La chiesa progettata a metà degli anni ’50 dagli architetti Angelo Mangiarotti e Bruno Morassutti, con l’ing. Aldo Favini, per quanto realizzata in economia e in gran parte con elementi di prefabbricazione, è subito balzata agli onori delle cronache ed è nota in tutto il mondo. Recentemente è stata restaurata.

La struttura della chiesa di Baranzate di Bollate (Milano) è composta da quattro pilastri che reggono due travoni trasversali (unici elementi gettati in opera) su cui poggiano altre travi prefabbricate e l’impalcato di copertura. Questo sistema costruttivo ha consentito di lasciare totalmente libere le pareti perimetrali. E così s’è potuta realizzare la vetrata perimetrale continua che caratterizza l’edificio. Vetrata non trasparente, ché la luce avrebbe generato abbagli e riflessi, bensì opalina, traslucida, non trasparente. Così che la luminosità fosse diffusa e pacata, e si conservasse quella riduzione di illuminamento che è tipico dell’interno delle chiese pur con un ambiente caratterizzato da diffusa luminescenza.

Un sistema assolutamente innovativo per il secondo dopoguerra. Ottenuto grazie all’interposizione di un foglio di poliuterano tra due vetri.

Ma col tempo il materiale si è rugato e brunito, i vetri sono stati in parte rotti da atti vandalici, l’intelaiatura metallica di sostegno si è arrugginita.

Fortunatamente, prima della sua scomparsa Bruno Morassutti riuscì a ottenere il vincolo della chiesa come bene culturale (2002) e così, malgrado il fatto che fosse stata costruita in economia e in prefabbricazione, ne è stato riconosciuto il valore architettonico.

La chiesa poggia su un basamento rialzato sotto il quale si apre una cripta, è circondata da un breve spazio di prato a sua volta perimetrato da un muretto: è tutto l’insieme, incluso il campanile progettato da Morassutti nel 1980 come leggera struttura in cui s’inerpica una scala elicoidale, staccato dal corpo dell’aula, che “dice” bene delle destinazione dell’architettura.

La semplicità dell’insieme ne fa un modello di chiesa contemporanea, aperta al quartiere, linda e ben riconoscibile. Lo spazio interno risulta etereo e nella diffusa luminosità risaltano il crocifisso posto alto sopra l’altare.

Laddove luce diretta significa clamore, a volte imposizione squillante, la scelta di questo diffuso chiarore ben invita al raccoglimento.

Il restauro, curato da un team del Politecnico di Milano, ha provveduto a risanare le parti in cemento e le vetrature sono state completamente sostituite con intervento di valore tecnologico da Vetrate Arte Poli.

Le nuove vetrate offrono prestazioni sia di isolamento termico, sia di valore estetico, sia di durata. Sono composte da tripla vetrocamera e ottengono l’effetto opalino senza l’impiego di pellicole deteriorabili.

Nell’inaugurarla, nel 1959, l’arcivescovo di Milano, card. Giovan Battista Montini, disse: “…scorgo nella nuova costruzione un profondo simbolismo… anche il vetro, che per la sua luminosità significa la luce di Dio e il calore dell’amore divino, può bene essere usato nella costruzione di un edificio sacro…”.

(LS)

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