Si è di recente costituito, nel nome e nel ricordo di Stefano Rodotà, il Comitato Popolare di Difesa Beni Comuni e Sovrani. Il Comitato si pone nel solco ideale dell’esperienza del Comitato Nazionale referendario “Sì Acqua Pubblica” e, come recita lo Statuto” ha lo scopo di promuovere e sostenere la presentazione di una legge d’iniziativa popolare per la modifica delle norme del codice civile in materia di beni pubblici, inserendo la nozione dei beni comuni, sociali e sovrani, secondo l’insegnamento e le risultanze della Commissione sui Beni Pubblici, presieduta da Stefano Rodotà nel 2007.”

Un’iniziativa benedetta, al tempo in cui l’aggettivo sovrano viene declinato in ben altra accezione. Il Comitato ci riporta al concetto di Bene Pubblico o Comune, lasciando stare le sottigliezze semantiche e lessicali, e riapre la discussione sul significato di Presenza Pubblica nella società, nell’economia e nella vita politica.

In questi anni non avevamo bisogno che il Pubblico fosse demonizzato e finalmente qualcuno ci ricorda che è stato un grave errore, anche della sinistra. Il criterio di definizione del Bene Pubblico può essere considerato inclusivo: oggi l’Acqua, domani altri concreti esempi di Beni Sovrani non potranno essere esclusi.

Quali

Concordo, e con me l’intero Gruppo ERGAM, nella necessità di sviluppare la tematica dell’acqua come Bene Pubblico, sancito dalla Costituzione e disatteso nella pratica amministrativa. La tematica sembra lontana dagli interessi culturali e scientifici del nostro Gruppo teso a investigare sulle opacità della ricerca e della distribuzione equa dei carburanti. Ma il Bene Comune non può limitarsi ai trasporti o alla semplice natura amministrativa della Salute. L’offerta di acqua sottintende anche all’offerta di salute, basti pensare a quante vite sono state salvate nel Terzo Mondo rendendo l’acqua disponibile e utilissima nella prevenzione delle malattie infettive.

Giorno verrò in cui l’acqua sarà, e forse lo è già ora, Oro Bianco tanto quanto è importante ora l’Oro Nero. E il pianeta diverrà Waterland. E’ da preconizzare un futuro, ahimè, in cui l’Oro Bianco sarà in mano a pochi, si ipotizza un 10% delle Nazioni, per la distribuzione non equipollente al restante 90%. Uno strumento di pressione politica più forte delle armi e dello stesso petrolio.

Quando fu costituito lo Statuto dello European Research Group on Automotive Medicine, il percorso tracciato sembrava chiaro. Verificare quali potessero essere le problematiche di salute del guidatore o dei passeggeri nel viaggio in auto, sia a medio sia a più lungo percorso. Non ci aspettavamo di doverci inoltrare in un percorso a ostacoli che ci ha portato alla stesura del primo Volume “ La vita al tempo del petrolio”. Ossia verificare che i disturbi in auto non sono poi così dissimili da quelli contratti fuori dall’auto. Le problematiche legate all’inquinamento indoor non sono appunto così diverse da quello outdoor. I cambiamenti climatici dovuti all’incongruo uso dei fossili determinano la febbre del pianeta che sale rapidamente e che non riusciamo a controllare l’incremento di temperatura al di sotto di 1.5 C. Le turbative atmosferiche con estremizzazione del clima porta a fenomeni microalluvionali e uraganoidi che condizionano il clima, soggetto a cambiamenti improvvisi e violenti. Da questo in breve derivano gli 8 milioni di decessi che registriamo ogni anno, una città come Londra che si disperde per l’incongruo uso dei fossili. Ecco perché, da queste premesse, appare chiaro che non possiamo limitarci all’osservazione limitata alla mobilità, se non affrontiamo i problemi della macro-economia e della geopolitica del petrolio, con i suoi cambiamenti estremi del clima, progressiva desertificazione e diffusione malarica. Nasce così il Secondo Volume “Oil Geopolitics”in cui gli scenari di questi argomenti si intrecciano con formidabili tendenze di geopolitica, laddove le vecchie e obsolete potenze militari hanno rivestito i più recenti panni di potenze strategiche ed economiche.

