di Galliano Maria Speri

Il mito della verde Irlanda, popolato da devoti simpaticoni che bevono birra a tutto spiano ascoltando musiche tradizionali, è tramontato per sempre. “L’isola di smeraldo” è ormai un Paese che punta più su una finanza molto aggressiva che sugli allevamenti di bovini. Ma in pochi si rendono conto che le vecchie ferite delle lotte interconfessionali non si sono veramente rimarginate e che una Brexit senza accordi potrebbe riaccendere il fuoco della guerra civile nell’Irlanda del Nord.

Dublino è la capitale di quello che possiamo definire un vero e proprio paradiso fiscale, che ha saputo attrarre multinazionali e investimenti, tanto da svilupparsi vertiginosamente e raggiungere standard di vita impensabili soltanto pochi decenni fa. L’attuale profilo urbano di Dublino è caratterizzato da una selva di gru che edificano senza posa nuovi quartieri direzionali e imponenti grattacieli, in contrasto stridente con le file di modeste casette grigie, con piccolo giardino sul retro, che sono il tessuto connettivo della periferia.

Un po’ di storia

L’identità irlandese è definita dalla lotta atavica contro gli invasori inglesi, che l’hanno dominata e sfruttata per secoli, e dall’emigrazione a cui la povertà endemica condannava la popolazione. Lo Stato libero d’Irlanda nasce nel 1922, dopo un feroce scontro con l’impero britannico che sfocerà poi in una guerra civile, e ha lo status di Dominion all’interno del Commonwealth. Soltanto nell’aprile del 1949 diventa Repubblica d’Irlanda (Eire, in gaelico) recidendo anche qualunque legame formale con l’ex potenza coloniale. Le sei contee del nord, a maggioranza protestante, sono invece rimaste parte integrante del Regno Unito e sono denominate Irlanda del Nord oppure Ulster.

C’è però un evento drammatico che, a distanza di oltre un secolo e mezzo, continua a rinfocolare il sentimento anti inglese ed è la Grande carestia che colpì l’Irlanda a metà dell’Ottocento. Agli irlandesi non era consentito di acquistare terre, né di accedere all’istruzione superiore per cui la schiacciante maggioranza lavorava nell’agricoltura come bracciante dei proprietari inglesi. Tra il 1845 e il 1849 l’intero raccolto delle patate, l’unico cibo che gli irlandesi potevano permettersi, venne distrutto da un agente patogeno denominato Phytosphora infestans e le conseguenze furono tragiche. Un milione di persone morì di fame e di stenti e circa due milioni furono costrette ad emigrare, soprattutto  verso gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Il governo britannico scelse deliberatamente di non intervenire perché riteneva la carestia un fattore naturale di riequilibrio demografico. Anzi, rifiutò di rimuovere i dazi sul grano con cui i grandi proprietari britannici si difendevano dall’importazione del più economico grano americano. Per avere un’idea tangibile di quel dramma, basta ricordare che la popolazione irlandese è oggi 6,6 milioni (4,8 nell’Eire e 1,85 nell’Ulster), molto meno degli 8 milioni risultanti dal censimento del 1841. In quegli anni, l’Italia aveva circa 20 milioni di abitanti, oggi triplicati a 60 milioni.

Un gruppo di immigrati irlandesi arriva ad Ellis Island, il punto di accesso negli Stati Uniti, all’inizio del ‘900. Negli USA vivono oggi circa 35 milioni di cittadini di origine irlandese, il 10% della popolazione.

La conquista dell’indipendenza non ha però comportato automaticamente il miglioramento delle condizioni economiche e, alla sua nascita, la Repubblica d’Irlanda è un Paese arretrato e povero. Negli anni Cinquanta circa mezzo milione di persone, nella quasi totalità giovani, è emigrato. Considerando che allora gli irlandesi erano circa 3 milioni, si tratta del 16% della popolazione. In quel periodo l’Irlanda era l’unico Paese in Europa che vedeva diminuire la propria popolazione insieme alla Germania dell’Est, mentre tutti gli altri godevano di una rigogliosa crescita demografica. Una forte ripresa dell’emigrazione, anche se molto più qualificata rispetto agli anni ’50, si ebbe negli anni ’80, a causa della crisi economica, per poi stabilizzarsi negli anni successivi.

Nell’ultimo decennio del secolo scorso l’Irlanda ha avuto uno sviluppo tumultuoso, in cui la speculazione finanziaria e immobiliare ha svolto un ruolo di primo piano, insieme agli investimenti degli emigrati (soprattutto negli Stati Uniti). Il Paese è stato modernizzato e, nonostante lo sbilanciamento verso il settore finanziario, ha cominciato a godere di una prosperità mai conosciuta in passato. La crisi finanziaria del 2008, innescata dallo scoppio della bolla speculativa negli Stati Uniti, ha rappresentato un brusco risveglio e ha portato l’Irlanda quasi sull’orlo della bancarotta, costringendo il governo ad interventi massicci nel settore bancario che è stato ampiamente ristrutturato. La Bank of Ireland, il colosso nazionale che dominava la finanza e aveva dei bilanci che superavano di diverse volte il PIL irlandese, ha visto il suo titolo crollare ed è stata di fatto nazionalizzata. L’economia irlandese è riuscita però  a superare la crisi finanziaria ed è tornata da qualche anno a crescere vigorosamente, grazie anche ad una politica fiscale molto generosa con le multinazionali che stabiliscono la loro sede nel Paese. Possiamo criticare lo scarso spirito europeista della decisione, ma ciò ha comportato l’afflusso di una grande liquidità che ha stimolato la crescita economica.

