l’operazione speciale non sia avvenuta nel 2014”.

Le parole del corrispondente di RIA Novosti mostrano con chiarezza come i Russi si aspettassero una cospicua defezione di militari ucraini. Cosa che, com’è noto, non è avvenuta: ma il fatto che ci credessero mette in rilievo la gigantesca falla dell’intelligence moscovita. Certo, la CIA agì nel 2014 per favorire la rivolta di piazza Maidan: ma forse che quell’anno non operava in Ucraina anche il suo omologo russo, il FSB? Evidentemente le operazioni del FSB all’epoca non ebbero successo né più di recente si sono dimostrate capaci di fornire alla dirigenza politica russa un quadro realistico della situazione interna ucraina, prima dell’invasione del 2022.

Quanto è successo dopo l’invasione attuale non è stata che una conseguenza di tale condizione di carenza di intelligence. Perché, più tempo è passato, più la popolazione ucraina, che già era per la maggioranza contraria alla Russia almeno nelle parti centrale e occidentale del Paese, si è radicalizzata in questo atteggiamento. E non si può vincere una guerra se si incentiva l’avversione che la popolazione nutre verso le truppe che invadono credendo di andare a “liberare” coloro contro i quali combattono.

Gli Stati Uniti ne sanno qualcosa

Gli USA si sono trovati più volte nel secondo dopoguerra in quelle stesse condizioni. A parte la guerra di Corea, tutte le altre più grosse avventure belliche a cui hanno preso parte gli si sono ritorte contro, sul piano militare e/o politico: Vietnam, Cambogia, Irak, Somalia, Afghanistan… Ovunque la maggiore potenza militare del mondo ha causato distruzioni, eccidi, miseria e sollevato avversione nei propri confronti.

L’invasione sovietica in Afghanistan del dicembre 1979 invece ha rappresentato la prima grande vittoria per gli Stati Uniti dopo il ‘45: nel senso che la lunga guerra che ne è seguita e il successivo crollo dell’URSS è stato almeno in parte dovuto alle conseguenze, non solo militari ma anche economiche e organizzative, sofferte dai Russi per quel conflitto.

Di qui, quindi, che gli USA non potessero aspettarsi nulla di meglio – per loro – che una nuova invasione condotta dalla Russia verso un Paese che le è tendenzialmente ostile e nel quale, malgrado la prossimità geografica e culturale, non ha alcuna possibilità di imporre in modo definitivo la propria presenza, se non nelle circoscritte aree più intimamente e direttamente legate alla propria storia, com’è avvenuto in Crimea e come potrà avvenire nel Donbas. Ma, anche se questo avverrà, sarà al prezzo di aver innescato in tutto il resto dell’Ucraina (e del mondo occidentale) una radicale ostilità anti russa che andrà avanti per generazioni.

Dal punto di vista cinese

Da quando hanno avuto luogo le rivoluzioni comuniste, la Cina si è sempre trovata in una condizione di sudditanza mal sopportata rispetto alla Russia. Non a caso, pur essendo stato ampiamente sostenuto da Stalin sin dalla fine degli anni Quaranta, e pur essendo dipendente dalla Russia soprattutto per gli armamenti, Mao non esitò a schierarsi con gli USA contro l’URSS, non appena ne ebbe l’occasione grazie alla politica di apertura voluta dal Presidente Nixon e portata avanti, dal 1971, dal Segretario di Stato Kissinger.

Oggi la Cina è molto diversa e, pur avendo mantenuto il regime comunista, ha coltivato un rapporto privilegiato con gli USA. Un rapporto ch’è stato incrinato al tempo dell’Amministrazione Trump, soprattuto per il fatto che gli USA si son resi conto di aver nutrito una potenza estera la cui effervescente irruenza economica avrebbe finito per superarli e forse travolgerli.

Tuttavia, pur negli anni caratterizzati da un forte legame con gli USA (dall’era di Deng Xiaoping fino alla prima metà degli anni Dieci del nuovo secolo), la Cina è rimasta dipendente dalla Russia per i suoi armamenti.

Ma in questo ultimo periodo tale scenario è drasticamente cambiato. La Cina ha sviluppato un poderoso mercato interno e ultimamente, pur mantenendo stretti legami militari con la Russia, si è resa indipendente anche sul piano della produzione degli armamenti – oltre che sul piano dell’esplorazione spaziale, che costituisce il nuovo terreno sul quale si dispiegheranno gli scontri tra le superpotenze.