Ricordate il film “I tre giorni del Condor”? Ebbene la realtà di questi ultimi anni ha superato la fantasia cinematografica. Di petrolio dunque si muore, perché produce gas tossici, ma anche perché scatena guerre, come quella asimmetrica dell’ISIS che ha per scenario il triangolo del petrolio, Iraq, Iran, Arabia. Un tourbillon di interessi geopolitici e finanziari che avviluppa il pianeta in una spy story senza fine. Conflitti bellici inspiegabili o attribuiti a tradizionali rivalità religiose, il dramma dei migranti dal Continente Africano, la sostenibilità energetica e la rivoluzione rinnovabile. Non ultima l’indifferenza della nostra pubblica opinione verso la politica estera.

Questa, nella nostra intenzione, è la chiave di lettura, alla ricerca dei meccanismi che governano il mondo e, in specie, il mercato globalizzato dell’energia.

Come nel film “Finchè c’è guerra c’è speranza”, fino all’ultima goccia di petrolio, la conversione alle rinnovabili sarà costellata da insormontabili resistenze. Sicché la politica energetica appare come un Giano bifronte che da un lato invoca la rivoluzione, mentre dall’altro tesse accordi per mantenere lo status quo.

Nessuno dunque potrà stupirsi se focalizziamo, neanche velatamente, la dicotomia tra la speranza di avere un mondo privo di fossili inquinanti da un lato e dall’altro l’ipocrita e continua annunciazione di un mondo sostenibile e la presunzione di dare per scontata o prossima la migrazione dal fossile al rinnovabile. Senza trascurare i grandissimi sforzi verso le rinnovabili, ma le resistenze sono ancora alte.

La lotta per l’energia, così vitale nella Società del XXI secolo, finisce per embricarsi nello sviluppo della società e diventa bene prezioso perché solo da essa dipende la nostra articolata vita consumistica- potreste fare a meno del frigorifero, TV, Radio, auto, treno, aereo quanto oggi con il frullatore va a elettricità, la quale a sua volta è mossa dall’olio combustibile o dal gas delle centrali? Dunque, l’energia così vitale ci porta dritto a considerarla come Bene Primario né più né meno come l’Acqua, vilissima rerum, scriveva Orazio, indispensabile alla vita. Ovvero ad altri Beni Immateriali Primari quali il diritto alla Salute, all’Istruzione. Tutti servizi pubblici su cui è fondato il primo vero assioma della Democrazia: il diritto ai Beni Essenziali, quali quelli descritti, di fronte ai quali tutti siamo in regime di vera ed autentica parità. Ne deriva che detti Beni Comuni non possono essere messi in discussione perché, come servizi pubblici, appartengono a tutti, salvo compromettere le stesse basi del vivere democratico e civile sancito dalla Costituzione Repubblicana.

Il come

E’ il Governo della cosa pubblica che oggi è messo in discussione. I vari organi di Governo, Ministeri centrali, Enti Locali e governo del Territorio presentano un’organizzazione complessa, articolata in Potere Legislativo, Potere Esecutivo e Potere Giudiziario che si embricano tra loro, specie i primi due, soprattutto nel caso in cui l’Agenda Politica si adopera per devolvere al territorio il governo della cosa pubblica. I concetti di Federalismo, all’inizio solo fiscale, oggi indicano un percorso di autogoverno che spesso si confonde nella sua declinazione di Indipendenza e Autonomia, termini, che, senza regole precise, danno adito non solo ad interpretazioni diverse ma anche distanti tra loro, fin tanto che si è arrivati anche alla Secessione.