I terribili anni dei “Troubles”

La situazione nell’Irlanda del Nord, parte integrante del Regno Unito, è stata invece molto diversa, soprattutto per le tensioni crescenti tra la maggioranza protestante, che vedeva nel legame con Londra la garanzia della propria sopravvivenza, e la minoranza cattolica, allora circa il 40% della popolazione, che invece aspirava a una riunificazione con la Repubblica d’Irlanda. I cattolici erano fortemente discriminati nel lavoro, nella ricerca delle abitazioni, nella vita sociale ed erano considerati cittadini di serie B, vessati sia dai protestanti che dalle forze locali di polizia, schierate esplicitamente con i lealisti verso la corona britannica. A partire dagli anni ’60, ci sono stati scontri crescenti tra le due comunità, che si sono anche allargati al Regno Unito e all’Irlanda, e questo ha contribuito a far nascere milizie paramilitari repubblicane, principalmente l’Irish Republican Army  (IRA), e unioniste, Ulster Volunteer Force (UVF) e Ulster Freedom Fighter (UFF).

Una marcia di paramilitari lealisti nel 1974, contrari agli accordi di Sunningdale, che prevedevano la costituzione di un organismo regionale in cui protestanti e cattolici dell’Ulster avrebbero condiviso il potere.

Nel 1969, la gravità degli scontri interconfessionali, troppo capillare per essere affrontata soltanto dalla polizia locale, aveva reso necessario l’invio dell’esercito britannico nell’Irlanda del Nord, nominalmente con funzioni di interposizione ma più interessato a proteggere gli interessi protestanti che i diritti dei cattolici. L’esempio più lampante è rappresentato dal brutale intervento del Reggimento paracadutisti britannico che domenica 30 gennaio 1972 aprì il fuoco con armi da guerra contro una marcia pacifica per i diritti civili nell’area cattolica di Bogside a Derry. Vennero uccise tredici persone, quasi tutte giovanissime, e quindici rimasero ferite. L’episodio, una pagina infamante nella storia dell’esercito britannico, è tragicamente ricordato come la Domenica di sangue, a cui John Lennon dedicò la canzone Sunday Bloody Sunday. Nel marzo del 2019, a 47 anni dalla strage, l’ufficio del Pubblico ministero dell’Irlanda del Nord ha comunicato che c’erano prove sufficienti per incriminare un paracadutista –indicato soltanto come Soldato F- per l’assassinio di James Wray e William McKinney.

Gli attentati e gli scontri tra le varie milizie contrapposte hanno mietuto vittime principalmente tra la popolazione civile. Ci furono episodi orribili, come le case date alle fiamme con gli abitanti arsi vivi o le canne dei mitra infilate nelle finestre a piano terra per far strage dei commensali riuniti per il pranzo domenicale. Le vittime furono oltre 3.500, soprattutto civili estranei alle milizie paramilitari, e si calcola che i feriti furono dieci volte tanto. La carneficina, una vera e propria guerra dei trent’anni, terminò il 10 aprile 1998 quando, grazie alla mediazione del Primo ministro britannico Tony Blair (e a quella della potente e ricca lobby irlandese negli USA), il governo britannico, quello irlandese e la maggior parte dei gruppi cattolici e protestanti dell’Irlanda del Nord firmarono un accordo sul governo congiunto della regione, denominato accordo del Venerdì Santo. Quel trentennio insanguinato è stato definito, con cinico understatement britannico, visto il pesante tributo in vite umane, il periodo dei Troubles, i disordini.

Il reverendo Ian Paisley (a sinistra), capo storico dei protestanti e Martin McGuinness, esponente dei repubblicani cattolici, posano come Primo ministro e vice Primo ministro dell’Irlanda del Nord, dopo gli accordi di pace dell’aprile 1998.

Potrebbe saltare l’accordo del Venerdì Santo?

Molte cose sono cambiate dal 1998. La Repubblica d’Irlanda ha raggiunto un invidiabile livello di benessere, mentre l’economia dell’Ulster rimane debole ed è puntellata da sostanziosi sussidi britannici. Inoltre, uno dei punti di forza dell’economia nordirlandese, la cantieristica, ha subito un durissimo colpo dalla globalizzazione e dalla concorrenza dei più economici cantieri orientali. L’agricoltura gode invece di buona salute e, soprattutto negli ultimi anni, si è consolidata una intensa serie di scambi commerciali con l’Irlanda che rappresentano una parte non indifferente dell’economia del Nord che, in ogni caso, rimane dipendente da quella britannica.

