di Leonardo Servadio

Gli incidenti di Charlottesville, avvenuti il 12 agosto 2017 si sono profilati come uno spartiacque per la presidenza Trump. Potrebbero essere l’inizio della sua fine, almeno come la sua presidenza s’è profilata nei suoi primi 200 giorni. Ripercorriamo gli eventi e cerchiamo di comprenderne il senso.

Nella cittadina della Virginia, il 12 agosto si sono raccolti esponenti dell’ultra destra razzista per protestare contro la decisione di abbattere la statua del generale sudista Robert Lee. Convocazioni e appelli diffusi sui social dello schieramento della “destra alternativa” (non è chiaro alternativa a che cosa), e speculare battage sui social di opposta sponda. Un secolo e mezzo dopo la conclusione della guerra civile americana, l’abbattimento di una statua accende la miccia dello scontro: non come contesa accademica sul simbolo storico, ma come espressione delle tensioni attuali. Un giovane razzista bianco (la manifestazione includeva esponenti del Ku Klux Klan e c’era chi, tra le bandiere sudiste, sventolava svastiche naziste) ha investito con la propria auto i partecipanti alla contro-manifestazione organizzata da esponenti della sinistra. Una donna è stata uccisa, molti altri sono stati feriti. (E due agenti delle forze dell’ordine sono morti nella caduta dell’elicottero dal quale stavano sorvegliando gli eventi).

Avvezzo com’è a manifestarsi con la sua sgraziata e irruente noncuranza morale da bullo, Trump ha espresso via twitter equanime riprovazione di entrambi i gruppi di dimostranti, da lui considerati sullo stesso piano: tralasciando che contro il razzismo e il nazismo il suo Paese ha combattuto la seconda guerra mondiale.

A questo punto l’establishment americano ha dato segni di voler trovare quell’unitarietà che gli mancava, e ha cominciato a riorganizzarsi, dopo lo schiaffo subito proprio con l’elezione di Trump.

Ora i nazionalisti, i complottisti, i dietrologi di tutto il mondo, che hanno trovato in Trump il campione della rivolta anti establishment fondata sul ritorno a quel nazionalismo che dopo la seconda guerra mondiale è stato a lungo esorcizzato (“America First” è lo slogan che ha contraddistinto la sua campagna elettorale e il grido portante della sua demagogia), corrono il rischio di restare orfani del loro campione.

Qui è in gioco tutto il complesso intreccio di passioni, interessi, progetti, che compongono la politica globale. Perché, piaccia o non piaccia, il mondo è divenuto piccolo e strettamente interconnesso e i fenomeni maggiori si dibattono sulla scena internazionale, anche se sono nazionali. Quanto accadrà di Trump e attorno a Trump non riguarda solo gli USA, ma risulterà rilevante sul piano globale.

Come potrà rivolgersi questa matassa?

L’impeachment

La procedura di impeachment è stata resa nota dal caso di Richard Nixon, con lo scandalo che prese il nome di Watergate (spionaggio elettorale compiuto nell’hotel Watergate a Washington nell’ambito della campagna elettorale del 1972) e si risolse nel suo allontanato dalla presidenza statunitense nel 1974. Fu tentato ancora contro il presidente Bill Clinton nel 1998 (perché questi mentì riguardo a una sua relazione extrafamiliare) ma senza successo.

Giovedì 17 agosto il congressista Steve Cohen (democratico del Tennessee) ha annunciato che avrebbe introdotto nel Congresso una proposta di impeachment verso Trump perché questi “Invece di condannare con chiarezza le odiose azioni di neonazisti, nazionalisti bianchi e membri del Klan dopo una tragedia nazionale, ha detto ‘c’erano persone molto per bene da entrambe le parti‘”. Cohen ha sostenuto che Trump “manca della dirittura etica e morale per essere presidente degli Stati Uniti”. Qualche giorno dopo altri congressisti hanno introdotto una mozione di censura verso il Presidente, fondata su argomenti simili.