Tre strade dunque che portano a tre differenti situazioni: Si possono perseguire tre strade:

quella della Autonomia, cavalcata nello Statuto Siciliano che individuava ragioni di indipendenza non separatista, una volta messi da parte Finocchiaro Aprile, l’Evis e la banda Giuliano che volevano fare dell’Isola la 51ma stella americana. Autonomia amministrativa con Statuto speciale volto alla risoluzione dei principali problemi normativi e legislativi su ogni tematica, anche quelle non comprese nel Titolo V. Alla base resta però l’uniformità di comportamenti politici internazionali e comunitari che rendono la Regione parte integrante del contesto Europeo. Agonismo sinergico dunque con lo Stato di appartenenza.

Quella della Indipendenza, amministrativa, fiscale, legislativa e su ogni fonte di cespite. E’ il caso della Catalogna che vanta il 20% del PIL iberico, che ha tradizioni culturali, linguistiche ed economiche differenti ma non discostanti da quella spagnole. E’ il caso della Scozia che vuole far valere il principio di primogenitura sul mercato del Brent, imponendo i suoi prezzi e non quelli del governo della Regina. Certo gli scozzesi hanno tradizioni differenti da quelle britanniche ma non discostanti al punto da entrare in competizione. Antagonismo paritario dunque con lo Stato di appartenenza.

Quella della Secessione che significherebbe rottura e antagonismo politico con frattura insanabile, balcanica come è avvenuto in Kossovo, Cecenia e paesi in cui il dettato costituzionale non c’è o stenta ad avvalersi.

Come attuare il federalismo? Appare evidente che la prima motivazione sia quella della indipendenza fiscale. Il gettito va interamente alla Regione che lo raccoglie o in quale misura va destinato alle necessità statali? I secondo problema è quello dell’esazione. Problema notissimo in Sicilia il cui Governo aveva affidato a privati l’esazione delle imposte. Ma sappiamo come la Satris, società con aggio al 10%, andò a finire. L’Esattoria poi passò la Monte dei Paschi che, si sa, non ha sede in Sicilia ma nella blindatissima Siena. La Serit, nata con l’acquisizione di Banca Popolare di Canicattì e Banca di Messina, fu chiamata ad assumere la gestione della riscossione dei tributi ma l’aggio restò ancora alto. Oggi il compito è affidato a Riscossione Sicilia, una S.p.A. il cui pacchetto azionario di maggioranza è detenuto dalla Regione Siciliana (99,885%) e solo lo 0,115% da Equitalia S.p.A. Sviluppare questo argomento è compito reso difficile dalla complessità delle norme tributarie ma c’è una notizia che ha sorpreso tutti i non addetti ai lavori.

Una notizia clamorosa che è passata inosservata. La Corte Costituzionale, con la sentenza 4 luglio 2017 n° 154, ha in sostanza reso nulle e vanificato molte imposte fiscali (Iva-Irpef-Irpeg) e le accise sui beni di consumo quali alcolici e carburanti per i residenti della Sardegna. Anche le utenze di gas ed energia elettrica dovrebbero essere esenti da tasse quali IVA e accise, almeno dal 2010. La Corte Costituzionale conferma che, ai sensi del D.lgs. n. 114/2016, la Regione Sardegna è stata autorizzata a concedere (appunto a decorrere dal 2010) tutti i vantaggi fiscali previsti dalle Direttive n. 69/75/CEE, n. 69/74/CEE e dai Regolamenti n. 918/1983 e n. 2504/1988, quelle compensazioni fiscali che competono ai residenti nell’isola. E ciò in virtù del D.lgs. n. 75/98 che ha dichiarato il territorio della Sardegna extra doganale, ai sensi di quanto previsto dall’art. 128 del Regolamento n. 2913/92, dove si prevede che si può chiedere il rimborso o lo sgravio dai dazi doganali, Iva e accise (dazi all’importazione), quando si dimostri che le merci siano destinate ad una zona franca.

