di Leonardo Servadio

“Quel che realmente conta non è mai preso in considerazione. E la diffamazione non risolve nulla”. Son le parole sconsolate con cui si conclude “Omaggio alla Catalogna”, lo scritto pubblicato da George Orwell nel 1938, dopo essere scappato da quella regione della Spagna in cui aveva partecipato alla guerra civile tra le file repubblicane. Aveva aderito alla causa e simpatizzato con trotzkisti e anarchici, ammirato la serena illusione dei sognatori di un mondo migliore in una Barcellona ove sembrava essersi compiuto il paradiso comunista; e poi con sconcerto constatato la fredda, cieca risolutezza con cui gli emissari del regime sovietico brutalizzavano coloro che dovevano aiutare, poiché il loro fine era invece assogettarli.

Anche Simone Weil ebbe un’esperienza simile: si recò all’inizio di quella guerra civile in Catalogna, tra le file anarchiche e trotzkiste, per stare tra coloro che difendevano la Repubblica spagnola; le bastarono due mesi per rendersi conto delle nefandezze che avvenivano: il disprezzo della vita cui abituava la violenza, la cancellazione dei valori basilari dell’essere umano, lo smembrarsi della sua dignità nella tensione dell’agone. “La volontà di umiliare il nemico vinto – così la Weil conclude, con un riferimento alla Francia dopo la prima guerra mondiale, il racconto che inviò a Bernanos della sua esperienza catalana – mi ha curato una volta per tutte dal patriottismo ingenuo”.

Simone Weil davanti alla sede del Poum a Barcellona

Sia Orwell, sia la Weil, nella Catalogna al tempo della guerra civile incontrarono menzogne e degradazione, laddove attendevano visioni luminose e aspirazioni alla giustizia. Si trovarono di fronte alla distanza tra il sogno e la realtà: è quella distanza che in ambito sociale può essere varcata solo da un sistema di leggi ispirate alla giustizia, ovvero non imposte da una parte che si trova in vantaggio su di un’altra parte.

Si dice che la guerra civile spagnola del 1936-39 sia stata una “prova generale” per la seconda guerra mondiale: vi agirono le potenze e i sentimenti che si sarebbero scontrati su ben più vasti campi di battaglia. Oggi ancora in quella regione si vedono all’opera forze e tendenze che sembrano incardinare il dibattito politico nel mondo attuale: l’interesse locale contro quello generale, l’ambizione a mettersi prima degli altri e, a fronte della necessità di trovare un punto di incontro e intendimento, l’aspirazione a vivere nel sogno rispetto ai limiti che impone la realtà. E sempre, allora come ora, si manifesta la “guerra delle parole”: i proclami altisonanti che allora inneggiavano al socialismo (nazionalista o internazionalista) e gettavano discredito sull’avversario o su chiunque si volesse schiacciare nel ruolo di avversario anche se tale non era (è questa la “diffamazione” che denunciava Orwell e allora preludeva a condanne capitali), e ora celebrano i fasti di una ipotetica egoistica separazione cui si attribuisce un ruolo salvifico onnicomprensivo (mentre sul piano della diffamazione chiunque vi si opponga spesso è bollato come reprobo, condannato alla sentina della storia). Ma agiscono anche i decenni in cui le generazioni sono state educate al predominio della legge sull’emotività del momento, e alla necessità del rispetto che implica il concetto di democrazia. Così questa volta la Catalogna potrebbe divenire il prodromo non di un’altra guerra – che già qua e là ha fatto capolino – tra quelli che sono percepiti come gli interessi egoistici di una singola comunità, grande o piccola che sia, e gli interessi (veri o presunti) degli altri, ma della ricerca di un’intesa. In cui si riconosca, come cercò di dimostrare Martin Buber, che quel che conta è il dialogo, non lo scontro: perché è nella relazione, non nella divisione, che ci formiamo come esseri umani. Non a caso “diavolo” è quel che genera fratture e separazione tramite la propalazione di calunnie. Mentre invece “in principio era il verbo”: e su questo si fonda l’identità umana.

 

Nella foto: Marina Ginestà all’età di 17 anni, giornalista e attivista, sulla terrazza dell’Hotel Colón a Barcellona (in piazza Catalunya). L’atteggiamento di orgogliosa sfida della giovane  ne ha fatto un’icona della Repubblica in quel tempo di conflitto. Era il luglio del 1936, il momento del sollevamento franchista, ancora non erano cominciate le nefandezza di cui saranno testimoni Orwell e la Weil poco tempo dopo. (Foto: Juan Guzmán, EFE)

 

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