Già da tempo i media contrari a Trump parlano di impeachment in relazione ai sostegni ricevuti durante la campagna elettorale da notizie false che si presumono diramate via social dietro ordini di Mosca (che peraltro ne propugnò la campagna molto apertamente). La stessa Hillary Clinton in uno dei dibattiti elettorali televisivi con Trump lo accusò di essere “un fantoccio russo” senza peraltro sollevare alcuna protesta di quest’ultimo, che effettivamente, s’è visto più recentemente, aveva indirettamente (quanto inutilmente) intrattenuto rapporti con Mosca per cercare elementi compromettenti contro la Clinton. La stessa Amministrazione Trump ha incaricato uno “special prosecutor”, Robert Mueller, per indagare sui fatti relativi al “Russiagate”, l’opera è in corso e si prevede lunga.

Ma l’ondata di critiche sollevatasi dopo i fatti di Charlottesville ha una carica esplosiva ben maggiore del Russiagate. Di entrambi questi casi, si può dire che siano eventi sfruttati dai nemici di Trump, in modo strumentale. Ma entrambi i casi si fondano su fatti reali.

Al di là dei quali, si pone sempre più forte il quesito: se la permanenza di Trump alla Casa Bianca non rappresenti un rischio che richieda un urgente intervento atto a correggerlo.

Il fatto che i vertici militari statunitensi abbiano apertamente criticato le azioni razziste avvenute a Charlottesville costituisce un’assai inconsueta intromissione nelle faccende politiche.

Pochi giorni dopo gli eventi, il comandante delle Operazioni navali, Amm. John Richardson ha twittato: “Gli eventi di Charlottesville sono inaccettabili e non devono essere tollerati. La US Navy sempre resiste all’intolleranza e all’odio”. L’82º Paracadutisti ha emesso ufficialmente questo messaggio: “I nostri predecessori sono andati in Europa per sconfiggere il nazismo. Sappiamo chi siamo. Conosciamo il nostro dovere”. Il Comandante dei Marines, Gen. Robert Neller, ha scritto: “Non c’è spazio per l’odio razzista né per l’estremismo nel Corpo dei Marines. Onore, Coraggio e Impegno sono i valori che definiscono il modo in cui essi vivono e agiscono”. Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Gen. Mark A. Milley ha dichiarato: “L’Esercito non tollera il razzismo, l’estremismo né l’odio tra le sue file. È contro i nostri Valori e contro tutto ciò che sosteniamo dal 1775”. Il Capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, Gen. Dave Goldfein, ha detto: “Mi associo ai miei colleghi comandanti nel servizio militare, nell’affermare che noi siamo sempre più forti uniti – questo è quel che siamo quali Forze Aeree”. Il Capo della Guardia Nazionale Gen. Joseph Lengyel, si è unito nel condannare “ il razzismo, l’estremismo e l’odio. La nostra forza sta nella nostra diversità”. Queste dichiarazioni, diramate dopo che Trump aveva emesso i suoi twitter dove metteva sullo stesso piano nazisti razzisti e loro oppositori, hanno assunto evidentemente il tono di una polemica presa di distanza rispetto al Presidente.

Sembra chiaro che l’inconsueto gesto dei vertici militari esprima una più ampia preoccupazione riguardo alla condotta di Trump. Già nell’ottobre 2016 un gruppo di ex alti ufficiali del comando preposto alle armi nucleari aveva firmato una lettera aperta per avvertire che sarebbe stato troppo pericoloso consentire a Trump il controllo di questi strumenti bellici.

Dopo i fatti di Charlottesville tra gli stessi consiglieri di Trump, dimessisi in massa, ha cominciato a circolare la parola d’ordine “Resistere”: resistere alla degenerazione morale rappresentata dal riemergere dell’afflato razzista nazista.

L’establishment

Una digressione. Che cos’è l’establishment? Sarebbe l’insieme delle istituzioni che partecipano al governo del paese, con le tante altre forze (mass media, poteri economici, grandi corporation, think tank, ecc.) che contribuiscono al vasto dialogo attraverso il quale – tra disaccordi e tensioni – prendono forma le politiche via via adottate da un paese.

Ma c’è una specificazione: dai primi anni ’80, negli Stati Uniti e di riflesso nel mondo si è imposta una ideologia che ha dominato l’establishment, ovunque nel mondo occidentale.