L’art. 92 del Trattato di Roma conferisce alle Isole lontane come, appunto, la Sardegna e la Sicilia, che pure non ne ha fatto richiesta, la liceità di un regime fiscale speciale di franchigia. Al di fuori di una ristretta classe politica e cerchia di giuristi, soprattutto esperti di Diritto Costituzionale, nessuno ne ha mai saputo nulla. Appare invece ascritto alla Giunta Cappellacci il merito di essersi battuta a riguardo, raccogliendo la sollecitazione di 320 sindaci per la Zona Franca Integrale.

La vicenda nasce da un complesso articolato di concorrenza legislativa tra l’UE e Paesi membri, similare a quanto avviene codificato in Italia dall’art. 117 della Carta Costituzionale. All’Italia, quale Stato membro, compete l’obbligo di adottare disposizioni e contenuti non solo dei Trattati, ma anche dei Regolamenti e Direttive Comunitarie, quali appunto le Direttive n. 69/75/CEE, n. 69/74/CEE e dai Regolamenti n. 918/1983 e n. 2504/1988, sulle compensazioni fiscali.

Invece, anziché la tassazione prevista nella Direttiva n.69/75/CEE, è stata riservata alle Regioni a Statuto Speciale la stessa tassazione fiscale riservata alle altre a statuto ordinario.

Adesso la popolazione, cui non è stata applicata la disposizione, vanta ottimi motivi per una class action dal possibile risvolto devastante. Immaginate quanti esercizi commerciali e imprenditoriali hanno avuto il destino del processo fallimentare a causa della mancata applicazione di questa normativa. Senza considerare le aziende petrolifere che non hanno indotto i titolari della distribuzione dei carburanti a porre in essere detta normativa. Naturalmente potrebbero incorrere nel reato di evasione e frode fiscale per illecito arricchimento. Per estrapolazione assurda e fantapolitica medesimo regime fiscale potrebbe essere esteso anche ai ticket sanitari. La declinazione del Federalismo va espletata in varie situazioni come quello sanitario che impone trattamenti diversi a seconda della Regione, con offerta di salute differente da sito a sito. E ciò costringe i pazienti a viaggi della speranza interni, nei confini dello stesso Paese, il pendolarismo sanitario che poi è foriero dell’allungamento stratosferico delle liste d’attesa. Come si nota, la conflittualità amministrativa, magari con la vena politica, tra  Governo Centrale e Enti Locali non ha mai fine.

Flashback Costituzionale

I Nostri Padri Costituenti che pur pensarono in termini di regime autonomistico prevedendo le Regioni ( art. 114 Costituzione) previdero anche i possibili margini di conflittualità. Non previdero, non potevano saperlo, che nel 1993 il D. Lgs 81, detta Legge Segni, potesse contribuire ad affidare ai Sindaci il vero potere con l’elezione diretta che conferisce amplissimo mandato al Sindaco, Ma questa legge fu introdotta non rettificando il Titolo V della Costituzione che prevede l’art. 117,. Quello che regola le competenze cosidette “concorrenti” Stato-Regioni. La revisione del medesimo Titolo (Legge Costituzionale 3/2001) porta a nuove identità politico-amministrative dello Stato. Infatti il nuovo testo dell’art. 114 dispone che la Repubblica è costituita da strutture paritetiche, senza distinzione tra livelli gerarchici:Comuni, Province, Città metropolitane, Regioni e Stato. Secondo il principio di sussidiarietà, l’ambito regionale è divenuto quello legislativamente più rilevante, mentre ai Comuni (art. 118) spettano le funzioni amministrative.

Affidare le attribuzioni relative non è stato facile e difatti i conflitti di competenze sono all’ordine del giorno specie su tematiche non attribuite come l’ambiente ed alcuni beni primari, appunto l’acqua e l’energia.