La pace riconquistata ha avuto un notevole impatto sociale e oggi i cattolici rappresentano circa la metà della popolazione che, grazie alla comune appartenenza all’Unione Europea, può muoversi liberamente tra sud e nord, per investire e lavorare senza restrizioni particolari. Avendo un’economia meno sviluppata, i prezzi dell’Ulster sono più bassi di quelli irlandesi ed è abbastanza comune per le popolazioni frontaliere andare a far spesa nel Nord. Dublino e Belfast, la capitale del Nord, sono separate da un’ora di autostrada e molti abitanti della capitale irlandese hanno il dentista a Belfast, con prezzi molto più convenienti. Andando in auto ci si accorge di essere in Ulster soltanto perché si nota la differenza dei segnali stradali, il confine non è segnato in alcun modo. La debolezza economica del Nord è indicata anche dal fatto che circa il 30% della forza lavoro è occupata in strutture statali (è meno del 20% nel resto del Regno Unito o in Irlanda) e c’è una notevole differenza tra le tasse incassate nel Nord e le spese (nel 2012 il divario era di 9 miliardi di sterline) che devono essere coperte dal governo di Londra.

La situazione ha subìto una brusca svolta nel 2016, quando il Regno Unito ha votato l’uscita dall’Unione Europea. La maggioranza dei cittadini dell’Ulster si era però espressa per rimanere e questo apre un problema molto spinoso, perché l’Ulster si trova a dover decidere tra la rinuncia ai grandi vantaggi economici di una proficua cooperazione con l’Irlanda in favore di una lealtà verso il Regno Unito che potrebbe avere non soltanto costi molto salati, ma rischia di riaprire le vecchie ferite della guerra civile. Anche se oggi rappresentano quasi la metà della popolazione, i cattolici del Nord sono divisi su una ipotetica riunificazione con la Repubblica d’Irlanda. Circa il 20% preferirebbe restare nel Regno Unito, il 35% è favorevole alla riunificazione, ma solo tra vent’anni, mentre soltanto il 7% vuole un’unificazione immediata. Al momento di scrivere quest’articolo non è ancora chiaro se la cosiddetta Brexit sarà negoziata o si andrà a un’uscita senza alcun accordo, ma se dovesse rinascere un confine rigido tra Ulster e Irlanda, si potrebbero riaccendere le tensioni interconfessionali e i cattolici del Nord sarebbero portati a privilegiare la richiesta di adesione alla Repubblica, sviluppo inaccettabile per i lealisti protestanti.

I muri mai abbattuti dell’Irlanda del Nord

Il prossimo novembre verrà ricordato il trentennale della caduta del muro più famoso d’Europa, il Muro di Berlino. Ma non possiamo dimenticare che nella pacifica e civilissima Europa non tutti i muri sono caduti. A Belfast, durante i Troubles le comunità cattolica e protestate si erano arroccate nei rispettivi quartieri, protetti da mura altissime (bisognava evitare che venissero lanciate bottiglie incendiarie dall’altra parte) che raggiungevano spesso i 15 metri. I pesanti cancelli che consentivano l’accesso alle due aree erano sorvegliati dalla polizia che controllava tutti quelli che entravano e uscivano. I muri erano ravvivati da murales che, nell’area cattolica, inneggiavano ai militanti dell’IRA e ai vari movimenti rivoluzionari mondiali, mentre nelle zone lealiste, rappresentavano i combattenti delle milizie protestanti e raffiguravano enormi bandiere britanniche, simbolo dell’unione con Londra. Quei murales sono ancora lì, i muri si ergono ancora come potentissimo simbolo di divisione  a separare le aree cattoliche e quelle protestanti. Nelle zone lealiste ogni casa sventola orgogliosamente l’Union Jack, mentre nei quartieri cattolici non ho visto una sola bandiera britannica. I lugubri e pesanti cancelli sono rimasti al loro posto e, horribile dictu, sono ancora chiusi ogni sera e riaperti ogni mattina dalla polizia, oltre vent’anni dopo la firma dell’accordo di pace.

Il muro che separa i quartieri protestanti da quelli cattolici a Belfast. È una tragica ironia che queste enormi barriere vengano definite Peace lines, barriere della pace

Se una Brexit senza accordo non permetterà di negoziare la definizione di un confine “morbido” tra le due Irlande e quindi l’Ulster si troverà trasformato in zona extra-comunitaria, ci saranno immediatamente grossi problemi economici dovuti alla riesumazione di una dogana alla frontiera e alla probabile imposizione di dazi. A fine luglio scorso ho visto una dimostrazione di attivisti lealisti che protestavano di fronte al Comune di Belfast contro il divieto di esporre l’Union Jack sugli edifici pubblici dell’Irlanda del Nord. Non sono rimasto molto impressionato dallo sventolio delle grandi bandiere britanniche, ma mi ha fatto rabbrividire lo slogan che campeggiava su un grosso striscione: We will never surrender (Non ci arrenderemo mai). Questo era il grido di battaglia delle milizie protestanti che, insieme alla loro controparte cattolica, hanno insanguinato per decenni le strade dell’Ulster ed evoca un lugubre presagio per il futuro.

 

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