Si è trattato di una vera e propria ideologia, anche se pochi l’hanno denunciata per tale: il neoliberismo. Milton Friedman ne è stato il profeta e principale attivista e propagandista. Margareth Thatcher e Donald Reagan ne sono stati i principali attuatori sul piano politico.

Con tale ideologia, lo Stato è ridotto a un contenitore privo di capacità di esprimere l’interesse generale della popolazione, bensì solamente votato a garantire la sovrana libertà delle forze del mercato di agire il più indisturbate possibile dai rumori di fondo dovuti ai disagi cui le persone possono essere sottomesse a seguito dell’incedere dei poteri economici che interagiscono nel libero mercato. Lo Stato, sull’onda del movimento scatenato da Milton Friedmann, è diventato sostenitore e garante di questi “poteri forti” contro i “poteri deboli”. In pratica, grazie all’ideologia neoliberale, la funzione dello Stato è stata sovvertita: dalla tendenza a compiere la giustizia, alla tendenza a permettere ai ricchi di divenire sempre più ricchi pur anche a costo di crisi ricorrenti, tragedie umane, sconti bellici, disastri quali le varie riedizioni della crisi del ’29 che si sono presentate dai primi anni ’80 e con forza poderosissima dal 2007 in poi.

Crollata l’ideologia comunista col Muro nel 1989, s’era diffusa l’idea che il mondo ideologico fosse scomparso. Invece si era semplicemente affermata la nuova ideologia, tanto corrosiva della dignità umana quanto quella comunista o statalista, sbandierata con lo lo slogan “liberi di scegliere”.

Naomi Klein ha descritto con dettaglio l’emergere di tale nuova ideologia nel suo “The shock docrtine”, in cui analizza proprio come le forze statali sono divenute vassalli delle poderose forze operanti nel mercato, accantonando ogni valore non economicamente definibile e ipso facto cancellando il concetto di pari dignità umana.

Dal 1989 le forze dell’intelligence statunitense, in precedenza impegnate a combattere il comunismo, hanno fatto del sostegno agli interessi di corporation e banche americane il loro obiettivo fondamentale.

Questo è diventato l’establishment americano: una congerie di personaggi di potere tutti mossi da un’unica visione ideologica del mondo. Ma l’establishment non è monolitico e non è sempre uguale a se stesso: è composto da esseri umani e questi hanno la loro cultura, le loro idee, e sono almeno potenzialmente portatori di un afflato di giustizia, quanto qualunque essere umano. I Kennedy erano parte integrante dell’establishment americano, come lo era Mc Govern e tanti altri che negli anni ’60 e ’70 né punto né poco compartivano il neoliberismo maturato come forza ideologica dirompente con Reagan e Thatcher.

Una serie di giuristi, tra i quali spicca per acume Lawrence Lessig, docente a Harvard, hanno registrato e denunciato tale situazione con particolare forza dal tempo dell’emergere della crisi del 2007. E han preso a proporre che le persone si organizzino contro l’establishment, in questo incontrando i favori del movimento no-global già da tempo in azione.

L’idea loro era che le capacità autoorganizzative sociali, le forze giovani, sia che fossero di sinistra, sia che fossero di destra, gli aspiranti socialisti o il movimento estremista sorto in seno al partito repubblicano, il Tea Party, avrebbero di fatto collaborato contro l’establishment.

Ma il problema è che questa posizione si fonda sull’idea che l’establishment sia una specie di congegno istituzionale, da cui consegue l’idea che esso vada smontato, sic et simpliciter: manca della comprensione che sempre e comunque ogni gruppo organizzato è diretto da qualcosa che assomiglia a un establishment e quindi questo si può cambiare ma non cancellare, e che cambiarlo vuol dire anzitutto superare l’ideologia che lo contraddistingue. E questa è attualmente il neoliberismo.

L’antiestablishment

Le tendenze fondate sulla tensione anti establishment sono cresciute nel tempo e hanno raccolto espressioni di disagio le più diverse, sia in America, sia in Europa. L’antiestablishment è divenuto il collante delle variegate opposizioni al sistema. Ma il problema è stato che riducendosi, nel fervore dell’agone politico, ai giudizi espressi sui minimi termini, esteblishment nella vulgata è venuto a essere inteso come l’insieme dei politici, corrotti e incrostati nel potere. Ed è passato in secondo piano, o è stato del tutto dimenticato che l’essenza dell’establishment inteso come congrega dannosa per la società era costituita dall’ideologia del neoliberismo friedmanita.

