di Leonardo Servadio

Gli eventi che hanno dato luogo allo pseudo referendum per l’indipendenza catalana del 1 ottobre 2017 sono complessi. La Catalogna fa parte dello stato unitario spagnolo sin dalla sua costituzione nel XV secolo a seguito del matrimonio tra Isabella di Castiglia e Ferdinando di Aragona: ma all’interno di tale unità si è sempre mantenuto un notevole grado di autonomia delle realtà locali e delle tradizioni loro.

Tuttavia nel corso della storia vi furono diversi momenti di tensione e di scontro tra le ambizioni indipendentiste catalane e quelle centraliste madrilene: già nel XVII, XVIII e XIX secolo. Il Rinascimento catalano, emerso sulla scorta del romanticismo europeo a metà ‘800 ha dato nuovo impulso alla lingua e alla letteratura catalana contrapponendosi su posizione carliste (reazionarie) all’ondata liberale introdotta in Spagna da Napoleone e ripresa dai gruppi di potere più aperti alle novità dell’epoca, che peraltro andò anche assieme a un rinnovato impegno centralista. Nel corso del XX secolo le tensioni sono cresciute al tempo della dittatura di Primo de Rivera, ma anche al tempo della Repubblica del 1931: sul piano storico non si può tracciare un’equivalenza tra indipendentismo e democrazia.

Dopo il lungo periodo della dittatura franchista, durante la quale l’aspirazione all’indipendenza assunse tinte “progressiste” in quanto contrapposta al regime, con la nuova Costituzione democratica del 1978, la Catalogna accettò di buon grado la nuova situazione. Ma nella Costituzione si afferma l’indivisibilità della Spagna.

La Costituzione spagnola stabilisce un regime di amplissima autonomia per la Catalogna, e la lingua catalana è quella prevalente nell’insegnamento scolastico in questa regione dove invece quella spagnola (castigliano) è trattata come una lingua straniera: questo malgrado il fatto che a seguito delle migrazioni interne avvenute nel periodo in cui la Catalogna ebbe un forte sviluppo industriale (dal XIX secolo sino all’epoca post franchista) una parte cospicua della popolazione residente è di lingua materna castigliana.

A differenza di altre regioni autonome spagnole, come i Paesi Baschi, tuttavia, la ricca Catalogna non dispone di autonomia impositiva. Pertanto rientra nel quadro del regime di solidarietà che comporta che le imposte ricavate in ogni luogo siano assunte e ridistribuite dallo stato centrale (madrileno) in funzione delle principali urgenze percepite a livello nazionale (spagnolo).

Nel corso degli anni passati, i diversi governi catalani (la Generalitat) hanno accelerato la spinta autonomista finanziando televisioni, radio, riviste e giornali dal taglio indipendentista, costituendo “ambasciate” estere e diffondendo il verbo indipendentista, tra l’altro insistendo sul tasto impositivo: la Catalogna ambisce a mantenere al proprio interno le sue ricchezze, a non condividerle col resto della Spagna.

In questo la spinta indipendentista catalana ricorda, più che un atteggiamento progressista, quello egoistico che in Italia s’è diffuso nell’epoca post ideologica post-’89 con la Lega Nord, desiderosa di non condividere col resto del Paese le ricchezze del Nord Italia: senza tenere in conto che tali ricchezze derivano anche dagli scambi commerciali che avvengono a livello nazionale e internazionale.

La corruzione politica potrebbe non essere estranea a tutto questo: nella stampa spagnola si è ampiamente denunciato quanto compiuto da Jordi Pujol, che per un trentennio dopo la caduta del franchismo ha retto la Generalitat e da tempo è sotto indagine della magistratura. Si parla di un sistema di taglieggiamento di questo tipo: su ogni opera pubblica al reggente catalano andava una percentuale variante dal 3 al 20 percento. Il capitale così accumulato veniva trasportato dai membri della famiglia Pujol in banconote contenute in sacchi della spazzatura e depositato in banche di Andorra: da qui poi smistato in vari investimenti che si dileguano in mercati esteri, le cui tracce difficilmente le autorità inquirenti riusciranno a seguire.

