di Michela Beatrice Ferri

E così, se n’è andato anche Gillo Dorfles. Ebbi modo di incontrarlo in occasione del convegno che la Società Italiana di Estetica organizzò nel 2010, a Ortigia (Siracusa). Dorfles era stato invitato da Luigi Russo e dal comitato scientifico direttivo in occasione del suo 100esimo compleanno. Non avevo mai avuto occasione di incontrarlo prima. Lo salutai al nostro arrivo – era il 20 Maggio 2010 – in aeroporto a Catania. Fui impressionata dalla lucidità sia nelle risposte sia nei movimenti. Parlammo brevemente, gli dissi dei miei studi, del mio focalizzarmi sugli autori “scuola di Milano” di cui io ero giovanissima studiosa.

Dorfles invece era stato stretto collaboratore e amico, di questi protagonisti della rinascita novecentesca della filosofia italiana. Era stato costantemente in dialogo con Antonio Banfi, con Enzo Paci, con Vittorio Sereni. Le loro voci sostenevano quel dibattito culturale animato anche dalle redazioni di “Domus” (di cui Ernesto Nathan Rogers, amico di infanzia di Dorfles, fu direttore ) e di “Casabella Continuità”. Dalle parole di Dorfles la storia di una Scuola, di una “Milano Liberal”, riviveva di fronte a me, senza l’intermediario costituito dal libro o dal passaggio di un diario.

Un anno prima, nel 2009, partecipai in qualità di relatore al convegno che il Politecnico aveva organizzato per celebrare i 100 anni dei BBPR – nati tra il 1909 e il 1910, quattro celebri coetanei di Dorfles. Mi ero occupata di elaborare un breve testo sul dialogo tra filosofia e architettura, e di ricondurlo al dialogo tra i due protagonisti Enzo Paci ed Ernesto Nathan Rogers. Gillo Dorfles aprì l’evento nel novembre del 2009 assieme a Vittorio Gregotti, allievo di Rogers, e assieme a Giuliano Banfi, figlio di Gianluigi Banfi – mio conterraneo, originario del paese di Caravaggio, in provincia di Bergamo.

Avrei voluto chiedere a Gillo Dorfles qualche sua considerazione su questo dialogo: Dorfles era arrivato all’Estetica tramite la filosofia fenomenologica, tramite la lettura dei testi di Edmund Husserl. Complice di ciò fu il suo contatto con i suddetti membri della “scuola di Milano”. Dorfles aveva una visione molto aperta dell’Estetica: per lui le basi di questa nostra disciplina, branca della filosofia, erano le Scienze Umane – la Psicologia, la Sociologia, ma soprattutto l’Antropologia. Capiamo, ora, il motivo per cui l’approccio di Gillo Dorfles all’opera d’arte era “totale”, a 360 gradi.

Volli salutare Dorfles il giorno successivo, il 21 Maggio, nel centro di Ortigia: passeggiava da solo poco fuori dall’Antico Mercato di Siracusa. Purtroppo non ci fu il tempo di dialogare sul suo articolo intitolato “Religione e modernità. L’arte sacra contemporanea? Che orrore”. Sapevo che Dorfles aveva avviato, dodici anni prima, un dibattito con questo articolo pubblicato sul “Corriere della Sera” il 03 aprile 1998. Qui poneva due domande cruciali: “È sufficiente la fede per far accettare la mediocrità di tanta arte sacra contemporanea? E, d’altra parte, è possibile un’arte veramente attuale che sia anche sacra?”. Proprio perché impressionato dall’infima qualità di molte opere adibite a luogo di culto, nonché dalla facile accettazione del kitsch nelle chiese, Dorfles si domandava come “l’arte religiosa, che pure dominò nell’Occidente cattolico un’ininterrotta serie di secoli, abbia perso oggi quasi ogni diritto di cittadinanza e abbia dato ben poche prove di sé, se non in qualche opera architettonica”. 

Il dibattito vide impegnati, oltre a Dorfles, anche Timothy Verdon, il filosofo Emanuele Severino e il direttore del Museo Diocesano di Milano, Paolo Biscottini. Eppure avrei voluto chiedere a Dorfles che cosa avrebbe chiesto a Papa Paolo Vi se si fosse trovato a dialogare con lui – non so se accadde. Ora rimane davvero pura curiosità con base estetologica.

Gillo Dorfles

Trieste, 12 Aprile 1910 – Milano 02 Marzo 2018

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