E la congerie di forze che si sono ribellate a questo establishment, malgrado le ottimistiche aspettative espresse da Lessig – e da tanti altri, tra cui l’ineffabile Julian Asange, il grande svelatore di montagne di documenti segreti dei quali non si capisce chi glie li fornisca in tale quantità – si è espressa (accade spesso nella storia) per la parte destruens, e ha tralasciato la parte construens. Del resto la demagogia che le muove è per natura estranea a progetti propositivi.

Di fronte alla crisi, la reazione spontanea sembra essere quella del ricercare sicurezze note, del rinchiudersi in sé, del attribuire all’altro tutte le colpe e di aspirare a una purezza propria, nella ricerca di un’identità che sembra sfuggire. Così nel nome della rivolta contro tutto ciò che è apparso ed è stato denunciato come politica dominante, ecco che in Europa e in USA sono emersi i nuovi populismi, e come l’acqua segue il cammino più semplice mossa dalla forza di gravità, la demagogia dei propositori delle politiche antiestablishment s’è fatta portavoce delle paure verso “l’altro” che covava nei cuori spaventati delle genti. E in Europa e in USA sono rinati i nazionalismi, sui quali si sono poi appoggiati i movimenti razzisti e neonazisti.

I frutti evidenti di queste tendenze sono state il Brexit, il diffondersi di nuovi partiti anti-tutto quanto esiste oggi e desiderosi di sovvertire le istituzioni nate col secondo dopoguerra. Nazionalismo e localismo si sono diffusi in questi ultimi anni come non mai prima.

Per conseguenza la politica, sempre alla ricerca della via più semplice al consenso, s’è espressa in modo sempre più sfacciato incarnando e sostenendo e propalando egoismi sempre più generalizzati – di gruppo, di classe, di quartiere…

Qui ha agito Trump mettendo a frutto tutta la forza dello smisurato egocentrismo riassunto nello slogan “America First”: prima noi, e degli altri chissenefrega.

È sullo sfondo di questi sviluppi che i fatti di Cherlottesville, che di per sé potrebbero altrimenti essere considerati un piccolo fenomeno facilmente superabile, assumono rilevanza. Perché mostrano con chiarezza la direzione verso la quale può muoversi la tendenza peggiorativa di quel trumpismo innestatosi sull’ideologia dell’egoismo puro stabilitosi col neoliberismo alla Milton Friedman.

Certo Trump s’è mostrato anti establishment: anti sistema politico esistente. Ma il suo grido di battaglia è stato sempre “chiudiamoci in noi stessi, rifiutiamo il dialogo, America First”, gli altri crepino. La sua formazione di imprenditore è tutta incentrata su questa visione ideologica del mondo.

Per questo, la reazione dell’establishment contro Trump per i fatti di Charlottesville può essere vista come un semplice uso strumentale della scivolata ideologica del neofita della politica tutto preso del suo ruolo di capopopolo, oppure può intendersi come la giusta reazione contro il germe di una minaccia neonazionalista che può crescere a dismisura. E poiché la realtà non è mai bianca o nera, ma sempre grigiastra, la cosa più probabile è che sia una mistura tra le due ipotesi.

Tuttavia ora non interessa tanto quale sia la motivazione di chi s’è ribellato a Trump oggi nel nome della difesa dell’establishment. Interessa invece considerare che Trump è, contrariamente a quel che i movimenti di protesta han voluto immaginare, un’espressione del neoliberismo che vede lo Stato al servizio del singolo dotato di forza tale da imporsi sul mercato: ergo, lungi dall’essere anti establishment (con tale termine intendendo l’ideologia friedmaniana trionfante), Trump in realtà è la più pura espressione dell’establishment liberista.

