di Aldo Ferrara*

A dispetto delle pregresse enunciazioni di riduzione delle bollette elettriche, dal 1° aprile 2017 abbiamo verificato un ulteriore rincaro del 3%. Malgrado le enormi possibilità delle fonti rinnovabili, continuiamo ad avere un Energy Deficit da cui non sono escluse le Isole, Sicilia e Sardegna, che godono di un ricco potenziale di irraggiamento.

A ciò si aggiunga che, a causa dei cambiamenti climatici degli ultimi anni, il 2017 è stato l’anno più caldo in assoluto negli ultimi 150 anni, con effetti anche sulla stessa salute, non ancora quantizzati. Indilazionabile dunque il ricorso alle energie rinnovabili, specie in alcuni territori italiani dove l’irraggiamento si mantiene alto nella maggior parte dei mesi dell’anno.

Clamoroso è l’esempio della Sardegna dove la controtendenza dell’agenda politica rischia invece di creare un esempio di ritorno al passato fossile. Quando invece è il territorio che più degli altri ha patito le conseguenze del cambiamento climatico, basti ricordare l’alluvione rovinosa di Olbia nel novembre 2013.

Inoltre, negli ultimi anni lo studio della concentrazione dei pollini in atmosfera, quali bioindicatori delle variazioni climatiche, ha segnato la tendenza all’anticipo della stagione allergenica, in particolar modo per le Oleaceae. Ciò è stato attribuito dall’ARPAS, Agenzia Protezione Ambiente Sardegna, al concomitante incremento delle temperature primaverili (Pellizzaro et al., 2009).

Il panorama indica quanto urgente sia il ricorso a un piano energetico per la Sardegna quanto meno diversificato, poiché mostra le stesse problematiche irrisolte presenti nel Piano Nazionale. Come espresso in precedenza, esse si riassumono nella disattenzione agli obiettivi della COP 21, tenuta a Parigi nel dicembre 2015 e seguita da quella di Marrakech nel 2016. Nel mentre, si avvicina sempre di più la scadenza del Progetto Europeo 202020, ossia riduzione della produzione di anidride carbonica del 20%, riduzione del fabbisogno energetico del 20% e ricorso alle fonti rinnovabili pari al 20%,

Per le sue caratteristiche geografiche e di radiazione solare, la più alta in Italia, la Sardegna può essere considerata un buon parametro di giudizio per un processo di rinnovamento energetico. Il piano regionale sardo prevede per l’energia elettrica un ricorso al carbone pari al 50.9%, ai prodotti petroliferi il 44.2%, alle fonti rinnovabili il 4.9%. I dati delle rinnovabili sembrano in aumento, a quel che ci consegna il Piano Energetico Regionale, ma siamo ancora lontani dal raggiungimento dell’obiettivo 202020. Per il carbone, in vero la Regione auspica che si faccia ricorso alla Clean Coal Tecnologies ossia a quelle moderne tecnologie di conversione energetica ritenute idonee all’utilizzo del carbone in maniera efficiente e compatibile con l’ambiente. Ma pur sempre carbone è.

Il contributo del carbone nel comparto termoelettrico è aumentato nelle seguenti centrali: 1) Sulcis 3 (Enel) da 240 MW; 2) Sulcis 2 (Enel) a letto fluido da 340 MW; 3) Endesa di Porto Torres 2×320 MW; 4) piccola centrale CWF di Oristano a carbone fluido;

Sono invece alimentati da prodotti petroliferi i seguenti impianti: 1) la centrale a gassificazione del “Tar” Sarlux (Saras) da 560 MW; 2) la centrale Enel di Assemini 2×80 MW; 3) la centrale Enel di Portoscuso 2×160 MW; 4) i due gruppi Endesa di Fiumesanto 2×160 MW; 5) gli impianti degli autoproduttori (tra cui l’impianto di Ottana 2×70 MW). Si prevede per il futuro la realizzazione di nuovi impianti idroelettrici ad energia rinnovabile quali il Tirso 1 da 20 MW e Tirso 2 da 4 MW.

Non è dato sapere dai dati se, nella valutazione statistica del fabbisogno energetico, vi è una scomposizione tra dati invernali ed autunnali, dovuti al solo fabbisogno indigeno, che dovrebbero essere minori della domanda estiva, a causa del maggior afflusso turistico, stanziale e/o transitorio. In assenza di una demarcazione stagionale evidente, un’analisi comparata è impossibile.

La fonte dei dati qui riferiti è un esaustivo articolo pubblicato in data 27.03.2017 da (http://www.sardegnaindustriale.it/article.asp?id=5049&IDmagazine=2008005).

Dunque emerge una necessità specifica legata a tre fattori:

  1. Turismo primaverile/estivo domestico e con indotto industriale

  2. Settore della Chimica permanente per tutto l’anno

  3. Settore dell’Industria metallurgica non ferrosa permanente tutto l’anno. Entrambi i settori sono particolarmente esigenti di energia con alta domanda nei territori di Ottana, Sarroch e Macchiareddu, Portotorres, Portoscuso-Portovesme fino ad un massimo del 48% dell’offerta di energia.

I tre settori sono alla base del fabbisogno energetico che richiederebbe un maggiore investimento nel campo delle rinnovabili, fotovoltaico e eolico. La dimostrazione ulteriore è il ricorso all’elettrodotto Sacoi (tramite la vicina Corsica).