In queste condizioni, checché ne dicano alcuni analisti, la Cina ha acquisito una libertà di azione sul piano strategico e geopolitico che mai ha avuto in passato.

Sulle prime ha teso a mantenersi neutrale nel conflitto Russo-Ucraino, magari coltivando anche la speranza che questo potesse facilitarle il desiderio di riannettersi Taiwan, così togliendosi la spina nel fianco dello Stato insulare che, ora apertamente schierato con gli USA, costituisce il principale presidio tra Mar cinese Orientale e Mar cinese Meridionale. Ma tra la fine di Aprile e l’inizio di Maggio 2022 sono comparsi indizi che mostrano un possibile, più deciso distacco dalla Russia.

Bisogna tenere conto che la Cina ha mostrato di far tesoro di quelli che ai suoi occhi apparivano errori della Russia. Per dire: pur abbracciando progressivamente l’economia capitalista dopo la morte di Mao, non ha mai denunciate le turpitudini commesse da quest’ultimo, invece sul piano della propaganda ha mantenuto l’idea della continuità col maoismo – a differenza di quanto avvenne in Russia nel 1956 col XX Congresso del Partito comunista che denunciò i crimini staliniani; pur sentendo, in particolare dal primo decennio del nuovo millennio, la necessità di una “glasnost” per contenere la diffusa corruzione, non ha mai scalfito la coesione interna del Partito dominante; pur mantenendosi rigidamente comunista sul piano ideologico, non ha esitato a far riemergere il pensiero classico confuciano al fine di contenere le bramosie di ricchezza diffusesi nelle élite e nella popolazione a seguito dei successi ottenuti con l’economia capitalista.

C’è da aspettarsi che dal fallimento dell’avventura russa in Ucraina, la Cina apprenda che forse non è il caso di insistere troppo sull’idea di invadere militarmente Taiwan, per limitarsi invece a un lavorio politico di lungo termine.

Variazioni orientali

Ora, sul piano geopolitico, l’allineamento sinora mantenuto dalla Cina con la Russia sta incrinandosi. Lo mostrano diversi indizi.

Per esempio, Dji Technology, importante produttore cinese di droni usati anche per scopi militari, ha annunciato a fine Aprile che avrebbe sospeso le proprie operazioni commerciali, sia in Russia, sia in Ucraina: ma chi più risente di questa decisione è la Russia che, a differenza dell’Ucraina, non gode dei supporti tecnici statunitensi ed europei.

Il 18 Marzo i due Presidenti, statunitense e cinese, hanno intrattenuto un lungo dialogo dal quale è emersa una comune volontà di recuperare i buoni rapporti. E qui si configura un passaggio fondamentale, che può mutare gli allineamenti internazionali emersi quando Trump stava alla Casa Bianca.

Perché per gli USA è importante che la Cina non sostenga Putin, e per la Cina è importante che la guerra russo-ucraina non interrompa la logica che muove One Belt One Road. Questa, ricordiamo, è la più vasta operazione commerciale mai vista sulla faccia della Terra, ed è stata messa in moto dalla Cina per favorire la propria espansione economica e i propri investimenti in aree che vanno dal Sud-Est asiatico all’Africa e che vede nell’Eurasia il suo snodo centrale. Qui infatti, nel mezzo della “massa continentale”, tra l’altro passano i treni che collegano la Cina all’Europa e grazie al transito dei quali, da una quindicina di anni si stanno sviluppando ampie zone della Cina centrale e occidentale, in precedenza penalizzate dal fatto di trovarsi lontane dalle coste e dai porti marittimi. Il commercio per ferrovia infatti permette di sviluppare non solo i terminali delle rotte, ma tutti i centri toccati dai convogli nel corso dei loro tragitti. La guerra in Ucraina costituisce un grosso ostacolo per questa iniziativa cinese.

Per tutto questo, dopo il dialogo di Marzo tra Biden e Xi, pian piano le cose hanno cominciato a cambiare in Cina, e tra Cina e Russia.

Se nelle prime settimane dell’invasione russa, i sorvoli-provocazione di aerei militari cinesi nello spazio aereo taiwanese sono continuati a ritmi sostenuti, come era diventato usuale dall’Ottobre 2021, nelle ultime settimane, da Aprile 2022, tali operazioni provocatorie sono rallentate. E da parte sua Taiwan più recentemente, a inizio Maggio, ha fatto sapere che non acquisterà elicotteri anti sommergibile statunitensi: perché “non se li può permettere”, costano troppo.