Tutta la sua carriera imprenditoriale lo dimostra, dalla disinvoltura dei suoi ripetuti fallimenti (grazie ai quali ha cancellato debiti lasciando i propri creditori con un palmo di naso e un pugno di mosche e s’è giovato della capacità di utilizzare le istituzioni statali per fini propri), agli investimenti in casinò e altri luoghi di lusso e divertimento (ovvero quanto di meno etico lo scenario del mercato presenti come potenziale investimento), al comportamento arrogante e prepotente messo in campo a ogni pie’ sospinto sin dall’inizio della sua campagna elettorale. Preoccupante è che tanti abbiano visto in un personaggio così un potenziale salvatore, non della patria, ma dei loro stessi interessi personali che sentivano minacciati dagli immigrati, dai neri, dagli islamici e ora anche, come di consueto è stato nei vari pogrom succedutisi nella storia, dagli ebrei.

Sullo sfondo di tale scenario, la rivolta anti Trump dell’establishment va salutata con gioia.

La questione è che per essere vera rivolta anti Trump, va estesa anche al neoliberismo di cui Trump è oggi il massimo campione. Se l’establishemnt americano saprà recuperare i principi sui quali è sorto con la rivoluzione del 1775, cui alcuni degli esponenti militari han fatto cenno, questo potrebbe essere l’inizio di un cambiamento rilevante – tanto più che esso si rende necessario perché gli Stati Uniti neoliberisti non potranno reggere il confronto con la Cina produttiva e impegnata a costruire nuove istituzioni atte a finanziare la crescita economica dei paesi di quello che era il Terzo Mondo…

Lo scenario internazionale

Sul piano della politica-teatro, uno dei momenti che più ha scosso gli animi recentemente a livello internazionale è stato lo scontro di Trump con la Corea del Nord. Con schieramento di minacce reciproche: due bulli che si scornano tra loro. La Nordcorea minacciando di sparare missili balistici intercontinentali verso la base americana di Guam e avvisando che dispone di testate nucleari sufficientemente piccole per essere trasportate in gran numero da tali vettori sul territorio statunitense. Trump minacciando di scatenare un attacco preventivo. Come se stessero giocando a chi ce l’ha più lungo.

Per buona misura, al fine di ottenerne il sostegno, Trump ha anche minacciato rappresaglie economiche contro la Cina: col suo tipico modo di comportarsi, che è forse un buon sistema per condurre affari immobiliari o per muoversi nel mondo del gioco d’azzardo, ma non quel che ci si possa aspettare per mantenere una buona relazione tra superpotenze.

Il 17 agosto 2017 il Gen. Joseph Dunford, esponente del Joint Chiefs of Staff, ha incontrato a Pechino il Presidente cinese Xi Jinping, il quale ha indicato che a conseguenza di tale incontro i rapporti tra le forze militari statunitensi e cinesi si sono rafforzati. Evidentemente non solo in ambito interno, ma anche in politica internazionale, i vertici militari statunitensi si sono messi in moto per contrastare i disastri che la Presidenza Trump minaccia.

Nel frattempo s’è saputo che i missili balistici intercontinentali di cui miracolosamente la Nordcorea s’è dotata, provengono dall’Ucraina, paese dove sono rimaste decine di missili russi dall’epoca della guerra fredda e dove si producono tali ordigni. Non è chiaro se tali trasferimenti di tecnologia militare siano avvenuti con la complicità di Putin o a sua insaputa – e se vi sia o no uno zampino occidentale.

Com’è noto il caso ucraino è stata la ragione di una forte contesa tra USA e Russia negli anni recenti. E se nell’ambito della campagna elettorale Trump aveva promesso distensione verso la Russia, questa non s’è materializzata. Al contrario, le accresciute tensioni tra i due paesi nell’ambito del conflitto siriano hanno portato i due sul punto di una nuova rottura – probabilmente Putin s’è amaramente pentito di aver sostenuto Trump in campagna elettorale.

A livello internazionale un recente sondaggio condotto dal Pew research center in 36 paesi ha mostrato che perlopiù Trump è meno gradito di Putin. In Grecia il 50% appezza il presidente russo, solo il 19% apprezza Trump. Con minore differenza, ma una simile valutazione si registra tra i cittadini tedeschi (25 a 11), come anche tra quelli spagnoli, francesi, svedesi, italiani, e persino sudcoreani (27 a 17), che evidentemente non percepiscono in Trump un alleato capace di agire per il meglio nel potenziale conflitto con la Nordcorea. Gli Stati Uniti attuali sono percepiti come la principale minaccia da una media del 35% nei 36 Paesi in questione; Russia e Cina sono viste anch’esse come minacce, ma di entità minore. Certamente tali inchieste sono usualmente ben poco affidabili, ma ove i dati esprimono una divaricazione così forte, probabilmente qualcosa di vero dimostrano.