Il successore di Pujol, Artur Mas, proveniente da una famiglia il cui notevole patrimonio è stato accumulato tramite il commercio di schiavi avvenuto sin alle soglie del XX secolo, cioè ben oltre l’epoca in cui questo era considerato lecito, come minimo sembra aver coperto le operazioni illecite compiute dal suo predecessore.

Il sospetto è che da parte di questi personaggi si sia spinto sull’acceleratore dell’ideologia indipendentista tra l’altro per evitare le indagini della magistratura spagnola.

Da parte dei governi centrali madrileni di epoca post franchista c’è stata evidente tolleranza verso i fermenti indipendentisti, nei loro aspetti leciti e illeciti, vuoi perché essi stessi son ben lungi dall’essere esenti da corruzione, vuoi perché bisognosi (sia nel caso di governi del PP, sia nel caso di governi del PSOE) del sostegno delle rappresentanze indipendentiste al parlamento centrale di Madrid.

Ecco quindi che nell’indipendentismo si sommano gli aspetti più degenerativi della politica, le aspirazioni marcatamente egoistiche di mantenere le proprie ricchezze esclusivamente per sé, insieme con le aspirazioni romantiche fatte proprie da diversi ambienti della popolazione (pur estranei alla corruzione dei potenti catalani) non facilmente comprensibili nell’epoca attuale in cui a livello culturale la Catalogna gode di assoluta autonomia.

In quest’ambito la Chiesa in Catalogna cerca di svolgere un ruolo di mediatore e di pacificatore, pur mantenendo un occhio di particolare riguardo verso le tradizioni culturali locali.

Il Padre Nostro in evidenza sulla porta della Sagrada Familia

A tal proposito risulta emblematico il ruolo della Sagrada Familia e di Antoni Gaudi. Questi, come molti altri architetti del Modernismo spagnolo, era catalanista. La Sagrada Familia è stata voluta come tempio espiatorio dagli industriali catalani che comprendevano quanto le loro ricchezze fossero dovute allo sfruttamento del lavoro di poveracci, molti dei quali provenienti da altre regioni della penisola iberica

Ecco dunque che la Sagrada Familia potrebbe essere stata assunta a luogo di riconciliazione per favorire un sereno dialogo tra catalani e le altre genti iberiche. Il fatto che la porta principale di questo tempio espiatorio, recentemente collocata, rechi il Padre Nostro in prima evidenza scritto grande in lingua catalana e solo sullo sfondo e in piccolo, ripetuto in una cinquantina di altre lingue di altri paesi del mondo, tra le quali anche lo spagnolo, indica il problema della Catalogna attuale. La Sagrada Familia sorse per esprimere il desiderio dell’imprenditoria catalana del XIX secolo, di espiare i propri peccati: ma ora sorge il sospetto che gli esponenti politici che dominano la Catalogna attuale intendano farli espiare ad altri, i loro peccati.

Anziché concepire la Catalogna come una regione dotata di lingua e cultura propria che si innesta nel contesto delle altre lingue e culture iberiche in modo armonico e collaborativo, nel rispetto della legge — delle quali la Costituzione spagnola del 1978 dovrebbe essere il principale riferimento — anche persone di cultura universale, e persino di fede cattolica, tendono a preporre la Catalogna al resto del mondo.

Anziché concepire il processo istituzionale come un progressivo allargarsi di orizzonti che dall’ambiente locale si distende al livello nazionale per giungere al livello globale, si ambisce a saltare tutti i passaggi intermedi e a porre il localismo come direttamente collegato col globalismo. E così le aspirazioni indipendentiste, con l’inquinamento derivante loro da pulsioni corruttive ed egoistiche, possono confondersi con quelle più eminentemente culturali, limpide e genuine, per quanto antistoricamente romantiche.

Ha proprio senso ritenere che la Costituzione spagnola che nel 1978 è stata votata da tutta la Spagna come un momento fondamentalmente progressista nel dotarsi di istituzioni democratiche e aperte al mondo, sia ormai obsoleta? Ha proprio senso supporre che le ambizioni locali debbano esprimersi senza tenerla in alcun conto, come se fosse un accidente da cui si può prescindere senza problema alcuno?