Scrive Fantigrossi (Umberto Fantigrossi, Nuovi sindaci: poteri e responsabilità.Liuc Papers n. 164, Serie Impresa e Istituzioni, 22, suppl. a febbraio 2005) in proposito….” Un duro colpo alla “riforma federalista” del 2001 è stato inferto dalla sentenza della Corte Costituzionale la quale, in merito al meccanismo che consente al legislatore statale di approntare i famosi principi fondamentali, idonei a limitare e a guidare, nelle materie “concorrenti”, le scelte di ogni Regione, ha stabilito che per l’identificazione dei principi fondamentali idonei a limitare le leggi regionali, la strada maestra è quella di singole e specifiche leggi approvate dal Parlamento nelle singole materie. I decreti legislativi adottati (dal Governo allo stesso scopo, sulla base di una legge delega, invece, servono al più come mero “orientamento”, senza forza vincolante per le Regioni.”

Il quando

Difficile dunque la regolarizzazione della materia dei Beni Comuni, termine utile a indicare i Beni Primari ed Essenziali alla Comunità. Uno spartiacque che dovrebbe essere sempre considerato  quando si cerca, con Leggi di iniziativa popolare, di superare l’ostacolo legislativo di Camere poco operanti in quel settore o con maggioranze poco sensibili a dette tematiche.

Se non si riesce a superare l’ostacolo della concorrenza legislativa, un potere potrà contrapporsi all’altro e la confusione legislativa porterà a leggi contrastanti o a situazioni in cui una legge sarà bloccata da un’altra eguale e contraria.

Tra i Beni primari non possiamo escludere l’energia. Essa è il propulsore dell’economia di ogni paese. In parte perché la flessibilità post-fordista impone lo spostamento di Beni Materiali e Immateriali attraverso la conduzione su ferro o su gomma e in parte perché la società è diventata flessibili nelle sue fonti di crescita tra cui il Terziario Avanzato che impone appunto la flessibilità delle merci.

Ora l’Energia, costituita da fossili, Oil & Gas, è in mano solo ad alcuni Paesi Produttori. Lo capì molto bene Enrico Mattei che andò a cercare il petrolio a prezzi più bassi possibili. A quel tempo, la Compagnia Italiana, l’ENI, era dello Stato, lo rappresentava e ne faceva i suoi interessi. Attualmente quasi tutte le Compagnie sono Enti Privati che operano in regime di profitto. Dunque non è più possibile riprodurre quelle condizioni stile anni cinquanta perché la filiera di interessi, di appalti e di profitti è talmente dilatata che il consumatore trova alla pompa del carburante prezzi sempre più alti mentre il barile costa sempre meno, data l’enorme offerta (circa 100 milioni di barili prodotti ogni giorno). Malgrado si dia sempre la responsabilità alle accise e alle tasse sul carburante, la vera natura dei rincari risale alla filiera straordinariamente allungata.

E’ la geopolitica del petrolio la vera politica mondiale. Le stesse c.d. Guerre di Religione trovano nel petrolio la loro vera natura.

Ai termini “Sunnita” e “Sciita” che segnano la divaricazione religiosa delle etnie mediorientali, vanno sostituiti i termini “Corridoio di Oleodotti del Cartello di Compagnie Arabo-Americane” e “Corridoio di Oleodotti del Cartello Russo-iraniano.

E’ il Mar Mediterraneo il vero scacchiere geopolitico di attualità con il problema dei migranti, problema certo epocale, ma che è l’epifenomeno di strategie politiche di accaparramento di Beni Primari quali Acqua e Petrolio, di cui in Continente Sub-Sahariano è ricchissimo. Così la problematica dei migranti appare come la foglia di fico dietro la quale si celano interessi epocali e planetari di cui  nessuno sa poco o nulla.

Acqua, Energia, Salute e, perché no, Istruzione sono Beni Primari, Immateriali o Materiali che rientrano nella sfera del Bene Sovrano, di tutti, di pubblico interesse e utilità. Possiamo anche chiamarli Proprietà Demaniali di interesse pubblico, come suggerisce Felice Besostri, ma Salute e Istruzione sono decisamente Beni Pubblici Immateriali. E’ in questo ambito che dobbiamo sviluppare un nuovo percorso per rivitalizzare il concetto politico di Bene Comune nell’interesse della Collettività.

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