Dal sito “Sardegna Industriale” si osserva, altresì: “…Il Piano energetico ambientale regionale prende le mosse dall’analisi del sistema elettrico della Sardegna, il cui parco di generazione – nominalmente – può sviluppare una potenza lorda di 3.782,2 MW. Concorrono a costituire tale potenza 3.068 MW provenienti da impianti di generazione termoelettrici; 456.54 da impianti idroelettrici; 16.975 da impianti a biomassa e Rsu, 240 provenienti da impianti eolici e 0.7 MW da impianti fotovoltaici…”.

Come si vede, su circa 4000 MW, il ricorso alle fonti rinnovabili è di sole 241 MW, troppo poco per raggiungere l’auspicato 20% del Piano Europeo 202020 ed anche l’obiettivo vincolante per l’Italia di coprire con energia prodotta da fonti rinnovabili il 17% dei consumi lordi nazionali.

Perché no al metano (CH4)

Circa questo gas, le preoccupazioni del Global Atmosphere Watch (GAW) sono dovute all’effetto serra cui il metano, come il CO2, concorre. Infatti la tendenza alla metanizzazione, sia per riscaldamento domestico sia per autotrazione, negli ultimi anni ha visto un progressivo decay.

Ne è testimonianza la progressiva tendenza delle Case Automobilistiche a investire nell’elettrico, tanto che le case Tedesche (VW, Audi, MB) indicano nel 2030 il termine temporale per la scomparsa del motore termico. E quindi viene meno la necessità di investire in motori bifuel (benzina-metano). In Italia la mancanza di infrastrutture di rifornimento, soltanto 1.193 per un milione di veicoli a metano circolanti, segna il minore utilizzo di questo tipo di alimentazione. In Sardegna, poi, non esistono strutture di rifornimento che andrebbero quindi allestite ex novo con una spesa superiore al beneficio possibile.

Anche in tema di riscaldamento domestico, la nuova sostenibilità indica nel fotovoltaico l’alimentazione più ecologica. Si dovrebbe riservare a realtà territoriali altre, non dotate del medesimo irraggiamento, il ricorso al gas naturale ed al metano quali fonti energetiche.

Al contrario, per la Sardegna la SNAM ha previsto una serie di infrastrutture metanifere (oleodotti e ramificazioni) con costi che superano ampiamente quelli per gli impianti fotovoltaici. Il gasdotto del Galsi nasce da un progetto di cooperazione con l’Algeria gasdotto Algeria-Sardegna-Italia. La vicenda inizia nel 2003 con la costituzione di un consorzio societario, con un capitale di 10 milioni di euro, composto da Sonatrach 41.6%, Edison 20.8%, Enel 15.6%, Sfirs (Regione Sardegna) 11.6%, gruppo Hera 10.4%. Il progetto prevede una lunghezza di 830 chilometri, di cui 270 in Sardegna e 560 offshore nel Mediterraneo. Il tracciato dovrebbe partire dalla stazione di El-Kala, in Algeria, per approdare a Porto Botte, in comune di Giba, con risalita verso nord riprendendo il mare nei pressi di Olbia per approdare, infine, in Toscana, nella zona di Piombino. Come si vede, un impatto ambientale di ampia portata che, attraversando il cuore del Mar Tirreno, rende possibili inquinamenti marini sia in fase di costruzione sia in fase di esercizio.

Per quanto il Galsi sia incluso nella lista dei Progetti di Interesse Comunitario e la Commissione Europea ne abbia confermato il ruolo strategico per la UE, lo stanziamento di un finanziamento a fondo perduto pari a 120 mld €, (nell’ambito del pacchetto di misure anticrisi European Energy Plan for Recovery (EEPR) appare francamente eccessivo e soprattutto finalizzato alla costruzione di opere già ritenute obsolete per aree territoriali a forte irraggiamento come la Sardegna. Ed infatti non sono pochi gli ostacoli che nel corso del 2017 ne decretano l’archiviazione. La Regione Sardegna sembra, infatti, preferire il percorso del rifornimento tramite tankers e la successiva rigassificazione. Nel corso del 2017, la Sgi (Società gasdotti Italia) e la Snam rete Italia richiedono la procedura d’impatto mentre si allestiscono i depositi costieri. Tre avranno sede nella zona di Oristano e un quarto nella zona di Cagliari. Ma la rete territoriale sembra essere quella già programmata per il Galsi.

Da quanto sopra si evince che le necessità energetiche fondamentali per il territorio sardo scaturiscono in prevalenza dal funzionamento e potenziamento del settore industriale, mentre le necessità di riscaldamento domestico sono limitate alla fornitura suppletiva di metano ad una popolazione in progressiva diminuzione, attualmente assestata su 1.663.000 abitanti. La produzione energetica tramite metano-gas-serra, in dismissione in tutti i paesi occidentali, con una spesa che si aggira tra i 120 ed i 150 mld, indica una palese difformità tra costi, rischi e inquinamento da un lato e risposta al fabbisogno energetico dall’altro. Ciò in difformità all’incentivazione alle fonti rinnovabili, il percorso attualmente tracciato dal progetto.

Nell’immagine di testata, in rosso i gasdotti programmati; in blu quelli esistenti.

*Tratto dal volume “ La vita al tempo del petrolio”, di A.Ferrara et al., ERGAM Books, edizione Agorà &Co, Lugano, 2017

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