Com’è noto il manzoniano fra Cristoforo, persona integerrima e bene intenzionata, messo alle strette da Don Rodrigo nell’incontro avvenuto con questi nel suo palazzo, rispose ritirandosi nel manifestare un pio desiderio contrario alla violenza e al sopruso: “il mio debole parere sarebbe che non vi fossero né sfide… né bastonate”. In ciò mancando di dare una concreta indicazione su che cosa fare per evitare l’ingiustizia; d’altro canto ben poco poteva compiere il buon frate circondato dagli sgherri di Don Rodrigo.

Oggi la Chiesa Catalana si trova un poco in una situazione simile a quella di fra Cristoforo. Al riguardo rilevante è quanto scrive il rettore dell’Università cattolica barcellonese di Sant Pacià, che riportiamo qui sotto: è un ragionevole appello alla pace e al dialogo. Ma forse manca di tenere in conto che quando vi sono soprusi questi vanno indicati e denunciati: tutti, a qualunque parte appartengano. E in Catalogna vi sono stati tanti soprusi: se quelli più evidenti e che più colpiscono l’opinione pubblica dopo lo pseudo referendum del 1 di ottobre 2017 sono stati compiuti del governo centrale mardrileno con l’invio delle forze dell’ordine e con la loro azione, prima di questo vi sono stati molteplici soprusi delle forze “sovraniste” catalane che hanno disseminato terrore tra coloro che non parlano catalano, così facendo dell’uso di questa lingua non un esercizio di libertà, ma uno strumento di oppressione; che hanno taglieggiato la Catalogna con tangenti imposte come se fossero tasse lecite ed esportato illecitamente capitali; che hanno attraverso mezzi di comunicazione di massa diffuso l’immagine di una Catalogna come centro del mondo; che hanno sollecitato l’egoismo regionalista invece di favorire la solidarietà nazionale; che hanno, infine, violato la Costituzione nazionale peraltro votata solo meno di quaranta anni prima.

Ci vorrebbe forse anche nella Spagna attuale un card Federico Borromeo, capace di parlare a chiare lettere contro l’ingiustizia in tutte le sue pieghe e le sue piaghe, e di convertire con forza i cuori induriti dallo scontro e dall’abuso di potere.

Un logo dell’università barcellonese di Sant Pacià

Qui sotto una citazione e quindi i pdf completo della dichiarazione del Rettore Armand Puig i Tàrrech:

…L’hora és complexa, i el futur immediat, una incògnita. El grau de politització de

la societat catalana és ara mateix molt alt, i els fets de l’u d’octubre han fet augmentar
exponencialment la temperatura. S’han succeït darrerament preses de posició i
declaracions. Més de quatre-cents ministres ordenats catalans, entre preveres i diaques,
han signat un document, aquest setembre, en el qual es donava suport al referèndum de
l’u d’octubre. Hi ha altres preveres i diaques que no comparteixen aquesta posició, i que
el dia u no van anar a votar. Es tracta de dues òptiques que també es troben en la
societat civil i que només es poden mesurar democràticament mitjançant una solució
política. Mentrestant i sempre, cal que la comunió eclesial es mantingui sense ombres, i
que les discrepàncies entre els membres de l’Església no es converteixin en divisions.
De fet, no podria predicar el missatge evangèlic el qui no visqués reconciliat amb el
germà que pensa diferent en temes relatius a la polis. L’Església, encarnada en el món, i
els seus ministres, servidors de la humanitat, han de ser primàriament, «ferment de
justícia, fraternitat i comunió» (Nota de la Conferència Episcopal Tarraconense, 20 de setembre de 2017). Tan sols així s’avançarà «en el camí del diàleg i de l’entesa, del
respecte als drets i a les institucions» (Declaració de la Comissió Permanent de la
Conferència Episcopal Espanyola davant la situació de Catalunya, 27 de setembre de
2017).
En temps difícils la pregària és essencial. Preguem perquè la convivència
s’imposi a la violència, perquè el diàleg sigui cultivat per les parts ara enfrontades i
perquè els drets dels pobles siguin respectats.

Barcelona, 2 d’octubre de 2017
Armand Puig i Tàrrech
Rector de l’Ateneu Universitari Sant Pacià

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