Sono indizi che mostrano come potrebbe configurarsi un raffreddamento delle tensioni tra Cina e USA su Taiwan, ch’è uno dei più critici punti dolenti tra le due superpotenze.

Insomma, si direbbe che la Cina ormai dia per scontato che la Russia sull’Ucraina ha perso: non solo l’avventura militare, ma ha perso la faccia di fronte al mondo. Per cui le conviene piuttosto cercare di ripianare le tensioni emerse con gli USA quando Trump era Presidente.

Tanto più che ormai la Cina non dipende più dalla Russia per i propri armamenti. Ha le sue tre prime portaerei che, per quanto all’origine di derivazione russa, nei due più recenti esemplari sono interamente cinesi: beninteso, nulla a che vedere con l’ineguagliabile flotta di super portaerei americane, ma sono il nocciolo di una Marina militare capace non solo di dominare nei mari vicini, ma anche di compiere proiezioni intercontinentali. E col cacciabombardiere J-20 la Cina dispone anche in campo aeronautico di un mezzo che sembrerebbe poter reggere il confronto con gli F-35 americani (mentre dell’equivalente russo, lo Su-35, poco s’è visto nel corso del conflitto in Ucraina, a parte il fatto che un esemplare sembra essere stato abbattuto nei pressi di Kiev).

E sul piano geopolitico la Cina ha trovato il modo di dialogare con l’India, così riducendo il rischio di sentirsi accerchiata da Paesi potenzialmente ostili in Asia.

Nel complesso per quanto attiene ai rapporti economici sta emergendo così un nuovo dialogo tra Cina e mondo occidentale. Non è detto che duri, e c’è chi scommette su un venturo scontro tra USA e Cina: è in quest’ottica che da qualche tempo si parla di espansione della NATO nel Pacifico. Ma per il momento conviene, sia alla Cina, sia agli USA, attendere che si consumi lo spettacolo gladiatorio inscenato in Ucraina.

2-0 per gli USA

Ecco dunque che, sul piano dei rapporti tra superpotenze, nella triangolazione tra USA, Cina e Russia, la bilancia ha preso a pendere a favore dei primi due, che per ora trovano conveniente riavvicinarsi, mentre la Russia si sta isolando.

Hanno perso tante guerre, gli Stati Uniti, in questi ultimi decenni. Ma di fronte alla Russia pare che ancora si mostrino capaci di vincere e non avranno problemi a intendersi con la Cina per raggiungere tale scopo.

Poi, in un secondo momento, per la Cina la questione sarà di riuscire a trovare la propria collocazione in un mondo in cui le sue responsabilità saranno molto maggiori di quanto siano state sinora. La questione sarà, se saprà evitare di cacciarsi in avventure belliche insensate in Asia, e se saprà evitare di impegolarsi nei problemi derivanti dall’essere dominata da un dittatore, com’è divenuto Putin per la Russia: perché Xi è stato messo al potere anche per ridurre la corruzione dilagante nel Partito comunista cinese, ma se insisterà nel rimanervi, potrebbe a sua volta putinizzarsi.

E resta il problema dell’Europa

Uno degli obiettivi impliciti per gli USA nell’attuale assetto strategico internazionale, era di recuperare il loro predominio sull’Europa: predominio che minacciava di essere vanificato dallo sfilacciarsi della NATO e dall’uscita della Gran Bretagna dalla UE.

Ma ora grazie (si fa per dire) alla guerra in Ucraina, la UE è tornata a essere un’appendice degli USA e la NATO è più arzilla che mai. Anche questo è un grande (si fa per dire) risultato ottenuto dalla Russia di Putin con la guerra in Ucraina. Un vero peccato, perché Putin era stato in grado di ridare dignità sul piano internazionale a una Russia che con Eltsin era stata messa in ginocchio: avrebbe fatto meglio a ritirarsi quando era ancora visto come il salvatore della Patria. Ora corre il rischio di essere ricordato come l’affossatore della superpotenza russa e, inoltre, come il complice nell’allontanamento del sogno dell’unità europea.

Ma questa è un’altra questione: L’Europa di oggi, con tutto il carico della sua storia e della sua cultura, ricorda vagamente l’antica Grecia, ricca di ingegno e di arte, di creatività e di pensiero, ma incapace di trovare l’unità necessaria per resistere con solidità, efficacia e in modo duraturo alla variegata competizione esterna.

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