Nel frattempo non si registrano attività politiche sensate da parte di Trump: solo twitter più o meno propagandistici o minacciosi e un continuo rivolgimento di cariche nella sua Amministrazione. Dove sembra cominciato il fuggi fuggi. Prima si sono dimessi in massa i consiglieri economici da Trump reclutati tra leader di grandi corporation, poi quelli di ambito culturale. La sua reazione è stata simile a quella del bambino capriccioso: andatevene pure, o trovo qualcun altro, o faccio da solo…

L’aria da smobilitazione è stata percepita da Steve Bannon, il “chief strategist” di Trump, il grande comunicatore con la vocazione da estremista destrorso. Bannon ha telefonato il 15 agosto a Josef Kuttner, condirettore della rivista “di sinistra” American Prospect. Ha parlato di guerra commerciale con la Cina come di qualcosa di inevitabile: ha prospettato uno scenario di scontro con la superpotenza asiatica, secondo la logica del “mors tua vita mea”, così consona al cieco nazionalismo che ha sempre informato la cruenta storia delle guerre. Ma, al di là delle sue dichiarazioni, consone con la sua Weltanschauung e con quella di Trump, Bannon si è prospettato come colui che può far risorgere il Partito Repubblicano e si è mostrato come indipendente da Trump. In altri termini: ha dato chiari segni di voler posizionarsi per mantenersi in sella con un’eventuale futura Amministrazione post-impeachment. Ovviamente il giorno dopo è stato licenziato da Trump.

In caso di impeachment, Presidente diverrà l’attuale vice, Mike Pence. Liberista convinto, cristiano rinato (già cattolico, divenuto protestante), ammiratore di Donald Reagan, Pence sul piano delle dichiarazioni differisce poco da Trump. Ma nella politica internazionale si è mostrato più favorevole agli accordi che alla guerra commerciale: potrebbe essere uno spiraglio qualora le forze politiche americane si impegnassero a cambiare la politica di chiusura paranoide intrapresa da Trump.

Quando era governatore dell’Indiana, Pence attuò investimenti in infrastrutture: una politica che non rientra negli schemi del neoliberismo reaganiano di cui pure è portavoce. Certamente Pence è persona che agisce da politico e non da pirata pronto all’arrembaggio. In questo, egli comunque sarebbe un importante cambiamento rispetto a Trump.

Ma il vero cambiamento avverrà se l’establishment saprà ricondursi ai principi suoi propri, radicati nella rivoluzione del 1775 e nella tradizione della lotta antischiavista vinta da Lincoln novanta anni dopo. Se non riusciranno in questo, gli Stati Uniti sembrano destinati a decadere ben presto e a essere sostituiti dalla Cina quale principale potenza del mondo.

1 COMMENT

  1. Io sono residente di Charlottesville, VA Tutto questo è iniziato da Zyahna Bryant. È la Black Lives Matter student activist a Charlottesville HS.

    A 15 anni, lei ha messo un post su Change.org per rimuovere la statua. Poi ha avuto l’appoggio del Vice-Sindaco Wes Bellamy; una persona veramente schiffoso e repellente. Anche lui un BLM activist (non più pubblicamente). Leggi l’articolo scritto da uno studente dell’Università di Virginia su di lui …

    http://www.cavalierdaily.com/article/2016/11/wes-bellamy-charlottesville-twitter

    Quando Timothy Longo era Capo della Polizia questa non poteva succedere. Ora c’è un nuovo capo … della sinistra. Ora che qui in Virginia abbiamo quello che molti consisterebbe un marxista come Governatore e TUTTO il City Council (Consilio Communale?), della sinistra, era possibile di fare questa operazione “false flag.”

    Era tutto fabbricato. Se credi diversamente, sei veramente mal’ informato,(…..)

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